A proposito di “Oppure, niente”
Nel nome del padre
Un figlio che si scopre troppo simile al padre: è lo spunto di partenza di un grande romanzo di Sergio Antonielli appena ristampato e tutto da rileggere. Anche per capire l'Italia del secondo dopoguerra
Nel marzo del 2026, a cinquantacinque anni dalla sua uscita per Einaudi, Minimum Fax ha riportato in libreria il romanzo Oppure, niente di Sergio Antonielli (230 pagine, 16 Euro), proseguendo nel lavoro di riscoperta dello scrittore e critico letterario milanese, iniziato da Palingenia nel 2025 con la riproposizione della sua opera forse più nota, La tigre viziosa.
E se in quest’ultima, per restituirci un ritratto della natura umana attraverso gli occhi del predatore, Antonielli aveva attinto a quell’immaginario che gli sarebbe valso l’apprezzamento di Vittorini e Calvino, e che più avanti avrebbe convinto Giuseppe Pontiggia a caldeggiarne una prima ripubblicazione presso Mondadori, in Oppure, niente lo sguardo e la voce sono quelli di un architetto quarantasettenne alle prese con una profonda crisi esistenziale. L’epifania che ha innescato il tormentato flusso di coscienza risale a due anni prima, quando l’uomo aveva visto il proprio riflesso nello specchio oltre il bancone di un bar, e in quella figura dall’ambiguo sorriso, infagottata nel cappotto, la sciarpa di lana e il cappello, con sgomento aveva riconosciuto suo padre, morto suicida quando lui era ancora bambino.
«Un uomo può sorridere per infinite ragioni. Io non ne avevo neanche una. Ma evidentemente non dipendeva da me. Dipendeva dagli angoli d’incidenza fra le linee della bocca e le due rughe laterali. Era un falso sorriso, prodotto da un gioco autonomo di cellule e di tessuti fra due rughe di amarezza. Mi irrigidii per farlo sparire. Presi l’espressione di disgusto che mi viene spontanea ogni volta che mi guardo allo specchio e penso a me stesso».
Veniamo così a conoscenza degli anni romani al seguito del genitore archeologo, al tempo dell’Italia fascista, degli studi, della carriera accademica abbandonata per la libera professione, e poi il matrimonio, la figlia ormai adolescente, la separazione. L’interesse per le donne, viziato dal maschilismo di quell’epoca e tutto carnale, che si risolve sempre nella solitudine, non come scelta ma come unica condizione tollerabile. Nel racconto i piani temporali si alternano, in un’indagine introspettiva che è al contempo confessione e amara presa di consapevolezza, per restituirci la figura di un uomo il quale potrebbe dirsi realizzato, almeno secondo i canoni della società in cui vive, eppure si rivela incapace di opporsi all’accidiosa rassegnazione che ne incupisce i giorni, tacitando sul nascere qualsiasi slancio vitale. Ogni sentimento, ogni risposta alle sollecitazioni del vivere, ne sono depotenziati. E l’esistenza torpida che ne deriva quasi stride con la lucidità del pensiero, cinico e talvolta al limite del nichilismo, di cui il protagonista senza nome si dimostra capace.
Sullo sfondo, i chiaroscuri della Milano borghese e benestante che ambiva a diventare una moderna metropoli, e il ricorrere di quell’immagine. Il cappotto, la sciarpa di lana chiara, il cappello. Quel sorriso. Il Giano bifronte, da una parte lui e la sua vita priva di scopo; dall’altra suo padre, che alla propria vita aveva scelto di porre fine. Tanto diversi e all’improvviso così simili: «Aveva appena quarantanove anni quando morì, appena compiuti. Io ne ho quarantasette adesso, cioè arrivo adesso a condividere con lui l’aspetto generico di un uomo che abbia passato i quaranta, i quarantacinque. Tutto qui: ci ritroviamo all’appuntamento degli anni.» Ma quell’inaspettato ritrovarsi in un sorriso si porta appresso la più insidiosa delle tentazioni. Fare proprio fino in fondo il destino paterno o lasciare che il tempo faccia ancora il suo corso, riportando tra loro la distanza? Perché quello «che ci sta davanti è quanto di più nebbioso si possa immaginare, se ci sarà: il futuro in cui tanto speravo. Gli si può andare incontro con un sorriso diverso?»
Trascorso più di mezzo secolo, il romanzo di Antonielli colpisce per la capacità di coniugare l’eleganza della prosa a una rara efficacia espositiva. E anche nei pochi passaggi che indugiano in un lirismo descrittivo d’altri tempi, non c’è mai ostentazione o traccia di retorica, nessuna concessione manieristica.
Ma a impreziosire l’opera, che non si esaurisce certo nell’esistenzialismo tutto introspettivo di cui si è detto, è l’acutezza con cui la storia e i suoi personaggi sono collocati nel contesto sociale italiano del secondo dopoguerra. Ne viene la cruda descrizione di un paese che, anche nel suo momento di maggiore vitalità e crescita, già mostra i vizi che nel volgere di pochi decenni porteranno all’esaurirsi di quella spinta positiva e al deteriorarsi del tessuto sociale, con le ben note conseguenze. Collusioni, familismo, amichettismo. Un senso della morale calibrato sulle contingenze del momento. Nessun ambito della collettività ne è esente. A cominciare da quel mondo accademico del quale lo stesso Antonielli ha fatto parte, e che può essere assunto a paradigma della china lassista e traffichina nell’Italia del boom economico, dal momento che a quella fonte inquinata si sarebbero formate le menti che in seguito avrebbero avuto in mano il futuro della nazione. Ecco perché ancora oggi tutto ciò appare tristemente familiare. E laddove politici e tecnici avrebbero fallito, gli intellettuali non sarebbero stati da meno. Perché non basta studiare, scrivere, «sfogare la vanità di cimentarmi in un’opera grande, immortale, irripetibile […] Per combinare qualcosa, bisogna leggere o scrivere come per salvarsi l’anima, o giocarsi la vita.» Persino il disincantato architetto cui Antonielli dà voce lo aveva compreso: «Quello che conta è la volontà di entrare in contatto con… un modo più alto di vita, meno miserabile, un’immagine di noi stessi di cui ci si possa non vergognare…». Se solo ne fossimo capaci.
La fotografia accanto al titolo è di Gianni Usai.