Alessandro Fo
Ancora su “L’orizzonte che ci spetta”

L’orizzonte delle cose

Marco Bellini riesce a mettere la poesia "in ascolto" della vita: come se le parole avessero la possibilità di dare senso al mondo

Succede di rado che, aprendo un libro di poesia, dopo il primo testo si avverta l’ineluttabile bisogno di leggerne un altro, e poi un terzo, rimanendo avvinti a quella vera e propria scoperta fino a che non sopraggiunga l’ultima pagina. Se lettrici o lettori cercano un simile libro-talismano, in grado di condurli lungo una traversata della realtà che corre dalle cose più piccole e (ma non per un poeta) insignificanti fino ai massimi sistemi (affrontati senza spocchia o alterigia, ma ‘dal basso’ della nostra condizione piena di dubbi e problemi), li attende, perché con piena fiducia salgano a bordo, L’orizzonte che ci spetta, di Marco Bellini, poeta brianzolo classe 1964, pubblicato da Lietocolle (Ronzani), nel 2025 (pp. 144, € 15). Non è un caso che ne abbia già scritto su queste pagine un poeta e sensibile critico come Giuseppe Grattacaso (https://www.succedeoggi.it/2026/06/marco-bellini-quantita-della-vita/).

La natura del viaggio è già implicata dal titolo: nella massmediatica deflagrazione di interventi e chiacchiericcio, rischiamo di smarrire alcune coordinate essenziali della vita, ovvero l’orizzonte entro cui sarebbe giusto che ogni essere umano trovasse la propria collocazione. Ebbene, questo “orizzonte che ci spetta” (locuzione ribadita – oltre che a titolo di silloge – in quattro diverse liriche) è “tutto ciò che il mondo porge nella grazia/ e nel tremore” (p. 77): versi che, in duplice occorrenza, passano anch’essi a titolo di sezione (la quinta di otto). E proprio sotto l’occhiello di quest’ultima sezione campeggia una citazione da una delle voci che più profondamente e sistematicamente hanno interrogato la natura, ovvero Lucrezio, nell’atto di affermare che quando gli atomi di “materia” risultano, senza ostacoli, disponibili nella giusta, ingente, debita quantità, allora “tutto deve prendere forma e giungere al suo compimento” (De rerum natura II, 1067-1069). È appunto proprio la Natura che “tutto contiene:/ ogni orizzonte che ci spetta/ e ci perde” (p. 82).

Di fronte a questa continua offerta del mondo, Bellini è in ‘religioso’, sensibilissimo ascolto, come giustamente sottolinea un altro poeta quale Claudio Damiani, segnalando in prefazione che appunto l’ascolto – e l’intima conoscenza – di “tutte le voci”, e “specialmente quelle che si perdono” (p. 9), è la principale caratteristica della scrittura di Bellini. Egli stesso, del resto lo dichiara nell’emblematica poesia Al servizio, riferendo dell’attraversamento di un bosco: “è successo che tutti questi suoni/ mi hanno chiesto la parola, a sorpresa/ […] E io chi sono per tacerne la voce,/ per non essere al servizio?”.

Prendendo la parola nelle singole poesie – naturalmente “in lor linguaggio”, per dirla con Dante –, le cose più disparate ci porgono via via i loro messaggi e, come tessere di un puzzle, compongono l’orizzonte che ci spetta: vecchi telefonini rotti, “schermi con cicatrici” (Vite in riparazione), ombrelli dimenticati, una campana di vetro, il display del forno, una biscia, il buco sul fondo di un taschino della giacca, uno spaventapasseri. Particolarmente toccante è il caso di una focaccia che la madre del poeta (ora venuta a mancare) ciclicamente consumava in un bar: già, perché quella briciola di consolazione era il ripetuto approdo a un minimo quid di recupero e consolazione “dopo ogni controllo”, fosse Natale oppure piena estate: “lei con la focaccia, seduta, lo sguardo/ sui prossimi quattro mesi un po’ rubati/ un po’ conquistati”.

Differenti ma non meno intensi e significativi messaggi ci trasmette la vecchia copia di un libro raro, l’Esemplare unico che “troverete solo là, nella biblioteca di Merate”, dai precedenti lettori costellato di note e sottolineature. Il bibliotecario lo definisce “un po’ ammalorato”, ma quanta vita (universale) recupera – oltre alle poesie di “William Wordswo…” che, lacuna inclusa, contiene – quell’esemplare: “Brevi appunti laterali/ scritture spigolose o arrotondate/ raccontano sguardi lontani/ consumati sopra un prato assolato/ o magari ai fornelli, mescolando odori/ ancora oggi deposti nei pori della carta./ Qua e là il calco/ di parole scritte su pagine perdute./ Versi evidenziati, sottolineati,/ racchiusi dentro parentesi improvvisate/ o indicati da frecce piene di stupore./ Strati come scritture rupestri:/ il tratto rosso, i molti punti esclamativi,/ piccole grida per dire «guarda qui!» […]”.

E, ancora, ecco la rosa canina accanto alla carcassa di una Volkswagen, i fiori di camelia che addirittura arrivano a conservare il profumo dei caffè consumati sulla panchina sottostante, e perfino un giornaletto pornografico abbandonato da chissà chi in un bosco a decomporsi, quasi in un ritorno alla Natura della sua carta con tutte le trasgressive pulsioni che rinserra: “come un fungo che nasce vedi un seno/ ripiegato, torto nell’umidità della carta gettata./ La pelle e la pagina unite, attraversate/ da una chiocciola che scivola sul capezzolo// e chiede il latte, lasciando la bava”. Nella poesia L’uomo del cielo, il protagonista, interrogato sul perché in quel salotto serale abbandonasse “a intervalli regolari” la compagnia per sostare un momento in balcone, risponde: “troppi cieli, sempre diversi e irripetibili vado perdendo”.

Per il loro messaggio prendono naturalmente la parola anche esseri che ne sono dotati, come in Dialogo in carcere: “Aveva letto dei rondoni in rete/ che vivono in volo/ dormono in volo, mischiati alla luce/ tutta velocità e tagli nel vento.// Così spiegava il tatuaggio/ sulla spalla, il profilo delle ali/ la loro attesa ripiegata”.

Bellini non trascura nemmeno toccanti astrazioni come gli Stati d’assenza – dal cadere addormentati, al passare nei sogni, allo svenire e poi infine svanire (magari, come in un altro testo, eclissandosi Nel sonno) – o la gara quotidiana con il figlio Roberto a chi per primo scorga la stella della sera, un gioco che tanto più rinnoverà nel giovane il ricordo del padre quando questi avrà preso congedo: “Ora capisco la speranza/ che quando avrò restituito/ l’ultima aria in prestito ai polmoni, tu/ ormai unico punto di partenza,/ il filo ancora tra le dita,/ per trovarmi cercherai quel nodo di luce/ quel nodo mai caduto e messo là dove il filo,/ come questo verso, chiude il racconto”. O ancora come la surreale – ma al contempo geniale – aspirazione a serbare e custodire in vasetti destinati (appunto) alla “conserva” due doni fra quelli più impalpabili “che il mondo porge/ nella grazia e nel tremore” (p. 87): rispettivamente il silenzio e il buio (Un lavoro notturno). In rilievo, specialmente nella seconda parte della raccolta, i motivi dello scorrimento delle generazioni lungo l’inesorabile asse del “tempo” (altro tema cruciale del libro: le occorrenze di quel solo vocabolo sono nei testi 38) e di “un distacco più grande” nella definitiva dissoluzione.

Fermo, sicuro, senza fronzoli è il suo verso libero. Semplice, fatto di stacchi di prosa sobri e perentori, pur rinunciando a una musica precostituita si dà forma da sé e procede con autenticità in direzione del proprio “orizzonte”, mai gratuito, né quanto a confezione del nastro ritmico né per rilevanza di contenuto. Nastri di testo e pause, tratti di essere e di non essere, vengono ad alternarsi, verrebbe da dire, secondo una partitura di Natura, come (p. 52) “Quel lampeggiare del muscolo cardiaco:/ occupare spazio, liberare spazio./ Un po’ come l’espandersi dell’universo/ vivo nella vibrazione di luce e buio./ E dentro una stella/ che ancora si mostra/ ed è già morta”.


La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.

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