Sergio Buttiglieri
Al Teatro Farnese di Parma

Opera Migrante

Nell'ambito del Festival Verdi, debutta «Zenobia Regina», l'opera composta da Tomaso Albinoni su libretto di Mohammad Al Attar: un omaggio al'universo dei migranti

Preziosa occasione quella di vedere Zenobia Regina, un’opera contemporanea di Lucia Ronchetti, che attinge anche a un testo di fine ‘600 del giovane Tomaso Albinoni dentro il bellissimo Teatro Farnese di Parma, costruito tra il 1617 e il 1618 su progetto di Giovan Battista Aleotti su volere del duca Ranuccio I Farnese. È considerato il primo teatro moderno d’occidente dotato di un arco di proscenio fisso. È celebre per la sua imponente struttura realizzata quasi interamente in legno, paglia e stucco dipinti per imitare marmi e porfidi. Il Teatro Farnese presenta una magnifica cavea a ferro di cavallo che noi spettatori abbiamo potuto riammirare durante la rappresentazione.

Questo grazie alla sezione “Ramificazioni” del Festival Verdi 26 del Teatro Regio di Parma diretto dal bravo Tomas Vlad, che oltre a portare in scena dentro al Teatro Regio di Parma il Nabucco con la regia di Pier Luigi Pizzi e l’Alzira con la direzione di James Conlon ha riproposto l’Aida diretta da Franco Zeffirelli al Teatro Verdi di Busseto. E infine questa deliziosa Zenobia Regina, un’opera da camera presentata nella nuova versione in arabo e italiano. La partitura originale era stata commissionata nel 2023 dalla Münchener Biennale come progetto sulla migrazione contemporanea in collaborazione con tre artisti siriani rifugiati a Berlino, il librettista Mohammad Al Attar, la cantante Mais Harb e il percussionista Elias Aboud, la regia di Isabel Ostermann e la direzione di Susanne Blumenthal. Per la prima assoluta della nuova versione, in forma di concerto nella cornice del Teatro Farnese di Parma, sono stati invitati a partecipare tutti gli artisti berlinesi presenti nella prima produzione. E ambientare quest’opera dentro al gioiello del Teatro Farnese è stato davvero emozionante per tutto il numeroso pubblico che ha avuto la fortuna di poter vedere questa inaspettata opera che miscela intelligentemente il barocco di Albinoni con la nostra contemporaneità rivelando purtroppo le connessioni. L’uomo non smette mai di fare violenze: lo vediamo sia in Ucraina, sia in Iran, sia a Gaza, e noi non possiamo assuefarci a queste violenze.

Il testo, scritto da Mohammad Al Attar in arabo, riflette le realtà migratorie attraverso la storia di una donna siriana contemporanea, Zeina, descrivendone la formazione, la vita, la lotta contro le ingiustizie del governo siriano di Bashar al-Assad e il conflitto che ha afflitto la Siria, mettendo in luce il dramma di una situazione insostenibile. Le riflessioni di Zeina e i suoi dialoghi con altre voci traggono origine dal diario che lascia alla figlia Leyla prima di morire. Dal diario apprendiamo che Zeina, da giovane archeologa siriana, ha lavorato nel sito di Palmira e ha ricostruito la storia di Zenobia, l’antica regina di Palmira, e delle sue battaglie per rendere il suo popolo indipendente dall’Impero Romano. Zeina sente che le difficili scelte di Zenobia ispirano alcune delle sue scelte di vita. Si ritrova coinvolta nella guerra in Siria ed è costretta a lasciare il suo paese per rifugiarsi in Germania, ma non riesce a distaccarsi dalla memoria di Palmira, dai suoi studi archeologici e storici e dalla costante evocazione del personaggio di Zenobia.

E il testo del libretto lo racconta in maniera impeccabile: «Voci: Questa è la tua terra. Resta. Se te ne vai, passerai ogni giorno della tua vita a cercare un luogo che sia simile a questo, senza trovarlo mai. ZEINA Io però non sono né regina né principessa. Io sono un Nessuno. Sono soltanto una donna, cui non è concesso nemmeno di vedere il corpo del proprio marito, figurarsi di sotterrarlo. Una donna che non può neppure gridare al mondo come è stato ucciso e da chi, perché, se lo gridassi, morirei della stessa morte. Non permetterò che mia figlia cresca in questo pantano di sangue e rovine che chiamano Siria. Se questa terra, che da così tanti anni scavo con le mie stesse mani, mi strappa via tutto ciò che amo, allora sarò una figlia ingrata e la abbandonerò. Per sempre…».

L’attrice incarna una giovane donna siriana di oggi in tutta la sua complessità, un personaggio sfaccettato e drammatico alla ricerca della verità e dell’identità, smarrita nel rapporto tra la sua storia siriana, la cultura araba e il senso di appartenenza da un lato e il suo presente europeo dall’altro, costantemente in dialogo segreto con le voci del passato, le voci delle donne siriane che ha incontrato a Palmira e con la stessa Zenobia. Il mezzosoprano e la cantante rappresentano l’evocazione di Zenobia nel dialogo intimo e articolato di Zeina con sé stessa, le sue paure, le sue speranze. L’evocazione musicale dell’antica Zenobia è realizzata attraverso brani ispirati alla musica tradizionale siriana della zona di Palmira e frammenti tratti ed elaborati dalla «Zenobia» di Albinoni, un’opera veneziana che testimonia un intenso scambio culturale e musicale tra le culture europee e mediorientali e la forma sperimentale della prima opera dell’epoca barocca. Franco Rossi, archivista del Teatro La Fenice di Venezia e Francesco Erle, che ha diretto una produzione recente dell’opera di Albinoni, ritengono possibile che il continuo della prima esecuzione veneziana del 1694 fosse realizzato anche attraverso una raccolta di percussioni portate a Venezia dall’area di Palmira in occasione delle Guerre di Candia, oggi conservate presso il Museo Correr. Il percussionista siriano della nuova versione dell’opera funge da presenza silenziosa, esprimendosi attraverso suoni percussivi e concreti, formule di cadenza arabe, evocando il paesaggio sonoro che Zeina ha perso, ma che perdura nei suoi ricordi acustici. Le numerose voci siriane anonime del passato e del presente, donne vittime delle guerre e costrette a migrare, sono state incarnate dall’ensemble vocale femminile. Il coro reagiva e commentava la storia principale narrata dalla protagonista, con diversi stili e registri vocali, vicini alla voce naturale, utilizzando tutte le emissioni vocali necessarie in una situazione di stress, panico e ansia.

La decisione di restituire il progetto alla lingua originale araba del librettista Mohammad Al Attar testimonia la sensibilità del direttore artistico del Teatro Regio, Alessio Vlad, che ha ideato una produzione dove l’evocazione di Zenobia del giovane Albinoni è amplificata dal magnifico spazio del Teatro Farnese, terminato nel 1622, mentre la Zenobia storica indagata dalla archeologa siriana viene presentata nell’ambito del linguaggio parlato dal direttore storico del sito, il compianto Khaled al-Asaad e dagli archeologi della sua scuola, rappresentati dalla figura di Zeina. La produzione ha quindi contribuito alla creazione di una nuova partitura che, grazie alle edizioni Ricordi, presenta l’arabo originale oltre all’italiano e diviene strumento interpretativo versatile che può raggiungere pubblici diversi e lontani, cercando di ricucire virtualmente alcuni dei dolorosi eventi del passato e del passato recente attraverso una forma di dialogo tra due straordinarie e millenarie tradizioni musicali, presentate da interpreti competenti e illuminati.

«…Ma rendetemi prima mio figlio, ch’io ancora lo riveda!
ZEINA Leyla, non te lo volevo dire. Non volevo che tu tornassi solo perché sono malata. Confidavo di vincere la mia malattia e che tu prima o poi saresti ritornata – ma di tua volontà. Ma il mio male divora lentamente tutti i miei organi. Ho persino contemplato l’idea di tornare in Siria. In fondo perché mai gli uomini del regime di Assad dovrebbero curarsi di persone insignificanti come me, quando hanno vinto comunque? Quando ho cominciato a pianificare il mio ritorno non sapevo ancora che il mio corpo aveva altri progetti con me. Ma ora ho capito che questa battaglia è perduta. Il mio coraggio e il mio orgoglio mi hanno abbandonato. Avrei avuto bisogno di te. Desideravo tanto stringerti tra le braccia. ZENOBIA Quando immagino il destino che il figlio soffrirà nelle vostre mani, piange il mio cuore. Non c’è un solo uomo d’onore tra di voi che ritorni a me mio figlio? O che mi uccida qui in sua vece? Muoia muoia muoia muoia muoia lasciate ch’io muoia, ma lasciatelo vivere. Credete che le vostre catene possano piegarmi al suolo? Ma io mi ergo diritta, vi fisso negli occhi senza tremore e vi leggo la vostra paura. La paura dell’ira dei vinti, della furia che arde nei palmireni, della maledizione della Storia. Quando penso alla rovina che porterete su Palmira, rabbrividisco, ma non per me: per la vostra paura. Lasciatemi morire,
ho meritato la mia sorte, il mio appuntamento con l’eternità.
VOCI Palmira è ridotta a macerie. Di nuovo».

A tutti noi spettatori sono venuti i brividi di commozione a sentire il testo finale di questa Zenobia Regina generando lunghissimi applausi a tutti i cantanti e gli orchestrali.

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