Paolo Puppa
Biografie (quasi) in forma di romanzo

Vite d’artisti

Da tempo Andrea Pellegrini si dedica alla ricostruzione di vite d'artisti con l'intento di rivelarne l'opera attraverso la forza della narrativa: da Foscolo a D'Annunzio a Ungaretti

Andrea Pellegrini, nato a Lucca nel 1971, vive a Massa e Cozzile, un piccolo borgo in provincia di Pistoia. Di mestiere, fa l’insegnante in un Istituto di Montecatini. Scrittore e saggista, insieme al Direttore del Viesseux Michele Rossi cura la collana editoriale “Occhio di bue” (Edizioni Helicon), e collabora con varie riviste web. Dopo aver sfornato vari titoli, negli ultimi anni in qualche modo è diventato un caso in quanto ha pubblicato tre biografie romanzate intorno a grandi poeti della nostra letteratura. Editi da Castelvecchi, ecco nel 2022 Piccole indecenze. Un amore pericoloso di Ugo Foscolo (Premio Basilicata Menzione speciale), nel 2024 La rara felicità. Ungaretti in trincea (Premio Byron) e nel 2026 La dorata. D’Annunzio a Marina di Pisa (clicca qui per leggere la recensione). Presentano tutti la medesima struttura, in quanto ricostruiscono un episodio specifico, un amore turbolento di Foscolo, alcuni momenti di Ungaretti al fronte nel clima drammatico che precede Caporetto e una giornata particolare del Vate, scomparso per 24 ore dal Casone della Dogana vecchia a Marina di Pisa dove soggiorna assieme a Eleonora Duse, il 9 luglio del 1899. Il plot, ricavato sempre utilizzando fonti erudite, esalta le doti di questo accanito bouquiniste che va a spigolare tra archivi o bancarelle di libri a metà prezzo, così come premia gli sforzi di questo palombaro che a lungo sprofonda nei documenti oltre che nell’opera totale del genio di volta in volta scelto. L’aspetto bizzarro risiede nel fatto che viene preso il punto di vista di interlocutori bassi, per ceto sociale o per anagrafe, uno staffiere per Foscolo, un prete calabrese per Ungaretti, la piccola Cicciuzza, figlia del Vate.

Preme nell’autore toscano una voglia di recitare il ruolo del servant o dell’ingenuo, e sono parti di uno schema drammaturgico forte alla base dei romanzi, con elenchi espliciti delle dramatis personae preposti alla storia narrata e infallibili acutezze dialogiche. Perché Pellegrini si colloca accanto al grande personaggio, il poeta alle prese con la scrittura creativa, frugando nei cassetti alla ricerca di tracce per scoprire la grazia del Daimon in progress, mentre l’Altro viene appunto visitato dalla frenesia compositrice. Ora, attraversando questi testi, pare di partecipare ad autentiche sedute spiritiche in cui il conduttore della serata si immedesima nel morto illustre e lo fa riapparire nella quotidianità del momento, ricostruito in maniera folgorante nell’ambiente scenografico dell’epoca. Vengono altresì sciorinate con baldanza nozioni stradarie, competenze costumistiche e ricette da cucina, oggetti di décor con la minuzia di uno storiografo degno di appartenere alla scuola francese degli Annales. In più, il nostro Medium ogni volta esibisce al naturale una versatilità di registri, una molteplicità di voci. In effetti si passa dal romanzo epistolare tardo Settecento, con una opzione decisa verso una narrazione centripeta, nella storia di Foscolo raccontata dallo staffiere, all’espressionismo che approccia il trionfo della morte al fronte nella Grande Guerra, infine al liberty e alle abbaglianti epifanie alcionee nella vertiginosa centrifugazione di Dorata. Di quest’ultimo, ho già parlato di recente proprio su questa rivista. Mi occupo pertanto qui degli altri due.

Analizzo dunque il primo, Piccole indecenze. Nella Milano del 1801, assistiamo alla passione clandestina tra Foscolo, in preda alle accensioni e alla revisione del suo Iacopo Ortis e la bella Contessa Antonietta Fagnani Arese. Ed è il vetturino di Casada Giosuè Greco ad essere incaricato dal marito di costei, il Conte Marco, di spiare e riferire sui rapporti tra i due. Sui biglietti rilasciati da quest’ultimo con qualche titubanza, sia perché affezionato alla padrona sia perché ha appreso da poco a leggere e a scrivere, prende l’avvio l’esposizione. Il problema nasce non appena Giosuè viene sedotto dagli amori travolgenti della coppia bollente e dalla personalità burbera e maschia del poeta di Zante. Gli incontri illeciti proseguono   finché la moglie di Vincenzo Monti, attrice spregiudicata, non rivela all’amica che il nome Teresa al centro dell’Ortis è lei, ex amante del baldo giovanotto. E questo provoca crisi di pianto e manifestazioni di follia in pubblico da parte di Antonietta con rischi di scandali non consentiti a simili blasoni. Il Conte Arese in una strategia preventiva manda allora la consorte, che mostra sintomi di gravidanza, e inseguita pure da un cognato innamorato perso, geloso e semi-impotente, lontana da Milano e incarica il poeta per una missione diplomatica, facendolo seguire dal goffo staffiere. La Milano in pieno boom napoleonico nel 1801 rigurgita di nobili e nobildonne viziate e viziosette, di ricchi imprenditori e di parvenus, in mezzo a una ridda di camerieri e valletti, tra cui appare per un attimo persino un garzone di Stendhal.  Viene in mente la messinscena strehleriana   dei Giacobini di Federico Zardi del 1956 per analoga felicità coreutica, poi travasata anche nel piccolo schermo. In particolare, oltre ai saloni e ai salotti fastosi e festosi è la Scala a fungere da sito di richiamo con gli appuntamenti di melodrammi e di balletti. Perché queste pagine risentono indirettamente di “Leurs yeux se rencontrèrent” : la scène de première vue dans le roman (1981) di Jean Rousset, ovvero l’innamoramento che esplode sui palchi del teatro, che si scatena e si consolida, il Teatro musicale fungendo da luogo per eccellenza ruffiano in tal senso. Il povero Giosuè Greco si impegna in un diario usato anche come messaggerie spionistiche al Conte Arese che gli chiede della relazione tra la moglie, la bellissima Antonietta e il giovane, ardente Ugo Foscolo. Ha 40 anni, questo subalterno, e si considera già vecchio per i canoni anagrafici dell’epoca. In più, sembra per certi versi un guardone davanti agli amplessi selvaggi, ‘canini’, della coppia, attratto però allo stesso tempo dalla giovanissima servetta Teresina (nome inflazionato nel romanzo, a più livelli come una matrioska). Sta coi servi, insomma, la voce narrante, nel mondo di sotto, come nei pranzi sfarzosi, richiamo forse alla serie su Downton Abbey, salvo salire di piano grazie alla liberalità del fool Ugo, con cui condivide pure minuscole camere da letto e consumo di oppio tra abiti discinti e scambio di morbide occhiate complici tra di loro. In queste pagine poi circola pure il motivo, alla Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand (1897), della scrittura rubata, nei biglietti d’amore e nella stesura dell’Ortis. Sorprende un lemma molto orale, “un cazzo” che spunta all’improvviso a p. 59, un’interiezione   non   eccentrica però dal momento che è presente negli epistolari del poeta. Ovviamente, il discorso dello staffiere Greco si mescola a intense e frequenti   citazioni foscoliane.  Magistrale, nondimeno, risulta la tecnica delle interruzioni e delle riprese, cara a Pellegrini, il montaggio nervoso e nevrotizzante, e lo sbarazzarsi improvviso della vicenda con allusioni sanguinose e allusive a derive tragiche. Non sappiamo come la vicenda si concluda, perché non è questo il focus della indagine. Conta invece questo mondo lontano che balza in primo piano come in un flusso da metaverso. Un miracolo che offre fragranza e freschezza, spingendo il dito del lettore a voltare in fretta la pagina.

Quanto al secondo, La rara felicità, ci spostiamo nelle terre dell’Isonzo, anno 1916. Qui, un cappellano di reggimento, il calabrese Carmine, in crisi di fede davanti a tanta carneficina, scopre un fante d’insolita personalità finendo per esserne fascinato. Anche perché quel giovane blasfemo manda fuori di sé luce e si chiama Giuseppe Ungaretti.  Anche questo romanzo ripresenta l’immedesimazione di Pellegrini in un mondo passato, salvato dal nulla o dalla polvere delle antologie scolastiche.  Qui, tutto resta felicemente ambiguo, non chiarito, a partire dal titolo. Al centro, l’indubbia attrazione fisica e insieme ontologica (nel senso di un’esistenza di pena che unifica lettore e personaggi) che ossessiona il futuro arciprete, al punto che 34 anni dopo lo vediamo registrare su un apparecchio Geloso le sue palpitanti memorie. Preserva così da un lato lo struggimento erotico per una piccola prostituta del fronte, una sordomuta slovena che lo precipita nel buio della carne e poi lo chiarisce nella conoscenza di sé, restandone forse incinta, dall’altro la confusione emotiva provocatagli dai contatti con il poeta egiziano, ma di famiglia  lucchese come l’autore.  E il poeta, gli occhi da malandrino, viene rivissuto a scatti, per frammenti successivi in un crescendo di attenzione e di solidarietà identitaria, ripassato nelle sue origini sul Nilo, poi nei soggiorni parigini, e nella partecipazione da convinto volontario, in cerca di una patria, alla Grande Guerra. Ungaretti scrive i suoi versi in mutande, zampillanti rapinosi a poco a poco nel libro Porto sepolto da salvare a tutti i costi, contro l’indifferenza disinvolta del loro inventore, perché questi stessi versi infilati nel tascapane o dimenticati sotto il giaciglio di una puttana, contano più delle preghiere o della Bibbia medesima. Adesso, mentre registra, ha 60 anni ed è un vecchio cardiopatico, con qualche rimando all’ultimo nastro beckettiano. Ne esce un lucido delirio nel ricostruire in chiose corsive un bollettino militare espressionistico, all’altezza di Nelle tempeste d’acciaio di Ernst Junger fermate magari ad Eboli con Carlo Levi. Perché il racconto si accanisce a descrivere lo sbriciolarsi delle ossa sotto le bombe e le mine, lo sfarinarsi dei corpi con il sangue che si fa subito polvere. Scenari apocalittici che sembrano attendere Caporetto, in paesaggi scarnificati nonostante la presenza salvifica del fiume. Non manca nulla al senso di catastrofe, compresi i terribili gas ungheresi che si spargono per l’aria. Anche qua, ma con più violenza che nel testo precedente su Foscolo, pulsa il vassallaggio riguardo al verso in cui si racchiude per sintesi la vita tremante. E stavolta è il triangolo amoroso di René Girard, Mensonge romantique et verité romanesque (1961), ad essere sfiorato, ossia il desiderio mimetico. perché il cappellano ama Ungaretti attraverso la piccola etèra Ester nella baracca, battezzata pozzo d’amore. E con lui condivide il corpo della ragazza, attraverso di lei si congiunge con l’altro. Di nuovo, l’assimilazione febbrile e incendiaria dell’opera complessiva di un poeta, qui appunto Ungaretti, sino all’omaggio diretto finale che ospita per intero la celebre poesia I fiumi, acqua che mescola insieme nel ricordo Isonzo, Serchio, Nilo e Senna. Ebbene, nei soliloqui del prete, la parte più intrigante del romanzo, ad un certo punto si inserisce il sintagma “navata di platani”. La prosa della narrazione si infiamma qua per la inesausta contiguità col daimon ungarettiano, non prelevato a qualche scartoffia di biblioteca. Si tratta di una pura metafora simbolista, escogitata da Pellegrini in una gara emulativa con il suo oggetto di indagine, di ascendenza schellinghiana sul piano estetico, con la natura simile a una chiesa. Ungaretti ancora che bestemmia un Dio non più onnipotente, e lo proclama in presenza del suo mentore che si accompagna col suo ciuco Valente, eco pallida di Sancho Panza, fa raccolta di donne, bagasce vitali o esangui fanciulle parigine.  E, nel frattempo, il narratore si interroga sul futuro smemorato di quanti passeranno in futuro per le doline, ignari dei tanti morti sommersi negli anni della strage infinita. Tanto più che il poeta coi suoi versi straccioni, vergati con occhi stretti come feritoie, conquista i cuori dei suoi commilitoni, li porta fuori e al di sopra della immane cloaca in cui stanno impantanati, abbattendo le gerarchie del grado militare e facendoli sentire a casa nell’ascolto. Sulla pagina, trionfa l’intarsio lessicale, dato che la lingua ospita screziature francofone e ruminazioni dialettali calabresi in una varietà incessante che pare temere la mono-tonia del resoconto, e si fa canto-aria alternandosi al disincanto dei lutti e della follia della guerra che fa dubitare di Dio allo stesso sacerdote. Ma il Dio negato viene cercato proprio grazie al gioco delle bobine. E Carmine fa la spola tra il genio che sparge versi e la voce narrante che registra chiose ed epitaffi. Grazie alle sue poesie volanti al di sopra dell’immondizia in cui vengono composte il corpo del poeta non può che essere risucchiato, assimilato con morbosa devozione, quasi entro una trance stordente che passa dal prete allo scrittore che vi si cela dietro.

Un vasto pubblico di lettori italiani, non solo gli studenti delle scuole secondarie, dovrebbe avvicinare storie del genere. Da immersioni prolungate, rette su ricerche sistematiche, Pellegrini emerge con racconti godibilissimi, di ricezione agile e trascinante. In ogni caso queste pagine andrebbero fatte girare nei licei a dimostrare che la letteratura studiata nei manuali, alla Sapegno, è materia morta che allontana, mentre questi autori avvicinati quasi fisicamente ridiventano personaggi vivi e indimenticabili. In fondo, Pellegrini questi libri li ha scritti innanzitutto per i suoi ragazzi. Toscano come il suo prototipo Don Milani, anche se il secondo avvicina la cultura libresca (e non la demolisce come il suo austero archetipo) per rilanciarla alla grande. E ricordiamoci che Pasolini, che aveva adorato Lettera a una professoressa è stata attaccato dagli allievi di Don Lorenzo, proprio perché difendeva I sepolcri, mentre quelli lo consideravano vintage insoffribile e inutile nell’ascesa sociale. Vive lontano dalla fama mediatica e dalle caste sofisticate dei giornali e degli editori egemonici, Pellegrini. Spenti per lui riflettori, chiuse e inaccessibili le ribalte. Lui, pago di un’esistenza recintata nella bella provincia, forte dell’amore della sua compagna e della bella figlia di primo letto, non se ne cura. Io invece trovo tutto questo profondamente ingiusto. Uno spreco. Sarebbe ora di parlarne.

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