A proposito di “Un debito pagato in ritardo”
Il teatro della giovinezza
L'incontro tra una donna di mezz'età e un vecchio attore danno spunto a un racconto perfetto di Stefan Zweig: la vita scaturisce dai particolari inattesi
Accade di rado di fare l’esperienza d’imbattersi in un racconto perfetto. Dico l’esemplare misura di una narrazione sì breve, ma che funzioni come grimaldello d’accesso a tutto un mondo, un sentire, una dimensione di cui il lettore non può non provare nostalgia. È ciò che succede leggendo Un debito pagato in ritardo di Stefan Zweig, appena approdato in libreria con la traduzione e la cura dell’ottimo Raoul Precht, per l’editrice veneziana Palingenia (176 pagine, 28 Euro).
Scritto nei primi mesi del 1941, poco prima del definitivo trasferimento in Brasile dello scrittore, il racconto è la storia di un’agnizione. Margaret, una donna di mezza età in crisi, si ritira in montagna per un periodo di riposo. In una locanda di paese del Tirolo fa ingresso un vecchio trasandato e bistrattato da tutti. Il sentire la sua voce la inquieta. Fino a quando scopre che la “larva decaduta” che si trova di fronte è Peter Sturz, primo attore del teatro cittadino ai tempi della sua adolescenza, il dio della sua giovinezza. Rievoca la “idolatria infantile” per quell’uomo e per tutto ciò che aveva a che fare con lui: è il passato che ritorna presente. La passione spenta per l’arte che si riaccende; il sogno della giovinezza e della bellezza che riaggallano, per caso, da un nebuloso presente. Ed è proprio l’ascoltare la sua voce a spalancarle, di colpo, un ricordo sepolto da tempo. Qualcosa che non voleva ricordare, e per il quale Freud avrebbe scomodato il concetto di rimosso. Qualcosa che risaliva all’ultima recita tenuta, nella sua città, da Peter Sturz. Il giorno in cui il suo idolo l’aveva protetta dalla sua stessa “sventata giovinezza”. Così, in una specie d’inversione dei ruoli, cede all’idea “liberatoria” di saldare seppur tardivamente il suo debito di gratitudine; restituire dignità a quel vegliardo che era finito per vivere da reietto. Rendergli, a un passo oramai dalla fine, la beata illusione di una fama mai tramontata.
Ad arricchire il volume alcune prose di Zweig scritte in memoria di due mostri sacri, per certi versi antitetici, della scena teatrale del tempo: Joseph Kainz e Alexander Moissi. L’unificante basso continuo è proprio il potere della voce che ritorna, come un ossessionante refrain, non solo nel racconto che dà il titolo alla raccolta ma anche nelle prose.
Nell’eulogia di Kainz, la necessità di sfuggire ad un angosciante silenzio, induce lo scrittore a riversarsi per strada alla ricerca di una voce viva – “una voce umana!” –, fin quando in una tavola calda a gettoni trova un grammofono, dove, tra le etichette dei nomi fa capolino proprio quello di Joseph Kainz, e così può riascoltare la voce che l’aveva incantato sin da ragazzo; quella voce “magica” che adesso si dispiega come ponte tra la vita e la morte; e che, in quello spazio, risuona di una “potenza mistica”, capace di trionfare sull’oblio e sul silenzio. Mentre quella di tutt’altra pasta, ma dal timbro non meno inconfondibile e suadente, di Moissi, alle orecchie di Zweig, risuona come un monito a “rimanere giovani”, ad abbracciare il genio creatore, a rimanere fedele a sé stessi.
Scritto quasi in parallelo con l’autobiografia Il mondo di ieri (uscita postuma, nel 1942), Un debito pagato in ritardo restituisce in maniera paradigmatica il rapporto viscerale con il teatro non solo di Zweig, ma dell’intera società viennese. Al punto che non è peregrino ipotizzare, nella storia semplice tratteggiata nel racconto, una proiezione, a quell’altezza cronologica, dell’animo scisso dello scrittore: l’incontro tra Margaret e il vegliardo Sturz sembra essere figurazione di quella crisi personale e intellettuale attraversata proprio in quegli anni, in cui a Zweig non resta che volgersi indietro all’«età d’oro della sicurezza»; alle «antiche costellazioni» del firmamento della sua piena giovinezza, in cui il Burgtheater, annotava ancora nelle sue memorie, era il «microcosmo che riproduceva il macrocosmo» – specchio in cui la società «contemplava la propria immagine riflessa».
Così come gli omaggi a due leggende del palcoscenico si spiegano non soltanto con la passione di Zweig per il teatro e con il destino tortuoso della sua carriera di drammaturgo. L’attore, come chiarisce nel saggio d’accompagnamento Raoul Precht, nell’idealizzato universo viennese, aveva un compito quasi educativo; era un maestro di stile e di vita. E il teatro era la forma di spettacolo per eccellenza. Il viennese, scriveva ancora Zweig nel Mondo di ieri, era capace di trasformare persino la propria morte «in uno spettacolo per il pubblico».
Chissà se, nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, quando decise di mettere in atto il suicidio di coppia insieme alla seconda giovane moglie Lotte, a Petropolis, in Brasile, il suo ultimo pensiero fu per la vita mitica e dorata della sua giovinezza; chissà se, sommerso da “pensieri cupi”, nel vortice dell’orrore di quegli anni angosciosissimi, nel riscrivere quasi il suicidio dell’amato ed eroico von Kleist, ne maturò il compimento secondo un preciso copione, un coup de théâtre, programmato da tempo e annunciato a famigliari e amici.