A proposito di "W."
Il fantasma di W.
Il romanzo d'esordio dello scrittore olandese Tiemen Hiemstra è una storia di formazione: due ragazzi diventano adulti indagando su un amico "sparito"
È in libreria da metà settembre, per i tipi di Adelphi e nella traduzione di Dafne Paris, W., esordio letterario di Tiemen Hiemstra, neerlandese classe 1991. Le 188 pagine (18 euro) sono corredate da sette immagini in bianco e nero dal criptico significato, la cui provenienza si comprenderà in corso di lettura e sulle quali di più non diremo.
Il titolo eponimo prelude a un’opera che contiene molti degli elementi tipici del romanzo di formazione. L’amicizia nata sui banchi di scuola tra la voce narrante Olaf e lo stesso W., ai quali poi si aggiungerà l’estrosa Hilde, giovane artista con la passione per l’entomologia. L’immancabile ed eccentrico professore di filosofia, che sarà mentore e confidente per i ragazzi in cerca di una propria identità, braccati da una società che vorrebbe incasellarli nel conformismo dilagante. E ancora l’amore, la scoperta del sesso, le esperienze con le droghe, i viaggi on the road tra autostop e notti all’addiaccio. A tenere viva l’attenzione del lettore, in una traiettoria narrativa che altrimenti parrebbe scontata, è la misteriosa scomparsa del personaggio che dà il titolo al libro, della quale si viene a conoscenza sin dalle prime pagine, quando Hilde comunica a Olaf la notizia del possibile ritorno di W., a tre anni dal giorno in cui aveva fatto perdere le proprie tracce:
«Come se sapesse che sarei stata lì. I nostri occhi si sono incrociati ma la sua espressione non è cambiata. Portava un berretto rosa e aveva i capelli molto più corti, ma era chiaramente il suo volto, e soprattutto il suo sguardo. Lo sguardo di W. Sai bene cosa intendo. Volevo correre dietro al tram, ma non riuscivo a muovermi. Ero pietrificata».
Da qui in avanti, con repentini salti temporali, la storia viene ricostruita attraverso i ricordi di Olaf, a partire dagli anni della scuola a Groningen, passando per gli studi universitari ad Anversa, la relazione con Hilde, fino a quando W. sparirà nel nulla lasciando all’amico il dubbio di non averlo mai conosciuto davvero, e l’ombra di un’assenza i cui effetti si riveleranno ben più profondi di quanto lo stesso Olaf potesse immaginare.
Ed è proprio il rapporto tra i due l’elemento di maggiore interesse e meglio congeniato del romanzo. Un legame complesso e contraddittorio, la cui ambigua fisicità a tratti pare confondere gli stessi protagonisti. Anche qui va ricercata l’origine della continua tensione che si palesa negli scontri frequenti, nell’esacerbarsi della competizione, nell’insorgere della distanza alla quale segue, ogni volta, l’inevitabile riavvicinamento. Un orbitarsi attorno la cui turbolenza, come spesso accade, è ingenerata da uno squilibrio tra le masse in gioco. E ancor più che la lunga assenza, sarà il paventato ritorno di W., nel susseguirsi delle ipotesi e delle reminiscenze, a rivelare a Olaf l’entità di tale sproporzione.
Ma chi era davvero W., il ragazzo che tra l’essere e l’apparire aveva scelto l’oblio? E chi è l’uomo che adesso è ricomparso a riacutizzare vecchi scompensi, a rimettere in discussione il passato condiviso e questo presente che non gli appartiene?
«Quando W. se ne andò, mi ritirai deliberatamente dalla vita sociale. Certo, non era l’ideale; non mi restavano praticamente più amici e a volte venivo sopraffatto dalla sensazione che le mie giornate si ripresentassero all’infinito, ma dopo tutto il caos che era seguito alla scomparsa di W., per un po’ la prevedibilità fu l’unica cosa di cui avessi bisogno.
Ora la sento di nuovo. La nuvola frenetica dietro l’orizzonte. Ha la stessa forza d’attrazione di un tempo, ma suscita soprattutto diffidenza.
Se chiudo gli occhi, vedo W. vagare per le strade di Anversa con un berretto rosa. Per qualche motivo me lo immagino senza anima. Come se arrancasse alla cieca e senza meta. Chi sei? La domanda che non tollera risposta.»
Ma anche il ricordo della persona che più di ogni altra ci è stata vicina, col tempo, diviene una proiezione di noi stessi. In tal modo, il tentativo di afferrare quanto nel prossimo ci sfugge si fa occasione di ricerca interiore. Ed ecco l’archetipo caro alla letteratura di ogni epoca: l’altro, lo specchio in cui vedere il nostro doppio e nel non riconoscerci provare compassione, disprezzo, amore, rabbia. Così da poter puntellare le nostre insicurezze per interposta persona.
Sta a chi legge, dunque, provare a dare una risposta al quesito che tormenta Olaf. Chi è davvero W.? L’elusivo antieroe che si fa cartina di tornasole, lo spazio vuoto dove possono confluire le debolezze e le inadeguatezze di chi prova a mettersi sui suoi passi. Un romanzo di formazione si diceva in principio. E se è vero che scrittore e lettore sono mossi dalla medesima urgenza di comprendere meglio se stessi, diventare adulti forse significa accettare che la nostra domanda sia destinata a reiterarsi, fintanto che noi saremo capaci di porcela e continueremo a cambiare nel farlo.
La fotografia accanto al titolo è di Gianni Usai.