Ancora su "Carissimo Dottor Jung"
L’acqua di Jung
Il romanzo di Sandra Petrignani si articola su vari piani dove il protagonista, Carl Gustav Jung, assume anche il valore simbolico di una pietra di paragone tra tempi e personaggi diversi
Così comincia una delle ultime lettere di Christiana Morgan (Lady Morgana) indirizzata al grande CG, Carl Gustav, suo maestro e uomo autenticamente amato: Carissimo Dottor Jung – datata 4 maggio 1961 e inviata da Cambridge, la Cambridge americana, in Massachusetts, dove sorge Harvard. Proprio Harvard, presto nella vita matura di lei, è il luogo dove Christiana e il venerabile maestro si ritrovano colleghi, riassortiti in una vicinanza non solo intellettuale: anche amicale, affettuosa, complice – come accade nel romanzo di Sandra Petrignani (Carissimo dottor Jung, Neri Pozza, 240 pagine, 19 Euro, qui la recensione di Nadia Tarantini), annunciato da quel saluto che implica confidenza e ammirazione nello stesso momento: anche distanza insormontabile, dunque, per quanto assottigliata, però insuperabile, e dopotutto coltivata da Lady Morgana proprio per vero amore, che include desiderio e rispetto – ma sì, venerazione, in effetti.
Carl Gustav Jung, il mago della psicanalisi, allievo di Freud di cui imita molti dettagli, per esempio l’anello che poi spiccherà sulla sua mano di vecchio, è quel Carl Gustav Jung, persino più geniale del Maestro, però meno dotato nella scrittura: è noto che Sigmund Freud è stimato anche per le sue doti di narratore, per la sua abilità nella scrittura, mentre Jung, psicanalista acuto che si dissociò da Freud, se ne distinse ecco, aveva più difficoltà a muoversi nella scrittura – tanto che questo romanzo, molto fortunato, della Petrignani, in cui si racconta anche la scrittura di un romanzo sulla figura di Jung, è anche il racconto di come il grande psicanalista nei suoi ultimi giorni abbia lottato per portare a termine la stesura del suo saggio riepilogativo sull’inconscio, L’uomo e suoi simboli.
Non solo perché, per quanto alto e di significativa presenza anche da vecchio, tuttavia Jung sentiva il tempo volar via, sfuggirgli (e anche questo, come è ben illustrato nel romanzo della Petrignani, costituisce oggetto di speculazione e ricerca per il grande psicanalista svizzero), ma soprattutto perché Jung era in difficoltà a riassumere per iscritto la propria teoria della psicanalisi – c’è a mio parere un modo, nel romanzo, anche nell’invenzione principale, non solo della voce ma anche della struttura, di documentare e lasciarci percepire la natura anche transeunte dell’osservazione junghiana, la sua capacità di porsi il mistero dell’esistenza e della morte, l’idea che esistere sia come sperimentare una specie di mondo di mezzo che si distende tra i due termini, nascita e morte, tra due mondi e condizioni, e come intervengano alla coscienza umana, in un dentro e fuori continuo tra conscio e inconscio, i sogni – che recano segni, a saperli leggere, a poterli comprendere.
È importante a questo punto evidenziare due aspetti.
Nel romanzo si inseguono due piani, la corrispondenza tra Christiana Morgan e Carl Gustav Jung, che ha punteggiato il loro rapporto fin dal primo incontro, e ha schiuso a Lady Morgana non solo il segreto della sua irresistibile femminilità, ma anche il valore della vita che vibra in lei, della quale lei non è ben consapevole, poiché non ne conosce affatto la potenza, che non è invece in alcun modo un mistero ma piuttosto un terreno di vibrante avventura per Jung.
La grande amicizia che nasce tra due donne, a Roma, ai giorni nostri, cioè tra Lorenza, donna anziana con figli e nipoti ma sola ad abitare un vasto appartamento romano, e Egle, sua vicina da poco, da quando ha cioè acquistato questa sua seconda casa romana, scrittrice alle prese con un romanzo su Carl Gustav Jung – proprio questo!
Interviene un elemento che subito crea la sotterranea benché per nulla taciuta corrispondenza tra questi due assi portanti del romanzo: l’acqua.
Jung è a Küsnacht, nel cantone di Zurigo, e da casa sua vede le acque del lago, che come tutti i laghi, a volte, rivela insospettabili qualità mobili: intanto l’acqua non è ferma come può sembrare, e non è scura come vien fatto di temere, ma spesso è azzurrina, chiara, fresca, magari con qualche inatteso mulinello. Jung guarda il suo lago e anche questo gli suggerisce una interpretazione dell’esistenza che non solo è un intervallo tra due momenti più grandi (uno dei quali è la morte verso cui si sente inesorabilmente trascinato, ma con serenità, e grande interesse intellettuale) ma è anche teatro del cambiamento: diversamente da quel che si è portati a credere non c’è un unico cambiamento radicale, nella vita, cioè la morte, ma c’è anche il mutamento di stato, il riallestimento della scena. Questo poi riguarda sempre chi resta. Riguarda la capacità di chi resta di essere duttile alle nuove pieghe che le cose indipendentemente da noi prendono. Conviene dopotutto restare aperti.
Egle è a Roma ai giorni nostri. È vedova. Ha questa nuova amica un bel po’ più anziana di lei. Ha molti gatti e desidera un cane, anche se la coscienza di questo desiderio le si fa più chiara dopo il cambiamento radicale che interverrà. Egle è una scrittrice e sta lavorando al suo romanzo su Carl Gustav Jung: vuole attraversare tutta la sua avventura biografica e clinica, intellettuale, filosofica, teoretica. Egle e Lori (Lorenza, la vicina anziana) sono accompagnate dal grande compagno di strada che si affianca a chiunque viva a Roma, il fiume – il biondo Tevere che così biondo poi mai non è, ma sempre si presenta scuro, in genere color verde marcio.
Le due acque si chiamano proprio come CG e Egle si chiamano.
Egle, con la complicità di Lori, va a Küsnacht, esplora i luoghi junghiani, pedina lo psicanalista amato: e qui ci ritroviamo nella dimensione che meglio conosciamo di Sandra Petrignani, l’esplorazione delle case e dei luoghi in cui gli scrittori e le scrittrici hanno abitato e si sono mossi, benché qui, ripeto, non di uno scrittore si tratta ma di un maestro della psicanalisi che anzi era in difficoltà nella scrittura. Il che non gli impediva di essere però uno splendido corrispondente, autore di una fitta corrispondenza epistolare in cui forse meglio che nei saggi scientifici riusciva a distillare non solo i dati e i concetti della sua dottrina psicanalitica ma la parte più volatile di essa: le intuizioni, i voli pindarici, il racconto dei sogni, e dei segni in essi celati, tra simboli oggetti e significati, e poi il costante sentimento della morte come compagna fedele che si esprime e si rivela principalmente nel pensiero costante agli angeli.
Ecco, questo romanzo è anche la documentazione – non didascalica o pedagogica ma vitale, esistenziale – della lotta con la pagina che è il quotidiano di ogni scrittore. E scopriamo che questa lotta, senza quartiere e però anche con molti momenti morti, molte pause, molte distrazioni a dispetto del pensiero costante alla scrittura che informa di sé sempre la vita di chi scrive, è una lotta che nasconde, forse, una paura della morte – che dipende anche dall’idea, tutto sommato semplice, elementare, che il tempo non è infinito.
Però, questo è il bello, questa premessa, che emerge nelle pagine iniziali del libro, si trasforma, cambia natura: resta fermo che il tempo della vita non è infinito, però – e Carl Gustav Jung con la sua esemplarità lo dimostra sul campo – se c’è un piccolo segreto che proprio col tempo si impara o si scopre è che bisogna mollare il controllo sul tempo, le aspettative radicali sulla resa in questa vita di ciò che vogliamo, sappiamo, possiamo realizzare, e questo allentamento, questo passo più indulgente soprattutto verso sé stessi distende l’azione, favorisce il sorriso, dipinge sul volto i segni di un sano distacco che, abbandonato l’inutile e dannoso parossismo, tutto scioglie e come per magia (non suonino casuali queste parole) risolve.
Non è, attenzione, una resa che (come, sbagliando, aveva pensato Christiana Morgan, cioè la Lady Morgana di Jung) consiste allora nel rinunciare alla vita: non è cullare il suicidio. Al contrario è un attaccamento più utile alla vita, produttivo, poiché disteso e non illusorio (sappiamo bene che le illusioni possono diventare delusioni cocenti).
Dunque Egle, scrivendo di Jung e della sua allieva seguace e amante (in un certo senso) più intensa, Christiana Morgan appunto, riapprende Jung, ripercorre il suo pensiero, soprattutto nella coda finale della sua vita – quando attorno a lui si concentra una corte femminile di amiche e collaboratrici che sono il suo vero lascito alla cultura psicanalitica. Si concentrano e si addensano attorno a lui e tramite lui un intero popolo di psicanalisti filosofi scrittori intellettuali che affollano la scena, la ripopolano laddove si era svuotata travolta dei venti della Storia e dalle guerre, dalla distruzione di cui in ogni epoca l’umanità sembra solo capace.
È un romanzo molto costruttivo questo, che porta sulla pagina l’intensità degli incontri, delle relazioni, del sentimento più bistrattato e mal praticato tra tutti, l’amore: amore coniugale o passionale, di certo fisico oltre che mentale.
È un romanzo costruttivo e trasformativo.
È un romanzo, questo, che ti culla proprio col classico dondolìo di una barca sull’acqua – che in un’infanzia è l’abbraccio più dolce che si possa memorizzare, da portare con sé nella vita adulta, e che tanto era piaciuto, lungo tutta la sua vita, al dottor Jung.
La fotografia accanto al titolo è di Giulia Cavallini.