Diario di una spettatrice
La banalità del mostro
Il nuovo film del coreano Na Hong-jin è un concentrato di luoghi comuni e tecnologia. Ma riesce ad appassionare lo spettatore (specie se è un accanito cinefilo)
Per godersi il cinema di Na Hong-jin (e in generale credo di tutti i registi coreani) bisogna lasciarsi andare senza pensare di sottoporlo ai tradizionali criteri di giudizio che valgono per altre cinematografie, a cominciare da quella europea. La premessa vale in particolare per Hope, quarto lungometraggio da lui scritto e diretto, presentato quest’anno in concorso a Cannes sorprendendo i molti che considerano B movie questo tipo di film, un misto di azione, thriller, horror e fantascienza in cui la tecnologia digitale ha un peso determinante. Ma forse vale la pena ricordare che Sergio Leone, uno dei più grandi registi di sempre e amatissimo a Cannes, non fu mai in concorso sulla Croisette.
Potrei sintetizzare Hope con le parole del regista italiano che più assomiglia a Na Hong-ji, Gabriele Mainetti (autore di tre titoli apprezzati dal grande pubblico: Lo chiamavano Jeeg Robot, Freaks out, La città proibita): “è un film sul coraggio di affrontare qualcosa di più grande dell’umano restando coi piedi per terra”. Come? Attraverso personaggi che incarnano i più classici dei perdenti: il poliziotto imbranato che è l’unico a non vedere il mostro, l’idiota del villaggio che scopriremo essere la causa scatenante dell’inferno, il vecchio raccoglitore di ginseng che davanti al mostro ha un attacco di diarrea, i cittadini zotici che pensano di affrontare gli alieni come in una battuta di caccia e appena possono si rimpinzano di cibo. È la banalità della vita quotidiana catapultata dentro una storia che non è certo letteratura, infatti si racconta in due battute, è appunto azione, thriller, horror, fantascienza shakerate e reinventate dalla tecnologia digitale al computer. È la dimensione esagerata dell’immaginario che solo il cinema sa creare.
In un villaggio popolato da piccoli allevatori, contadini e commercianti che si chiama Hope Harbour (letteralmente il porto della speranza) e si trova nei pressi della zona demilitarizzata al confine con la Corea del Nord, succedono fatti inspiegabili. Il poliziotto a capo del comando locale (il bravissimo Hwang Jung-min) cerca di capire cosa ha dilaniato una mucca mentre intorno a lui fioccano le interpretazioni più sballate: è stato un orso, no, una tigre, le tigri arrivano dalla Siberia e scavalcano il confine senza saltare sui campi minati. Mentre lui riflette perplesso, in lontananza si odono esplosioni, si alzano colonne di fumo, le case si scoperchiano, piovono automobili, piovono cadaveri. Un’entità sovrumana sta distruggendo il villaggio e i suoi abitanti.
I primi 50 minuti del film sono un capolavoro, una scena d’apertura interminabile girata col cuore in gola tra le macerie del villaggio, in cui il “mostro” resta fuori campo, la sua apparizione è continuamente rimandata e gli abitanti sprovveduti guidati da un poliziotto imbranato e tremolante lo inseguono senza mai vederlo, mentre la tensione cresce mano a mano che la scena si riempie di cadaveri. Siamo in un western in cui lo sceriffo guida un manipolo di volontari a caccia del cattivo e tutti si danno da fare come possono, c’è una vecchia che infila caricatori in un fucile mitragliatore come pelasse patate. Al cinquantesimo minuto il mostro, ovvero l’alieno, finalmente appare e inizia lo scontro.
Da qui in poi, per altri 110 minuti, non resta che arrendersi agli inseguimenti infiniti, alle corse da infarto, alla ripetizione delle scene, allo stupore, al divertimento, al gioco, alla violenza e all’ignoranza, in questo film si ride molto. Perché qui non ci sono i supereroi, il racconto cinematografico esplode nell’ironia esilarante dei dialoghi demenziali in cui tutti sono terribilmente incazzati con gli alieni che non si capisce perché sono sbarcati proprio sul confine tra le due Coree, qui non siamo in “Incontri ravvicinati del terzo tipo” in cui umani ed extraterrestri volevano dialogare, al diavolo il dialogo, qui c’è da salvarsi la pelle.
Questo è il cinema coreano, esagerato, scorretto, sopra le righe. La delusione riguarda semmai la tecnica grafica utilizzata dal regista per rappresentare gli alieni: il galoppo sgangherato del primo mostro evoca il lupo mannaro della saga di Harry Potter, Michael Fassbender che incarna il gigantesco Ma’veyyo ha la faccia di Voldemort, Alicia Vikander che è la regina J’aur è identica a Neytiri nell’universo di Avatar, insomma le immagini digitali sembrano sottintendere riferimenti datati. Una scelta intenzionale?
Ma c’è la scena clou dell’uccisione dell’alieno più tenace, dopo un inseguimento senza fine, che è un inno alla storia del cinema: quando il proiettile-bomba gli esplode in bocca al rallentatore rivediamo “Lo squalo” di Steven Spielberg ma anche la furia disperata di Gregory Peck in “Moby Dick”, è la scena che vale il film. Anche perché subito dopo arriva la sorpresa che non ti aspetti e in cui c’è tutta l’ironia di Spielberg in Indiana Jones.
Il finale interrotto annuncia il sequel che verrà, il regista ha già pronta la sceneggiatura. Quel villaggio di antieroi sgarrupati al confine con la Corea del Nord dove gli extraterrestri sono atterrati non si sa neanche perché, diventerà dunque una saga. Ma lo spettatore sa già che niente sarà all’altezza di questo primo, esagerato film.