A proposito de "La dorata"
Un giorno con D’Annunzio
Andrea Pellegrini ricostruisce una giornata di Gabriele D'Annunzio. Ne viene fuori quasi un romanzo sul romanzo. Con Eleonora Duse e tutta la corte dannunziana intorno
Dilaga D’Annunzio ne La dorata di Andrea Pellegrini (La dorata. D’Annunzio a Marina di Pisa, Castelvecchi, 199 pagine, 20 Euro). Ha letto tanto di e sul poeta, costui, e ne estrae uno spin of bizzarro e geniale, una mimesi innanzitutto linguistica tradotta in un racconto autonomo, fedelmente infedele. Un po’ il brand personale dell’autore, quello di trasformare ricerche erudite da bouquiniste in trame narrative. Un piccolo Sciascia. L’ha fatto in passato, tra l’altro, su Foscolo e Ungaretti, con risultati sorprendenti. Qui, grazie alla scelta geografica, si avvicina a casa, in terra toscana, lui lucchese del 1971. A partire innanzitutto dalle citazioni dirette dei suoi versi, vedi il congedo, con Albàsia trasferita di getto nella chiusura del romanzo. E inoltre stralci di lettere, specie tra i due amanti, Gabriele e Eleonora Duse, frammenti dei preziosi Taccuini, genesi di tante pagine successive, lasciati in giro, tra i rami di un corbezzolo, nella boscaglia, perché li raccolga il fido maggiordomo, nonché fogli del Fuoco in gestazione ed esibiti traumatizzando occhi indiscreti. E ovunque si diffonde la musica di Alcyone, la macchina delle metafore che zampillano con energia prodigiosa dal daimon del Poeta. Sono le arie, queste, della Dorata. Il contorno, i recitativi, si affidano a un tessuto sintattico retto per lo più su frasi brevi, molta punteggiatura, orditi paratattici. Il montaggio si manifesta nervoso, compiaciuto dei propri snodi. Grande attenzione viene portata agli oggetti d’arredo, ad esempio l’abat-jour verde sul canterano, obbediente alla pulsione decorativa dei due artisti.
Tutto si svolge in una sola giornata, domenica 9 luglio 1899, a Marina di Pisa. E a innescare il plot la scomparsa del Poeta, partito all’alba “per certi affari” imprecisati, il che inquieta l’attrice nevrotica, così come allerta una miriade di personaggi, tutti plausibili, ricavati dalle fonti, tra cui Giovanni Pascoli, l’avvocato Narciso Pelosini, pronto agli amori ancillari, anche se porta con sé come un breviario Il piacere, e il nipotino Mario, destinato a insegnar dizione del verso all’Accademia D’Amico. E ancora il bibliotecario Annibale Tenneroni in ansia in quanto firma di garanzia di fronte ai tanti creditori dell’illustre amico, il futuro storico Gioacchino Volpe, Maria Cryllas, giunta in barca da Livorno, una pistola nella borsetta (un progetto di strage?), ormai ex compagna di Gabriele e la figlia Renata, chiamata Cicciuzza, nata dalla relazione tra i due, e il piccolo Gabriele Dante, di incerta paternità. Si aggiungono Mademoiselle Giulietta Gordigiani dalle ambigue promiscuità con la grande coppia, il giornalista Edoardo Schneider del «Popolo pisano», il segretario Rosso Pesce, probabile padre del secondo figlio di Maria, il domestico Isidoro, e la servetta di Eleonora, Elisa, pettegola e velenosa tanto da definire la sua padrona “l’Incontentabile”. Velenosa, la ragazza, capace di svelarne malevola il trauma immedicabile, ossia la morte del frutto della relazione clandestina a Napoli col fatal Cafiero, agli esordi della sua carriera. E la presenta in soggettiva, “col suo piccolo naso da Pierrot” e la consueta bocca dolente. Ciarla costei con l’avvocato Pelosini, disposta però ad accoppiarsi con lui in un capanno asciutto, mentre ride e “ha i denti uguali adesso a delle mandorle”, influenzata non solo dalle battute del Poeta commediografo ma anche dal libertinismo dell’amante della sua padrona. E quando Narciso si ripresenta con la domestica al piccolo Mario, inventa incidenti a cavallo e soste presso cacciatori, sciorinando florilegi dannunziani. Uno sciame, insomma, un pulviscolo di dramatis personae che a titolo diverso costituiscono duetti, e si alternano di continuo tra di loro. E frattanto muta di continuo, anche sotto l’effetto della gran luce che viene dal mare, il punto di vista. Luce pervasiva e accecante nella spiaggia e nel paesaggio. E il mare pare invadere la scena, “sfavillante […] e maestoso”. Qualcosa di joyciano, si parva licet, (Joyce adorava D’Annunzio, non si dimentichi) si profila in questo strano racconto, circoscritto in una sola giornata, come detto, tra vertiginosi salti prospettici appunto, e minime variazioni nello stile indiretto libero a ricostruire oralmente l’entelechia dei tipi. Grazie a tante giravolte tra chi conduce il discorso, si afferma un gioco brillante di interruzioni reciproche tra le creature, fissate in gesti di primo piano, o distanziate sullo sfondo, mentre si procede a sbalzi e a fiati brevi per mezze pagine, dai titoletti minimalisti, e continue béances in mezzo, a dare quasi l’idea di una pagina che potendo virerebbe al verso, lasciando la prosa del genere romanzesco. Spuntano allora gli intermezzi, ben sei, prolungati da un ultimo e da un “ultimissimo”, con clausole ironiche, che contiene le schede riassuntive relative ai personaggi, stilate dalla mano di Cicciuzza. E per un capitoletto l’autore ruba il titolo Quel che resta del giorno al romanzo di Kazuo Ishiguro. Forti e suggestive, comunque, le capacità visionarie del testo di Pellegrini, con stralci che paiono desunti dalla pittura dei macchiaioli, magari due ombrellini chiari sotto il sole, o da suggestioni di impressionisti francesi, le figurine che si perdono nella lontananza, le reti per la pesca che pendono da palafitte come bilance. E vien da pensare cosa avrebbe ricavato Luchino Visconti della “riga di vele” che biancica all’orizzonte, o dalle fogge di moda esibite alla stazione di Pisa, tra pizzi dei couturiers, tailleurs sinuosi e tweed o tout de même boriosi, da questa materia che si presta agevolmente a funzionare quale una sceneggiatura filmica.
Ora, della Duse si mette in evidenza l’odio per il trucco, a sfidare impavida l’anagrafe. E l’insofferenza per la populace, il pubblico curioso cioè o la massa dei turisti. Al massimo, i capelli avvolti nel nodo greco, che Elisa le appresta nel vestirla. Eccola in posa eccentrica, seduta a terra “alla moicana” nel leggere la posta. Qualcuno, come Volpe, ne esalta la voce di “madreperla iridescente”. E poco oltre prosegue mettendo a fuoco le sue movenze garbate, “fra affettazioni di abbandono molle e leggiadre cascaggini”. Ma qui risiede il mistero della love story tra i due. Perché D’Annunzio si sbarazza della povera Maria Cryllas, di due anni più grande, non appena costei inizia a invecchiare in tutto, non nelle “voglie”, mentre l’attrice divina ne ha cinque di più, e rivela un aspetto più sciupato come precisa la piccola Cicciuzza allorché la scorge per la prima volta. Nondimeno il 1899 si colloca ancora nel pieno del loro turbinio erotico, in quanto quasi ogni notte avviene la “stretta dei loro corpi”. Perché l’anno rappresenta il culmine della storia estetica e amorosa, rilanciata dal soggiorno estivo a Marina di Pisa, scandalo gossiparo per il popolo ingenuo dei “pescatori di Boccadarno e le lavandaie di Coltano”. Si menzionano i coiti floreali, lei che durante l’amplesso riesce a ritoccargli le palpebre con fiori, lei che lo chiama nell’intimità epistolare “Boboletto”. E il loro sodalizio, al di là dell’attrazione e del consumo (alla lettera) fisico, punta ad un progetto di rifondazione drammaturgica, negli anfiteatri antichi en plein air. Un contratto tra i due, “more than love”, in cui lei funge da Vestale. Pertanto, la loro relazione aspira ad una durata non ristretta alle piroette in camera da letto. Tanto più che è stato il poeta a battezzare l’intero sito dorato, il paese intero, le Apuane, con cromatismi accesi dal “miele di luce”, e l’aria, il vento, gli aghi dei pini, i tetti delle case, il chiarore tirrenico che splende dalla mattina alla sera “col mare immenso azzurro”. E le paranomasie che ne seguono, come “adorata”, in un contagioso profluvio di sinestesie inarrestabili dall’incalzante ritmo onirico. Eleonora ne risulta frastornata, succube sino al delirio, se lui le scrive a volte “Tu sei la mia sola consolazione”, e poi la mortifica e la esaspera e la fa sentire all’improvviso “una donna corrosa, appassita”, sino a obbligarla a pensare a soluzione estreme, come imbracciare un fucile da caccia, pronta a sparargli. Si lascia sequestrare nel frattempo dal giornalista, pur guardandolo spesso con durezza. E quest’ultimo le si presenta, sedotto dal grido “spaventoso” con cui invocava Armando nella Signora delle camelie, suo cavallo di battaglia, prima di sacrificarsi e di ingessarsi nel repertorio del Vate. E al gazzettiere confida della figlia Enrichetta, tenuta in collegio per salvarla dal teatro. Buffa intervista, se viene rilasciata in cucina, dove affamata taglia il pane e si scusa di sembrare una serva. Poi, nel consueto cambio prospettico, non appena Schneider pende commiato, lo spia dall’alto della finestra e le pare subito un becchino.
Ebbene, sullo scrittoio del Casale, Dogana Vecchia a Bocca d’Arno, affittato dalla coppia, la Divina trova i quaderni del Fuoco, “quel maledetto romanzo” che legge singhiozzando. Ne esce sgomenta e disgustata dalla storia. E queste carte vergate a mano risultavano già “corpulente” al domestico Isidoro che cercava di decifrarle considerando la vita privata del Signorino. In particolare, la figura di Giulietta Gordigiani, amica intima di Eleonora, di tredici anni più giovane, da lei quasi adottata e poi trasfigurata nella Donatella Arvale del Fuoco, e concupita (forse) dal poeta che vagheggiava triangoli di lussuria a coinvolgerla. E l’attrice qui appare inferocita per gelosia, ignorando il rifiuto della giovinetta alle seduzioni dannunziane, e le sue controproposte di un legame sororale. In realtà, i sentimenti di Eleonora erano molto più complessi di quanto ipotizzati da Pellegrini, capace com’era di amare entrambi. Qui, la vediamo invece vibrare solo di rabbia, mescolando riso a pianto, gli ossimori canonici del suo recitare in scena. E questo, al minimo rumore che poteva significare il bramato rientro di Gabriele. Ma tutti man mano che il tempo passa si interrogano e si allarmano alla ricerca dello scomparso, organizzando una sorta di caccia al tesoro. E la sua sparizione viene anche collegata al fiasco umiliante de La Gloria a Napoli, col Mercadante che era venuto giù dai fischi. Un’assenza che risucchia, quella del Poeta, onusto di guardaroba come un dandy viziato, cani di gran razza e abiti per ogni ora della giornata, goloso di gelati. Tutti in effetti non fanno altro che parlare di lui, vinti dal suo fascino, “intriso delle forze della natura” che irretisce entrambi i sessi. E tra costoro si confonde pure Pascoli, divenuto mera comparsa rispetto alle dimensioni del personaggio sparito, e di conseguenza più rapinoso. Giovanni “zitello” e misogino, Giovanni panciuto come l’amico Tenneroni, e sempre nostalgico morbidamente del loro primo incontro allorché “due confusioni si abbracciarono senza guardarsi”. Poi Gabriele si concede alla vista, perché come un’epifania lungo la battigia, nudo, coperto solo di uno straccio, appare al fido Isidoro, cui ammannisce stralci alcyonei sulla fusione tra il suo corpo e la natura divina intorno. E al suo servitore ha spiegato pure il valore di una noblesse non castale. Il fatto è che ogni tanto lo assale la smania di star da solo, indifferente alle sue vittime amorose, Eleonora compresa. Lo incalza altresì il desiderio smodato di lasciarsi morire, nell’alternanza bipolare tra esaltazione e abisso depressivo, sperando nel morso di una vipera, che poi si rivela invece una banale puntura di spina.
Alla fine, Cicciuzza ritrova il padre nel buio della notte, da cui si sente chiamare “Amore […] unico amore”. La figlia aiuta il romanzo, dal momento che opera con il suo mantra “Direbbe questo mio padre”, quale veicolo attivo a spargere lemmi del Vate, nella costante propensione alle similitudini. La casa dell’attrice, dove la piccola si reca portando i calamari offerti dalla madre, rifulge per le finestre spalancate “come un’occhiuta bimba sordomuta”. Ne esce un vocabolario cruschevole, connesso a liste anaforiche, come davanti al suono dell’acqua, che “sciacqua, sciaborda, schiocca, schianta”. Accanto a “verdicante”, sfilano in compenso vocaboli prosaici, uno “scocciato”, o uno “scatarrare”, dalla brusca pregnanza fisiologica. Del resto, è lei la forza trainante della storia, in quanto a lei si rimanda per la finzione del manoscritto ritrovato, carte “riemerse forse da un vecchio armadio”. Sua, anche, la voce narrante più genuina dal momento che riporta alla propria esperienza puerocentrica il carisma del padre, da poco arrivato in Parlamento (anche se non ci va mai per indolenza). Sì, lei pur alta solo un metro e trenta, i capelli ricciuti fino alle spalle, un misto di orgoglio e di candore. Ed è lei che osserva e giudica, un po’ guardona e impicciona, consapevole però della follia materna, “un giardino chiuso ed è una spada”, sempre nella parafrasi della lingua paterna. E poco prima c’è stato l’incontro tra Renata e la Signora, un dialogo ansimante e serrato, con l’attrice che cerca di impossessarsi della figlia della rivale, nel suo eterno bisogno di dare e di possedere allo stesso tempo. Alla fine, ritrovato sano e salvo il Poeta, gli si allestisce un banchetto celebrativo, cui la vanità gli vieta di sottrarsi. Anche se vi partecipa sogghignando e ghignando come un animale. Ma la scena gliela ruba Eleonora, nuda a sua volta, mentre guarda da una finestra Cicciuzza allontanarsi. E rivanga sulle propensioni erotiche del suo amante, il gusto feticistico per i piedi odorosi e intanto si tocca, in un onanismo liberatorio, disperato e ridente, vicino ai nidi di rondine.