Valentina Mezzacappa
Storie&Serie

I mostri di Carrie

“Carrie” di Mike Flanagan è una serie tv dove l'orrore non deriva tanto dai mostri e dalla paura, quanto dall'ansia della gioventù che svanisce senza che si sia riuscito a cambiare le regole degli adulti

La Carrie di Mike Flanagan (The Haunting of Hill House e Midnight Mass) non ha lo sguardo di Satana né tantomeno gli occhi sgranati Sissy Spacek, anzi, ricorda molto la Brooke Shields dei tempi di Laguna Blu, è intelligentissima, gentile ed educata. Come in ogni teenage drama che si rispetti, l’elemento catalizzatore è l’arrivo sulla scena di un personaggio, in questo caso Carrie, avulso dalle leggi che governano il microcosmo complesso, crudele e violento della scuola. Carrie di quel microcosmo non sa nulla ed allo stesso tempo ne avverte profondamente il richiamo, peccato che ogni suo tentativo di interazione porti solo a scherno e a scherzi crudeli da parte dei compagni. La crudeltà di cui sa macchiarsi l’adolescenza viene raccontata da Flanagan senza riserve e senza pudori. Fa in fatti male guardare quella che poi è diventata una delle sequenze più famose della serie, vale a dire quel momento in cui, dopo la lezione di educazione fisica, Carrie ha il suo primo ciclo mestruale. Non sapendo nulla a riguardo, Carrie si spaventa a tal punto di credere che morirà a breve. La reazione delle compagne è a dir poco mostruosa. Queste, cavalcando l’onda del terrore di Carrie, la umiliano e la filmano con i cellulari mentre le lanciano addosso assorbenti e tamponi all’urlo di guerra plug it in (metti il tappo).

In verità, Carrie è molto di più di un semplice teenage drama, perché Flanagan prende la storia di Stephen King e la trasforma in un affresco complesso al cui centro vi è sì il plot adolescenziale, ma nel suo allargarsi concentricamente investe anche le famiglie, le vite private degli insegnanti, i quartieri in cui abitano tutti, la cittadina stessa. Ma questo affresco non ha né colori sgargianti e netti né pennellate ampie e morbide, ma scale di grigi e tratti fini eppure densi, dove il rovescio della medaglia viene puntualmente raccontato senza retorica e senza prese di posizione.  Quando la discesa negli inferi di Flanagan prende il via, ben presto si capisce che a sorreggere il racconto horror non è la telecinesi di Carrie, ma la realtà in cui lei e gli altri ragazzi si muovono e che ne determina spesso reazioni e comportamenti. E questa realtà viene, sin dal primo episodio, offerta allo spettatore a partire dalle perquisizioni all’entrata di scuola durante le quali vengono controllate le borse e viene chiesto di passare sotto un metal detector o che ad un certo punto le lezioni vengano interrotte per un lockdown drill. Flanagan non lo dice apertamente, ma il modo in cui riesce a rappresentare la realtà, fa sì che la mente di chi guarda compia autonomamente il collegamento: forse, se non fosse così dannatamente semplice procurarsi un’arma, i numeri delle sparatorie diminuirebbero e forse ai ragazzi verrebbe data la possibilità di non vivere giorno per giorno in uno stato di allerta continua. Flanagan affronta anche quella che molti amano definire la piaga dei nostri tempi, vale a dire l’uso smodato che viene fatto di telefoni e social. Anche qui si astiene prese di posizione personali, forse perché ha capito che basta raccontare il fenomeno semplicemente così com’è, perché la disfunzionalità e la mostruosità di cui è intriso è sufficiente. I ragazzi in “Carrie” vivono nel qui ed ora della condivisione, ma anche nella perpetuità che internet offre quando rende impossibile eliminare quanto condiviso o quando ciò che si condivide si moltiplica esponenzialmente. E non sono solo i ragazzi ad esserne schiavi, in “Carrie” anche gli adulti ne fanno uso, come succede proprio alla signora White che ne comprende appieno il potenziale e la sua natura già manipolatoria verrà amplificata dall’uso dei social. Nella differenza che c’è tra l’uso che ne fanno i ragazzi e quello dei grandi, la crudeltà ma anche l’ingenuità dei primi contro la calcolata e mirata manipolazione dei secondi, si intravede quel vecchio detto secondo il quale il bambino non fa ciò che il genitore gli dice di fare ma apprende e ripropone ciò che ha visto il genitore fare. Forse, dovremmo iniziare a porci in maniera seria la seguente domanda: chi ha messo in mano ai nostri ragazzi questi strumenti? I nostri ragazzi che sono pur sempre immaturi e ingenui e quindi profondamente vulnerabili e indifesi. Quante informazioni si possono estorcere cosi? Quanti messaggi si possono inculcare? Con quanta facilità si possono indirizzare gusti e opinioni? E, tutto ciò, economicamente parlando, che valore ha?

“Carrie” è inoltre così profondamente calata in una realtà che è la stessa realtà del suo pubblico, quello americano in primis, ma anche il nostro europeo grazie ad un’informazione che oggi è in grado di arrivare ovunque. Vi sono riferimenti per esempio a fatti di cronaca realmente avvenuti, tra questi spicca quello di Dave e Louise Turpin, genitori di ben tredici figli sottoposti ad ogni genere di abuso e violenza. Ancora una volta è l’orrore reale a irrompere sulla scena e, cosa ancor più significativa è che a citare il caso è proprio uno dei giovani protagonisti della serie. Benché lo faccia con tutto l’umorismo nero e l’inconsapevolezza della sua adolescenza, resta pur sempre eloquente che sia un ragazzo a menzionare il fallimento e l’orrore del mondo degli adulti.

Carrie è una serie horror firmata da Flanagan, che in questi ultimi anni ci ha terrorizzato con progetti di altissima qualità. Qui però, la paura non viene di notte e non ha sembianze né fantastiche né mostruose. Non sono i poteri di Carrie a rubare la scena, ma l’arrancare della nostra gioventù mentre cerca di capire e di ribellarsi alle regole create dagli adulti. E cosa ancora più drammatica è vedere come il mondo degli adulti sia sempre più pronto a punire i ragazzi che ad ascoltarli.

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