Mimmo Stolfi
A proposito di «A Whole System Of»

Le forme della libertà

Il nuovo album in duo del pianista Matthew Shipp e del contrabbassista William Parker è una ricognizione perfetta della nuova improvvisazione jazzistica

Il pianoforte disegna una linea discendente, mentre l’archetto del contrabbasso le si muove accanto. Le note gravi della mano sinistra di Matthew Shipp danno peso al percorso, senza sottrarre spazio a William Parker, che può seguire il proprio impulso e deviarlo. L’inizio di Deeper Fields introduce così una conversazione nella quale ciascuno dei due musicisti interviene sulle idee dell’altro. La musica cresce fino a un culmine fragoroso, mantenendo riconoscibile il filo da cui è partita.

È una buona porta d’ingresso in A Whole System Of, quarto album in duo del pianista e del contrabbassista americani, in uscita per Tao Forms. I due si conoscono dai primi anni Ottanta, quando Shipp arrivò a New York e cercò Parker, già vicino a figure come Cecil Taylor e Don Cherry. In seguito, avrebbero condiviso l’esperienza del quartetto di David S. Ware, una delle formazioni più importanti del jazz d’avanguardia degli anni Novanta e Duemila. Nel gruppo del sassofonista, il pianoforte di Shipp e il contrabbasso di Parker prendevano parte a un’esplorazione collettiva capace di raggiungere una forza travolgente. Ascoltarli in duo significa ritrovarli in uno spazio diverso, dove ogni intervento acquista un rilievo particolare. Il pianista può occupare il registro grave senza costringere Parker a restarvi; il contrabbassista può allontanarsi dalla pulsazione e cercare una propria linea, con l’archetto o pizzicando le corde. Le funzioni si scambiano, talvolta si sovrappongono, seguendo le esigenze del momento.

La lunga frequentazione potrebbe suggerire un’intesa fatta di risposte già pronte. In queste sei improvvisazioni accade qualcosa di più interessante: la conoscenza reciproca permette ai musicisti di riconoscere le possibilità contenute in un frammento e di seguirlo anche quando prende una direzione inattesa. Una figura ritorna con un accento diverso, un cambio di passo suggerisce un nuovo percorso, il contrabbasso lascia la funzione di sostegno per assumere la guida del discorso.

Shipp ha descritto la composizione e l’improvvisazione come forme di disciplina legate fra loro. L’idea aiuta ad avvicinarsi a questa musica: la libertà di scegliere che cosa suonare implica anche la capacità di dare conseguenza a quella scelta. Una frase appena accennata può diventare il punto di partenza di uno sviluppo più ampio, oppure essere lasciata cadere per seguire ciò che propone l’altro. L’attenzione si concentra su questi passaggi, sul modo in cui un’idea viene raccolta e trasformata.

In Notions of Order il pianoforte si muove in un territorio che conserva tracce del jazz moderno, mentre Parker pizzica le corde e alimenta una pulsazione mobile. Lo swing affiora senza imporsi come una griglia, è più una qualità del fraseggio e un modo di dare slancio alle note. I due riprendono e modificano brevi idee melodiche, lasciando che siano queste a orientare il brano.

Il titolo A Whole System Of rimane sospeso, come se mancasse la parola destinata a completarlo. Si può leggere anche così: il sistema è quello che i due musicisti mettono alla prova ogni volta che suonano insieme, un insieme di relazioni capace di cambiare dall’interno. Nel brano omonimo una scansione iniziale marcata lascia posto a un movimento più vicino allo swing, poi la musica rallenta e il contrabbasso acquista maggiore rilievo, mentre Shipp dirada accordi e frasi. Il passaggio da un episodio all’altro segue le possibilità che emergono dal dialogo.

L’alternanza fra questi momenti rende evidente quanto il duo possa cambiare carattere senza perdere unità. La pulsazione iniziale dà agli strumenti un terreno comune; quando si allenta, il contrabbasso trova spazio per avanzare e il pianoforte modifica la propria presenza. A tenere insieme i passaggi è l’attenzione con cui i due seguono il movimento della musica.

In The Essential Blue Note è Parker ad aprire da solo. L’ingresso del pianoforte introduce accordi che richiamano il blues, subito sottoposti a spostamenti e frammentazioni. La familiarità di quel linguaggio rimane percepibile anche quando le frasi si fanno più rade e i silenzi acquistano spazio. Shipp e Parker sembrano soffermarsi su un’eredità comune, osservandola da angolazioni diverse.

Il blues emerge come una memoria custodita nel fraseggio. Gli accordi ne suggeriscono il colore, poi le pause e le frasi spezzate allontanano il brano da un andamento prevedibile. Anche la rarefazione della parte finale contribuisce a questa impressione: Shipp e Parker lasciano che le note si separino, dando a ciascuna il tempo di farsi ascoltare. La forza dell’attacco di Wave Light non Form, con gli accordi del pianoforte e la risposta del contrabbasso, riporta in primo piano il lato più impetuoso del duo. Anche qui le variazioni di dinamica contano quanto la pressione del suono: le pause interrompono la corsa e rendono più incisive le ripartenze.

L’uscita del disco coincide con la ristampa di Zo, il primo, magnifico, album che Shipp e Parker incisero in duo, pubblicato nel 1994. Fra i due lavori si distendono più di trent’anni di musica, progetti individuali e collaborazioni. Il nuovo incontro lascia sentire il peso di quella storia senza trasformarla in una celebrazione. Sono ancora le scelte compiute nel momento in cui suonano a tenere aperta la conversazione.


Nella fotografia accanto al titolo (di Dirk Neven), il pianista Matthew Shipp.

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