A proposito de "L’orizzonte che ci spetta”
La quantità della vita
La nuova raccolta poetica di Marco Bellini ci mette dinanzi alla sorpresa che la vita (e la morte) ci riserva, che è innanzitutto dato dal “mischiarsi alle cose”
Tutto quello che è intorno a noi, nel pianeta nel quale viviamo e nell’intero universo, è estremamente complesso e presenta i caratteri della molteplicità. Peraltro ogni presenza, per quanto minima sia, è alle altre correlata. La parte di mondo che ci viene assegnata, racchiusa nell’orizzonte che ci spetta, è dunque insieme piccolissima, come confinata sotto una campana di cristallo, e tanto enorme da non avere confini. Facciamo parte di un tutto da cui proveniamo e a cui, diventati infine polvere, ritorneremo e ci consegneremo, per essere altri da quello che siamo.
È l’argomento, rapidamente schematizzato, che unisce le poesie de L’orizzonte che ci spetta di Marco Bellini (Ronzani, 136 pagine, 15 Euro, prefazione di Claudio Damiani). “L’orizzonte che ci spetta” è la locuzione che nel libro torna con frequenza quasi ossessiva a scandire le otto sezioni di cui si compone il volume, confermandone compattezza e disegno unitario. Con lo sguardo concentrato su tutto quanto l’orizzonte comprende e abbraccia, all’interno di un limite che continuamente si sposta nel libro come nella realtà, Bellini interroga le tante forme in cui la Natura si manifesta. E non deve sembrare strano se il panorama predisponga alla scena, in un ammasso indistinto, esseri viventi e oggetti, piante animali pietre e manufatti, tutti prodotti (e poi cancellati) dal trascorrere del tempo. In fondo siamo composti delle stesse minime particelle e la linea di confine tra ciò che è animato e ciò che non lo è, tra la vita e la morte, tra l’oggetto reale e quello solo pensato, è così sottile e evanescente da somigliare a una ragnatela. Una ragnatela che dovrebbe servire a racchiudere e conservare l’esistenza, allo stesso modo in cui l’esistenza è raccolta e conservata nelle pagine di un libro: “Si faceva alle elementari / la composizione dell’album / con le foglie: il castagno, la quercia, / l’ontano. E oggi come allora tentare, / tra le pagine la conservazione: / ragnatele distese, senza peso. / Quel non essere che è dei pensieri” (Ragnatele).
L’immagine della ragnatela torna frequentemente a indicare, con la sua leggerezza e il reticolo così pronto a sfaldarsi e così tenace che trattiene e lascia proseguire, l’instabilità della nostra consistenza e dell’essenza di quanto ci è intorno. È il segno, nel delicato argine che impone, della vulnerabilità della linea dell’orizzonte che ci spetta. Così nella prima parte della poesia Forse era polvere: “Il respiro / passa alla terra, ci lascia e ci rende / polvere in un soffio sulla ragnatela messa lì / perché qualcosa possa restare”, per poi concludere che “quella polvere / dagli angoli scuri passa e si colora / sulle ali di una farfalla, rinnovando / l’orizzonte che ci spetta”. Il concetto è ribadito e chiarito nella seconda parte della poesia: “La sorpresa è sulle ali di una farfalla / dove la polvere fa i colori, permette il volo, / muove la vita dentro la vita”.
Con un incedere lieve e ragionato, e il pensiero poetante mai turbato da trasalimenti, eppure sempre interrogativo e pronto alla meraviglia, Bellini ci mette dinanzi alla sorpresa che la vita (e la morte) ci riserva, che è innanzitutto dato dal “mischiarsi alle cose”, come è detto nella sequenza che avvia la sezione Una finestra sul tempo: “Così l’uomo si mischia alle cose, / lo fa piano, usa il tempo e la pazienza lenta di chi / ha imparato la pelle come la corteccia sui monti”. Il meraviglioso in fondo non si distingue dal quotidiano, è parte del naturale svolgersi degli eventi, è la materia che sostanzia ogni forma, è il dialogo ininterrotto tra ordinarietà e trasformazione, tra vita, morte e nuova vita. Nella sezione Nella grazia e nel tremore il concetto è espresso con chiarezza, a partire dalla citazione lucreziana dal De Rerum Natura per cui tutto “deve prendere forma e giungere al suo compimento”. È sul mutare e divenire della materia che Bellini si concentra: “La natura avvolge, cambia d’abito ridendo / rinnova accessori e decori / toglie forme, aggiunge forme / piangendo e ridendo tutto contiene: / ogni orizzonte che ci spetta / e ci perde”.
Bisogna dunque porsi all’ascolto dei segni che indicano queste trasformazioni, saper leggere nella molteplicità delle manifestazioni che la realtà, la Natura per dirla con Bellini, rappresenta nell’orizzonte, mutevole e cangiante, e in fondo incommensurabile, che ci spetta. In Vite in riparazione in uno scatolone sono riposti dei cellulari “rotti / accatastati, schermi con cicatrici”, da cui “le voci, sì, le voci salgono l’aria, piano”. Anche in questo caso siamo di fronte a un evento che è sorprendente, ma non è misterioso, piuttosto ci dice che i confini che ci siamo figurati forse non sono così sicuri. Un’indagine, un’originale indagine poetica, può arrivare a percepire quello che la realtà contiene: “Lo scatolone come un girone, una punizione / e le voci rimaste dentro, incastrate, / le voci ancora vive da vite sfiatate”.
Sono i resti provenienti dal passato, da tutto quello che non c’è più, da coloro che sono scomparsi. La poesia ha il compito di scovare le tracce, di decifrarle, di renderle parole. La poesia si prende l’impegno, nei versi di Marco Bellini, di rappresentarci il mondo nella sua varietà e pluralità, mirabile proprio in quanto inesplicabile. In questo mondo, l’essere umano è tante cose insieme, alcune dimenticate altre che non sa di essere, è il legame tra la terra e il cielo: “Sei una connessione / nel modo che sa un tronco d’albero. // Il cielo ti tocca la fronte, / la pozzanghera riconosce / il piede lungo il marciapiede. // La storia delle nubi dentro / la catasta umida dei tuoi giorni, / per una successione che disarma” (L’acqua).
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.