Diario di una spettatrice
Beckett alla Moneda
Un'ironia amara e un po' surreale contraddistingue il nuovo film di Martin McDonagh con John Malkovich: un racconto che abbraccia la Cia, il Cile e l'apocalisse
L’inizio è struggente, soprattutto per chi ricorda quei giorni. Santiago del Cile 1973, qualche settimana prima del golpe dell’11 settembre. Il presidente Salvador Allende parla alla folla che riempie Plaza de La Constitución mentre la voce di Violeta Parra canta “Gracias a la vida que me ha dado tanto”. Stop ai filmati d’epoca, inizia Wild horse nine, ovvero la storia di due agenti della CIA che si trovano proprio in quei giorni a Santiago, certamente non per caso.
Il nuovo film scritto e diretto dal regista britannico di origini irlandesi Martin McDonagh è assolutamente imperdibile. Per almeno tre buone ragioni. Innanzitutto il tono della narrazione inaspettatamente ironico, da degno erede di Samuel Beckett quale Martin McDonagh è, una sceneggiatura surreale e svagata che produce dialoghi esilaranti e riflessioni profondissime. In secondo luogo c’è l’ambientazione altrettanto inattesa (l’Isola di Pasqua ovvero Rapa Nui, come la chiamano gli indigeni, con le sue gigantesche teste), fotografata da Ben Davis, il direttore della fotografia che ancora una volta affianca il regista, con inquadrature di grande suggestione che allargano l’orizzonte all’infinito. Infine c’è il cast strepitoso, su tutti John Malkovich che per l’interpretazione dell’agente Chris Carlisle ha vinto la Coppa Volpi a Venezia.
Una battuta sul titolo. Wild horse nine contiene un’espressione popolare inglese, “wild horse”, cioè cavallo selvaggio, che indica una forza travolgente cui è impossibile sottrarsi. Questa forza è armata con una calibro nove.
Una premessa prima di entrare nella storia. È cruciale tenere presente l’arco temporale cui fa riferimento il film: è il decennio che va dal 22 novembre 1963 (assassinio di J. F. Kennedy) all’11 settembre 1973 (golpe in Cile). È negli anni che intercorrono tra questi due eventi drammatici che il regista individua il tempo storico in cui la democrazia occidentale, nello specifico la democrazia americana, ha perso l’occasione di cambiare il mondo in meglio. È l’inizio di una deriva le cui conseguenze arrivano fino al nostro buio presente.
La storia inizia in un bar di Santiago, nell’aria si respira l’euforia del primo stato sudamericano con un presidente marxista eletto democraticamente. Chris Carlisle (John Malkovich) e il collega e amico Lee Chesterfield (Sam Rockwell) bevono un drink scambiando al telefono battute con un tizio denominato M.J. (Steve Buscemi) che si rivelerà essere il responsabile di tutti gli interventi della CIA in America Latina (la cosiddetta Operazione Condor). I due agenti stanno per recarsi in aeroporto e prendersi una breve vacanza nell’Isola di Pasqua, forse perché là deve succedere qualcosa, forse per crearsi un alibi quando scoppierà l’inferno a Santiago con il golpe da loro stessi preparato. I due si conoscono da sempre, hanno lavorato insieme in molte operazioni che hanno affondato regimi democratici nei cinque continenti, dall’Indonesia alla Cecoslovacchia fino all’assassinio del presidente Lumumba in Congo. Chris è una leggenda nella CIA, è stato il regista di golpe che hanno destabilizzato lo scenario internazionale, molti pensano che fosse lui quel tiratore scelto mai identificato che sparò alla testa del presidente Kennedy a Dallas con un fucile di precisione che non fu mai ritrovato. Lo pensa anche M.J. che vuole recuperare a tutti i costi l’arma che sa in suo possesso.
Il golpe in Cile è l’ultima missione di Chris, ha 72 anni ed è malato terminale di cancro, inoltre il suo eloquio incerto e gli improvvisi vuoti di memoria rivelano un Alzheimer in stadio avanzato. Ben presto lo spettatore scoprirà perché i due agenti stanno volando a Rapa Nui: Chris ha chiesto a Lee (ma l’ha dimenticato) di sparargli quando pronuncerà la parola d’ordine “Arkansas”, lui non vuole suicidarsi perché, nonostante la sua carriera di killer, è cattolico, perciò l’ha chiesto all’amico che è un professionista e sa come si fa.
In aeroporto gli agenti incontrano due ragazze, Alicia e Monica, entusiaste sostenitrici di Allende. Sghignazzando Chris annuncia loro i dettagli dell’apocalisse che sta per abbattersi sul Cile sconsigliando di tornare a Santiago, mentre Lee tenta come può di smentire. Gli agenti ritroveranno le ragazze sull’Isola di Pasqua ed entrambe avranno un ruolo non secondario nella storia, schierate su fronti opposti.
Non rivelerò nient’altro dei numerosi colpi di scena che si susseguono nel film e che preparano lo spettatore al finale dolce amaro. Mi limito a segnalare tre scelte della sceneggiatura particolarmente poetiche.
– Chris vuole scrivere la sua autobiografia e dice che un’autobiografia non comincia mai dall’inizio, neppure per un agente della CIA. Così inizia dai dinosauri, una trovata surreale degna di Beckett.
– C’è il cammeo di Tom Waits nei panni sdruciti del fratello che Chris non sente da anni e a cui chiede se ha mai dedicato una canzone a un cavallo. Commovente.
– C’è infine il biglietto che Chris lascia a Lee: forse avrei dovuto uccidere meno persone e passare più tempo coi cavalli.
“Wild horse nine” può sembrare un film che si propone di sbeffeggiare la Storia raccontata dai cattivi. Ma è davvero così? Ci sono almeno due elementi che collegano questo film al precedente Gli spiriti dell’isola del 2022: in entrambi ci sono due protagonisti, anzi un protagonista e una spalla, e in entrambi tutto avviene nello spazio limitato di un’isola, Rapa Nui e l’immaginaria Inisherin. Ma il limite è solo apparente, il set e la fotografia obbligano lo spettatore a guardare l’infinito e in tanta vastità l’uomo è insignificante, le molte inquadrature dall’alto suggeriscono proprio questo cambio di prospettiva che diventa il cuore del messaggio del regista.
Il cinismo degli agenti della CIA che guardano svagatamente l’apocalisse da loro stessi preparata è un’ammissione di impotenza, nessuno può fermare la macchina infernale ordita da Washington, l’esercito del generale Pinochet assalterà il palazzo della Moneda, Allende sarà ucciso, migliaia di studenti moriranno torturati nello stadio di Santiago, un’altra democrazia verrà soffocata nel sangue per tutelare gli interessi americani. E persino una leggenda della CIA, il tiratore micidiale che ha ucciso Kennedy, capisce alla fine di essere solo una pedina in un gioco molto più grande di lui. E capisce che anche i suoi capi che credono di avere in pugno le sorti del mondo sono solo piccoli uomini. Non resta allora che ritirarsi su un’isola deserta, Rapa Nui o Inisherin non importa, e pensare che sarebbe stato meglio passare più tempo nella natura invece di organizzare golpe. E chiedersi se in paradiso ci saranno dinosauri vegetariani e dirsi che sarebbe stato bello girare un western attraverso gli occhi di un cavallo, anche se ne sarebbe uscito un western deprimente, perché il cavallo nato coi cowboy morirà con gli indiani.
– Non posso più andare avanti così.
– Sono cose che si dicono.
– Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.
– C’impiccheremo domani… a meno che Godot non venga.