Giuliano Compagno
Un frammento della grande storia

13 maggio 1981

Incontro con Alessandro Foggia, il fotografo che - casualmente - fu testimone dell'attentato a Karol Wojtyla. E fu l'unico "laico" a immortalare la scena

«In vita mia era la terza volta che mi trovavo a Piazza San Pietro di mercoledì pomeriggio. Non era un evento che mi attraesse più di tanto. I giri in circolo erano due contati; le soste dipendevano dai bambini e dai cenni del Pontefice. L’auto si fermava e lui scendeva a distribuire carezze e baci. Erano gesti che ripeteva volentieri, tanto amava sinceramente i bambini, forse perché aveva trascorso una vita a diffidare dei grandi e a penare per la crudeltà della guerra e dello sterminio. Insomma io stavo lì, in attesa, forse anche un po’ indifferente a un annunciato ripetersi di riti che i fedeli conoscevano a memoria».

Sono un po’ emozionato perché tra poco ascolterò il racconto di un dramma vissuto e ripreso da un grande fotografo italiano, che un giorno si ritrovò a pochi metri dal più grave tentato omicidio del XX secolo…

«“Alessandro Foggia, come mai qui tutto solo? Che fine hanno fatto i suoi colleghi?” Ne avevo idea, li immaginavo tutti a Viterbo, dov’era prevista una conferenza stampa per la liberazione di due ragazzine che erano state rapite e appena rilasciate. Avrei ripensato mille volte a quella circostanza assurda: che alle cinque del pomeriggio di quel 13 maggio di 45 anni fa, un solo fotografo, non vaticanista, semmai un paparazzo abituato a correre da un angolo all’altro del mondo e a inseguire segreti e isterie delle star dello spettacolo, stesse ad aspettare non sapeva cosa in un luogo e in un tempo che gli parevano immoti.

«Ciò nonostante non avevo mai nascosto la mia ammirazione nei confronti di Giovanni Paolo II. Avevo nella mente alcune immagini della sua vita, in una imbracciava un fucile, in un’altra sciava, in un’altra ancora scriveva una delle sue poesie più belle. Non la so a memoria ma l’avevo trascritta su un foglio e la rileggevo ogni tanto.

L’anima non è una foglia.
E su di sé può trattenere il sole
e insieme a lui discendere
in un arco inscindibile, al tramonto.

E laggiù lo raggiunge e rimane,
partecipando al solare declino,
e quando ancora procede il cammino,
in una lunga ombra a lui si salda –

Non spezza l’orizzonte,
nell’ansia di giorni lontani,
– ma solo sta alla porta e bussa.
Ed ecco, ha già raggiunto tutto:
ecco, ogni giorno le riporta il sole.

«Vittorio Messori ricorderà che, nominato vescovo, Karol accolse la notizia con un pizzico di distrazione perché era impegnato in una gara di canoa tra i torrenti dei monti Tatra. Più in là con gli anni andò a trovarlo a Castelgandolfo. Sua Santità si scusa e le chiede di attendere qualche minuto, gli fu detto. “Seppi poi che quel piccolo ritardo era dovuto al fatto che Giovanni Paolo II si era trattenuto un po’ di più per dare qualche altra bracciata vigorosa nella piscina che – con una primizia storica che scandalizzò qualche timorato – aveva voluto accanto alla villa estiva dei Pontefici”.

«L’avvento di un Papa polacco con un vissuto così importante ebbe in me un impatto emotivo enorme. Benché giovane ne avevo già viste tante, eppure Giovanni Paolo II mi sembrò il più grande di tutti. In lui si mescolavano simpatia umana, furbizia e un acume insuperabile. Grazie alla sua strategica intelligenza sarebbe iniziata una rivoluzione storica, e con essa un nuovo secolo. Aveva in sé la forza del perdono ma anche il coraggio di usare parole pesanti quand’era necessario. Come dimenticare la sua invettiva contro la mafia ad Agrigento? “Mafia non può calpestare questo diritto santissimo di Dio! Non si può vivere con la civiltà della morte! Lo dico ai responsabili: convertitevi!…”  Frasi che sarebbero rimaste in una memoria collettiva che lui sapeva risvegliare perché era stato un teatrante e un uomo di lotta, tra nazismo e comunismo, tra salvezza e fuga.

«A mia volta come dimenticare quei due colpi esplosi a un passo da me. Il Papa era dritto in piedi sulla Jeep, d’improvviso due spari. Quella pistola da guerra, una Browning calibro 9 Parabellum, aveva provocato dei botti così forti da riecheggiare attorno a tutta la piazza come l’eco di una morte. L’intervallo di quel tentato omicidio si comporrà di secondi che coincideranno con i 20 scatti frenetici che mi riuscirono nonostante una calca disperata e inerme… Dopo di che la papamobile che accelera, Mehmet Ali Ağca che viene braccato e io che corro come un pazzo verso Via della Conciliazione… “Fermatelo! Fermatelo!” Era la guardia svizzera a urlare contro di me e il mio rullino, che ormai eravamo inseparabili, imprendibili.

«Il giorno dopo sono a Milano. Finalmente ha smesso di piovere ma la temperatura rimaneva piuttosto rigida per essere primavera inoltrata. Alla Rizzoli, che è il mio editore di riferimento, mi accolgono con infinita curiosità. Racconto i fatti, mi ascoltano. Qualche minuto e decidono di bloccare le rotative de “La Domenica del Corriere”: smontare e rimontare tutto in una notte. Non dormirà nessuno, pazienza, perché l’indomani mattina la prima pagina annuncerà l’esclusiva mondiale di otto pagine fotografiche, “un documento unico sull’attentato al Papa”. E sotto le due istantanee che narrano il dolore di Giovanni Paolo II, quattro parole in grassetto maiuscolo: TUTTI QUEGLI ATTIMI ATROCI.

«Se mi hanno mai rinfacciato la fortuna di essere lì in quel momento? Beh, puoi immaginare… ma ascoltata da qualche collega l’ho sempre presa come una battuta di spirito, perché noi fotografi lo sappiamo bene come funziona il nostro mestiere. Quel 13 di maggio a Roma dominava una calura estiva, sembrava non dovesse accadere nulla. Stavo a Porta Pia ed ero molto incerto sul da fare ma a un certo punto pensai che forse la pubblica apparizione del Papa avrebbe potuto regalarmi una sorpresa, magari un grande attore, un’altra manifestazione pro-Walesa, un fatto di costume… E allora presi la strada più veloce: Muro torto, Lungotevere, Castel Sant’Angelo, fino a San Pietro. Avrei potuto restare a casa in attesa di suggestioni migliori, invece risposi a una chiamata molto incerta da un palcoscenico dove non succedeva quasi mai nulla di nuovo. Non fu né un merito particolare né la fortuna di un principiante, e soprattutto il fatto fu talmente tragico che accostarlo alla buona sorte mi sarebbe sembrato fuori luogo. La fortuna è una cosa seria e io, per le cose davvero fondamentali di una vita, le sarò sempre grato, ad esempio per aver incontrato Piera, che ha sopportato la mia esistenza avventurosa e spesso l’ha addirittura sostenuta, lei che era Consegnatario in Corte d’Appello e cresceva Claudio e Marco mentre trascorrevo ore in attesa che la mia preda muovesse un passo falso. D’altronde l’abilità di un paparazzo sta tutta lì, nel cercare una verità sconosciuta e ritrarla in una sola decisiva immagine. E non faccio eccezione poiché anche ai miei colleghi il caso e le circostanze hanno regalato, come a me, qualche grande soddisfazione se non quando delusioni, occasioni mancate, impercettibili anticipi o ritardi rispetto all’unico attimo valido per scattare la foto dell’anno. E a ciascuno di noi sarà accaduto di braccare un paio di fuggitivi, a 80 all’ora per le strade di Roma (negli anni del terrorismo in cui era persino pericoloso mettersi a correre) per poi trascorrere un paio d’ore nella stessa cella: gli inseguitori eravamo noi, i due che avevano tentato di seminarci erano Robert De Niro e Harvey Keitel. Sintesi di quelle giornate che non finivano mai, gli occhi che si chiudevano tardissimo, quando in giro non c’era più anima viva.

«Però quel mercoledì pomeriggio provai qualcosa di molto diverso. Mi sembrò di aver fotografato il mondo peggiore, che non guarda il volto di colui che vuole uccidere, il volto del giustiziato che non nasconde il proprio dolore terribile e forse sta cedendo all’imprevisto della morte. Quella scena atroce l’avevo messa in scena io; là mi ci aveva accompagnato qualcuno, non saprò mai chi. Però quel mercoledì notte, nel sentire che il Papa sarebbe probabilmente sopravvissuto dopo cinque ore di operazione d’urgenza, immaginai di averlo salvato anch’io, e mi venne da sorridere».

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