Una storia di famiglia
Un saluto
«E lei non può che ripensare al laicismo ostentato dal padre armatore, quand’era giovane, comprese le bestemmie saettate a bocca spalancata, tanto per ferire la moglie bigotta»...
Si avvicina con tremore al gruppo. Ne avverte da subito l’ostilità dai piccoli moti delle teste o dai sospiri esasperati. Il cognato, l’ingegnere che le pare adesso ancora più alto e inesorabile, sussurra “Ci mancava anche lei”. Loro stanno seduti vicino all’imponente porta di noce, che immette nella camera da letto, dove il vecchio sta morendo. Il secondo infarto non lascia speranze. Se ne rende conto pure il malato, pare, tutt’ora ben vigile. E lei sa che se solo prova ad entrarci, le sbarrerebbero all’istante il passo. Sono informati però, lor signori, che lei si è presentata là, nella grande casa che un tempo era anche sua, solo perché la nipote Sissi le ha lasciato un freddo vocale sul cellulare per dirle che il nonno aveva chiesto di lei. E allora si è messa in moto, aereo treno taxi ed ora eccola là, imbarazzata ma sempre pronta a scattare con l’abituale orgoglio, ad andarsene via sbattendo la porta. Si è preparata nondimeno tre situazioni, nel caso le permettano l’accesso e le consentano di vedere il padre che tre anni prima l’aveva maledetta e cacciata di casa. In ginocchio e piangente, a chiedere scusa: ipotesi difficile, ma plausibile se le circostanze la giustificano. Oppure, a spiegargli per la prima e ultima volta, vista la situazione, che la sua compagna è una persona per bene, che non si droga e non si riempie di tatuaggi (cui il vecchio è allergico in maniera ossessiva). Infine, quale terzo scenario, confessargli che la stessa compagna è scappata, che non stanno più insieme, che la loro tempestosa relazione è scoppiata, e dunque la causa dell’antica maledizione è venuta meno. Capisce subito comunque che sarà difficile superare quella barriera umana. La sorella, tanto più grande di lei, il cognato e la zia le voltano ora le spalle, quasi fosse un’appestata. L’hanno salutata con un breve cenno infastidito, da lei ricambiato con uno sguardo stanco. Si chiede perché si sia trascinata fin là, al semplice messaggio vocale della nipote. Nondimeno, ogni tanto si voltano a lanciarle occhiate di paura e di disprezzo, sorpresi dal suo arrivo. Evidentemente, è stata un’iniziativa della ragazzina. Capaci, in caso, di domande aggressive. Sente forse odore di eredità? Ha in mente di fare qualche qualche regalino importante alla sua amante, sperando sia la stessa? Le ribadirebbero il suo stato di figlia diseredata, dai, chiaro, quota legittima o meno. Perché lei è solo il rimanente di quanto resta. Venduto il palazzo, e a parte la casa a Cortina assegnata alla primogenita devota come quota disponibile, sissignora. Bisogna vedere cosa resta, insomma. Pratica lunga. Ma a lei basterebbe sfiorargli le gote mal rasate, che un tempo mandavano l’aroma irresistibile di un dopo barba al pino silvestre che la commuoveva ogni volta. Bisogna vedere cosa resta. Le sente nell’aria quelle parole che la esasperano. Il cognato, in particolare, la fissa con labbra livide, e lei si ricorda con orrore la notte in cui sentiva le loro voci, di lui e di sua sorella, nella camera a fianco della sua, quando l’ingegnere si chiedeva a voce alta, forse per farsi sentire, come facevano tecnicamente due donne in quei momenti. Gli uomini si capisce, hanno attrezzi per penetrarsi, ma le donne come operano? E poi aveva aggiunto un commento sulla sua scelta di vivere ad Amsterdam. “Amsterdam, capisci, l’originalità. Amsterdam, dove stanno tutte quelle là. E come fa con il lavoro? La mantiene l’amichetta?”. Ma erano possibili nel terzo millennio e in una città del nord Italia ancora simili crociate? Per un attimo ha provato l’impulso squassante di irrompere nella loro camera eterosessuale sbroccando “Ingegnere, sei gay, vero? Quand’è che ti decidi a dirlo? E poi, tranquillo, me nessuno mi ha mai mantenuto. Dillo a mia sorella, questo”. Si è morsa la lingua e ha bloccato la scena. In effetti, poi, l’hanno bandita tutti, dalla famiglia, nessuno ha provato a difenderla. Era amore vero il suo, invece, e grande. È bastata dunque un’agonia per cancellare, almeno in lei, episodi penosi e umilianti? Ed ecco, sgusciata dentro come di nascosto, Sissi, nella sua banalità bionda, che si siede vicino alla mamma, mancano poltrone, mentre lei, ospite indesiderata, resta in piedi. La ragazza, che ha provocato il contatto, forse pentita, finge di ignorarla e chiacchiera a bassa voce con la signora. In passato, la ragazza quasi sua coetanea, era stata compagna di giochi e complice di antiche confidenze, adesso estranea, ben schierata con la famiglia, nonostante l’incongruo gesto. Allora lei, per reagire al disagio, le chiede in un sussurro, rischiando di non farsi sentire “Ma non passano più i medici?”. E la ragazza guardandola in modo che fosse chiaro quanto disapprovava la sua vita, le sibila svogliata “Tra poco, calma, vengono tra poco”, girando subito dopo il capo, a cercar protezione nella madre. La sorella, che in passato si era spinta a chiarirle come non gradissero più che lei frequentasse la “loro bambina”, ordine esplicito del marito, pare una statua, tutta tesa verso la porta, la mano stretta in quella dell’Ingegnere, solidale e fiero di essere lui in fondo la colonna naturale di quella disgraziata famiglia. “A te niente, niente! Piuttosto la tua quota me lo gioco al casinò”, le aveva assicurato suo padre la mattina dello scontro e della separazione definitiva e della sua uscita da casa.
Niente medici, nel frattempo. Solo un prete esangue, seguito da un chierichetto, entra trafelato e si dirige nella camera da letto, con il gruppo che si inchina compunto al suo passaggio. E lei non può che ripensare al laicismo ostentato dal padre armatore, quand’era giovane, comprese le bestemmie saettate a bocca spalancata, tanto per ferire la moglie bigotta. Lo intravede, ora vecchio e già composto in una posa funebre, oltre la porta all’improvviso lasciata socchiusa da una grossa infermiera che regge asciugamani e da una giovane camerierina timida. A questo punto, capisce che è il venuto il momento. Fissa da lontano il padre immobile nel lettone matrimoniale, dove da bambinella dormiva spesso in mezzo. Del resto era la secondogenita, nata quasi quindici anni dopo la sorella, e a lungo ha presunto di essere la favorita. Ma quando è morta la madre, clima e gerarchie in casa sono mutati. “Adesso entro. Ho viaggiato una giornata intera. Mi basta salutarlo per un secondo. Chiaro?”. Stringe i pugni a esprimere determinazione. Disposta a lottare anche fisicamente, se occorre. La sorella alza un braccio, risoluta a resistere, e insieme a impedire al marito gesti scomposti. “Prima lo avvertiamo noi che ci sei, poi vediamo se lui è d’accordo. È ancora perfettamente lucido”. Lei sente cascarle addosso tutta la stanchezza di quei giorni desolati e cupi. Occupa in compenso una poltrona, quasi una rivincita rispetto a poco fa. Vede la donna avvicinarsi al padre, dopo aver chiesto al prete il permesso. Si china sul vecchio, sempre immobile, e lei si scopre così al centro dell’evento, additata dal gruppo entrato e appostato ai bordi della grande stanza, come un arazzo nobiliare. Persino il prete e il chierichetto la osservano curiosi. Ma non dovrebbe la religione perorare il perdono? lei si chiede caustica. Poi, una voce che un tempo sapeva essere possente e devastante si leva dal giaciglio e tutti ascoltano la sentenza: “Niente troie a casa mia”. Lei afferra di slancio la borsa a tracolla, messa a terra nell’attesa, e corre verso l’uscita. Solo la Sissi prova a fermarla, perché le grida dietro “Dai, zia, non è detto. Magari poi cambia. Fermati. Aveva chiesto di te, l’altro giorno”, ma lei intanto è già arrivata al portone del palazzo. Per non impazzire, per non crollare sotto il peso di tanta ingiustizia, controlla sul cellulare gli orari dei treni per riportarla all’aeroporto. Si rende conto di quanto sia incongrua una partenza immediata, con il rischio di dover volare di nuovo per l’eventuale funerale. Eppure non può far altro. Ma sarà difficile tornare lunedì mattina nella grande agenzia immobiliare di Amsterdam, dove sudando, specie per le tante lingue, s’è fatta in tutti quegli anni una “bella posizione”, e informare i colleghi curiosi che non ha potuto salutare suo padre. E allo stesso tempo sarà arduo sapere che la sera Claudia mancherà al richiamo (questa volta la rottura è davvero definitiva) nell’appartamentino pieno di luce e di libri, col terrazzino sporgente sul canale tranquillo, dove la mattina tenendosi per mano sorseggiavano il caffè.
La fotografia accanto al titolo è di Deborah Raimo.