L'Italia dei poteri nascosti
Il caso Pasolini 2026
La Procura di Roma ha riaperto le indagini sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini dopo 51 anni. Una orrenda storia di poteri e depistaggi: troppe contraddizioni macchiano la versione "ufficiale"
Tra i tanti documenti che l’avvocato Stefano Maccioni ha presentato alla Procura di Roma – che ha riaperto le indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini – c’è anche un filmato custodito dalle teche della Rai in cui Lello Bersani, il famoso giornalista che si occupava del mondo dello spettacolo, legge al Telegiornale il verbale della deposizione di Pino Pelosi nei giorni successivi il suo arresto con l’accusa di aver ucciso l’intellettuale friulano. Era materiale coperto dal segreto istruttorio ed invece venne fatto arrivare nelle redazioni dei giornali e della Rai affinché non vi fossero dubbi: Pelosi era il solo colpevole di quell’orrendo delitto conseguenza di un incontro occasionale alla stazione Termini tra il poeta e il ragazzo, «una marchetta da 20 mila lire…», la brutta serata di un omosessuale che se l’era andata a cercare. Molto materiale che vedemmo e leggemmo all’epoca era spazzatura, bufale ben confezionate, oggi si direbbero fake news.
A metà degli anni Settanta alla Rai lavoravano personaggi che poi verranno ritrovati negli elenchi della P2 di Licio Gelli. E i depistaggi erano il pane quotidiano di quanti – poteri politici e finanziari – avevano come obiettivo di indirizzare il Paese verso una deriva autoritaria. Stragi e delitti, trame e agenti segreti hanno fatto da filo conduttore alla malastoria italiana degli anni Sessanta e Settanta. Pasolini maneggiava del materiale esplosivo, aveva fatto capire con i suoi articoli sul “Corriere della Sera” di essere a conoscenza di inquietanti retroscena («…Io so …i nomi della strage di Milano …io so i nomi del gruppo di potenti …io so …ma non ho le prove …non ho nemmeno indizi…»).
Nemmeno noi abbiamo le prove che Pasolini sia stato ucciso perché stesse per rivelare qualcosa. Ma molti indizi sì. Per questo l’avvocato Maccioni prova per la terza volta a riscrivere la storia del delitto e a individuare chi ha orchestrato la messinscena all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre del 1975. Nel suo dossier ha infilato anche immagini di vecchi filmati fatti dalla Rai.
Sono trascorsi 51 anni, oltre mezzo secolo. Pare di udire le lamentazioni di chi dice: ancora con questa roba! Qualcuno di quelli che poi corre a ubriacarsi delle ultime notizie – che non sono mai ultime – sul delitto di Garlasco. E prendere atto di quei giornalisti che usano i tasti del computer, una volta si sarebbe detto la penna, come un fioretto per fare del brillante sarcasmo tirando in ballo l’assassinio di Trotsky (Maurizio Crippa sul “Foglio”); oppure scrivendo che qualche giudice vuole conquistare i titoli sui giornali (Mario Giordano sulla “Verità”). Una vecchia battuta che viene tirata fuori quando la vicenda giudiziaria non collima con le proprie idee.
A destra, Pasolini resta, oltre che un frocio, un grande rompicoglioni visionario e comunista. Ipotizzare che l’assassinio dello scrittore e regista possa essere maturato in ambienti di estrema destra, un insieme di cose tra politica, criminalità e poteri economici è, appunto, una fantasticheria politica, un romanzo enigmistico o un incubo notturno. L’incubo sarebbe stato Petrolio, l’abbozzo di romanzo, il j’accuse di Pasolini contro Cefis e l’Eni, uno scritto da far suicidare l’editore più che il movente per ucciderlo: così sbeffeggia Crippa. Ma si possono ridurre quel delitto e la vicenda giudiziaria ad uno scontro tra tifoserie politiche? O a un gioco di parole, un calembour, una battuta?
Maccioni provò a riaprire il caso già nel 2010 ma dopo cinque anni di indagini il fascicolo venne chiuso, archiviato. Poi quattro anni fa ci ha riprovato (ne parlammo su Succedeoggi, qui l’articolo) ma a novembre 2023 il pm Francesco Minisci disse che gli spunti forniti non erano «idonei a consentire l’attivazione della procedura di riapertura delle indagini». Un’altra porta sbattuta in faccia. Pino Pelosi resta l’unico colpevole della morte di Pasolini. Questo dicono le sentenze, questo dicono le bocciature successive. Anche se nel corso di questo mezzo secolo una cosa è emersa dal profondo dell’abisso di quel fatto brutale e feroce, una matassa intrisa di sangue ingarbugliata e confusa, forse una macchinazione come la chiamò David Grieco che continua a cercare la verità come amico e raccontatore di Pasolini. Da tempo, nessuno crede più che Pino Pelosi detto la Rana abbia agito da solo. Lo confessò lui stesso tra mille contorsioni e contraddizioni. Lo ha stabilito la Commissione Antimafia che ha ritenuto che il delitto possa essere ricondotto al furto delle pizze del film Salò e che nell’omicidio ci siano di mezzo personaggi della malavita romana. Lo scrisse Oriana Fallaci già nei giorni successivi al drammatico fatto. Lo dicono i mille indizi ed errori, chiamiamoli così, delle indagini fatte in maniera sbrigativa e superficiale. Lo afferma la prima sentenza, quella del Tribunale dei minori – Pelosi aveva 17 anni quando avvenne l’assassinio – che tra l’altro sottolinea: «…Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo…». E più avanti: «…Sulla base dei numerosi elementi di prova raccolti deve pertanto ritenersi non attendibile la versione dei fatti prospettata dall’imputato. E invece è accertato che il Pasolini subì un’aggressione da parte di più persone restate sconosciute…». E tali sono rimaste, sconosciute.
Non si riesce ad andare oltre: i successivi gradi di giudizio – dopo il Tribunale dei minori presieduto da Alfredo Carlo Moro che condannò a oltre 9 anni di carcere Pelosi – hanno sancito che Pino non aveva avuto complici. Eppure molti sapevano che lo scrittore e il suo assassino si conoscevano già da qualche tempo. Lo sapeva anche Ninetto Davoli, che però non ha mai voluto dire nulla su questo punto, rafforzando la tesi che si fosse trattato di una serata sbagliata, di un incontro casuale. Pasolini non rimorchiò nessuno nei pressi della stazione Termini, con Pelosi aveva una relazione da mesi ed è probabile che i due si fossero dati un appuntamento.
Adesso la pm Silvia Santucci ha riaperto il fascicolo, ha detto ai carabinieri di fare ulteriori indagini e di riguardarsi le cose passate. L’avvocato Maccioni – che agisce per conto dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, dello stesso Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti – ha depositato una nuova istanza. Che conterrebbe anche una testimonianza inedita, forse un poliziotto o forse un carabiniere oramai in pensione (ma potrebbero essere altri personaggi) sulle prime indagini.
I protagonisti dell’orribile vicenda sono quasi tutti scomparsi, a cominciare da Pelosi. E questo rende ancora più complicate le cose. È probabile che sia morto anche qualcuno che partecipò al delitto, la cosiddetta manovalanza raccattata tra la mala romana e ambienti neofascisti. E lassù, tra gli eventuali ispiratori e mandanti, sarà successa la stessa cosa. Ma la morte non può essere una buona ragione per non rendere giustizia a Pasolini.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.