Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Incanto e disincanto

Quella di Giorgio Vigolo – poeta, narratore, traduttore, critico letterario e musicale – è una figura del nostro '900 poco valorizzata. Eppure i suoi libri, che si distinguono per singolarità di contenuti e raffinatezza grafica, e il suo stile sapiente, «svagato e smagato», ne testimoniano il valore

Una delle figure più penalizzate del nostro Novecento è senz’altro quella di Giorgio Vigolo, singolare poligrafo che si esercitò in svariati ambiti: dalla poesia alla prosa, dalla traduzione alla critica letteraria e musicale. L’autore romano, figlio di due musicisti, fu inizialmente sodale di Arturo Onofri con il quale ebbe l’opportunità di collaborare alla rivista «Lirica». Esordisce con la raccolta di prose intitolata La città dell’anima, incentrate su svagati, smagati vagabondaggi lungo le strade di una Roma labirintica e trasognata, ancora popolata di fantasmi secenteschi. Il volume, pubblicato dallo Studio Editoriale Romano nel 1923 (ma nel colophon figura 1922), contiene dieci disegni e una vignetta in copertina di Mario Barberis. Il libretto, non comune e piuttosto ricercato, è seguito da Canto fermo, edito da Formiggini nel 1931, che alterna poesia e prosa. Dopo Il silenzio creato, pubblicato nel 1934 nella collana dei “Quaderni di Novissima” diretta da Giuseppe Ungaretti e Raffaele Contu in tiratura limitata, Vigolo approda l’anno successivo al Conclave dei sogni, raccolta poetica che si distingue per il formato grande e la raffinatezza grafica. Pubblicata dalla Società Editrice di «Novissima» di Roma in una tiratura non dichiarata, la silloge misura cm. 29 x 21 e consta di 104 pagine, con un costo riportato in quarta di copertina di dieci lire. In copertina, oltre al titolo e al nome dell’autore impressi in alto e ai dati editoriali in basso, campeggia un fregio rappresentante una figura femminile (una ninfa?) che si abbevera vicino a un arbusto. Si può rintracciare un buon esemplare di questo titolo tra i 250 e i 350 euro.

La raccolta confluirà in Linea della vita nello “Specchio” mondadoriano nel 1949, insieme ad altri testi poetici, con una nota al risvolto di Carlo Betocchi. La grafica della collana è quella della prima fase, con il particolare tratto da un dipinto del Bronzino in copertina e il pergamino protettivo. Oltre alla tiratura ordinaria esistono anche 89 copie firmate dall’autore su carta uso mano Miliani di Fabriano. Nella stessa autorevole collana seguiranno nel 1967 l’antologia La luce ricorda e, un decennio più tardi, la struggente I fantasmi di pietra che rappresenta una sorta di elegiaco commiato dall’esistenza, con momenti intensi e rilevanti, come la poesia intitolata Questa Roma: «Questa Roma, questa Roma / come l’ho amata, / come la ho posseduta / e me ne sono invasa la memoria! / Come me la sono stampata / nei sogni, fino ad averne / le stimmate / delle strade nel palmo della mano». Osserva con acume M.F. (Marco Forti) nella nota presente in quarta di copertina: «Ci si rende conto di come, accolte una volta per tutte le proposte del grande decadentismo europeo, soprattutto di matrice tedesca, egli sia riuscito a calarne le suggestioni in una sua Roma metastorica e metafisica, in cui una cappa ricorrente di scirocco e di buio non impedisce che si generino sofferte ma autentiche agnizioni, improvvisi e talvolta accecanti sprazzi di luce che, per un istante, ne sfaldano i contorni». Ma non si dimentichi Canto del destino, accolta nella collana di poesia di Neri Pozza nel 1959 con la quale Vigolo si aggiudicò il Premio Marzotto (da citare anche la storica curatela dei Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli apparsi in tre tomi per Mondadori nel 1952, accompagnata ai due volumi del Genio del Belli editi da Il Saggiatore nel 1963).

Un discorso a parte meritano le prose che prendono abbrivio proprio dall’incanto per una Roma fantasmagorica e sfuggente, dove le esperienze architettoniche del Borromini e del Bernini si coniugano a una ricerca d’assoluto che assume esiti inconfondibili. Qui il primigenio retaggio romantico tedesco (la Weltliteratur goethiana, ma soprattutto Hölderlin di cui fu finissimo interprete) coniugato alla grande lezione simbolista scaturita da Baudelaire e Rimbaud, invisa al calligrafismo mallarmeano permeato di funambolismi criptici così caro agli ermetici (Ungaretti e Luzi in primis), si sbilancia verso approdi compositi e composti, di taglio delirante ed esaltato, che si pone in antitesi con le combinazioni fonetiche neo-sperimentali nonché con il coevo supporto di una koinè quotidiana inserita in un contesto ibrido quale quello sereniano.

In quest’ambito si susseguiranno le prose incantevoli de Le notti romane e Spettro solare, dittico fantastico che conferma il suo trasporto per Roma, presentato da Bompiani rispettivamente nel 1960 e nel 1973 (da ricordare anche i libri apparsi, a cura di Pietro Cimatti, per l’Editoriale Nuova: il romanzo breve La Virgilia e, postumo, La vita del beato Piroleo). Un ultimo cenno merita la raccolta poetica La fame degli occhi, uscita sottotraccia per le Edizioni Florida nel 1982 in 500 copie, con una copertina che presenta un disegno ricavato da un manoscritto della Passio S. Margaritae Virginis contenuto presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze. Trecento di questi esemplari risultano «colorati a mano», operazione non dichiarata nel colophon ma in un timbretto apposito. Si tratta di una sorta di testamento poetico, in cui il poeta stesso intraprende «il conto alla rovescia / dei residui giorni / che da vivere ancora mi rimangono».

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