Flavio Fusi
Cronache infedeli

Salvare Israele?

Dopo le elezioni, le divisioni in Israele sono ancora più radicalizzate. Tutti dicono di aver votato per salvare sé stessi e il futuro, ma questo Paese vuole davvero salvarsi?

Parla un colono, anonimo: «Le elezioni? speravamo di avere un governo di vera destra e ci ritroviamo con 19 deputati arabi. Non so cosa succederà nel futuro, ma nessuna possibilità è buona. E il peggio è orribile per noi…». Nella colonia di Efrat, venti chilometri da Gerusalemme, tutti girano armati: dagli anni Ottanta, da quando i coloni israeliani e le loro famiglie hanno strappato questo pezzo di terra alle famiglie palestinesi. Qui, dai piani più alti si possono scorgere le prime case di Betlemme, che sta a meno di otto chilometri: un tiro di sasso, o di Kalasnikov.

A otto chilometri scarsi da Gerusalemme sta invece il villaggio arabo di Abu Gosh, con i suoi ottomila abitanti. Parla Munir, 35 anni, ingegnere informatico: «Questa volta sono andato a votare, mi considero più israeliano che palestinese. Da sempre siamo appena sopportati, ma negli ultimi tre anni la nostra vita è diventata più difficile. Il governo di Bibi rifiuta tutto ciò che è arabo, o che appare arabo…».

Né con te né senza di te: la formula perfetta per assicurarsi una eterna infelicità domestica, o politica. Munir e l’anonimo colono sono entrambi israeliani, e tutti e due sono andati a votare. Vivono sullo stesso pezzo di terra, condannati dalla storia e dalla geografia a dividere lo stesso pezzo di pane: si ignorano, si detestano, molti di loro si odiano. I palestinesi con cittadinanza israeliana sono i discendenti delle famiglie originarie che rimasero dentro i confini del nuovo Stato tracciati nel ’48. Con il loro 20 per cento non sono certo una minoranza residuale: due cittadini di Israele su dieci sono palestinesi: pardon, arabi!

Israele è uno strano animale mai visto: un infelice ircocervo, che porta in pancia sia la moderna libertà che la discriminazione più antica. In nessun altro paese del Medio Oriente i palestinesi possono votare. A Gaza ci hanno provato nel 2005, poi Hamas ha chiuso le saracinesche di fronte a una scelta più o meno libera. Invece votano e hanno partiti i palestinesi di Israele, ma non contano perché sono brutti sporchi e cattivi, perché sono stranieri in patria. L’apartheid si applica prima e dopo il voto, con discriminazione quotidiana, divieti odiosi, tariffe, mansioni e lavori marchiati dalla separazione.

Fino a ieri – cioè fino alla lunga epoca di Netanyahu – questi cittadini erano solo figli di un dio minore. Bibi e i suoi scagnozzi hanno istillato nella società israeliana una massiccia dose di veleno, così oggi i palestinesi – pardon: gli arabi israeliani – sono considerati dalle destre al governo alla stregua di traditori della patria sionista, infiltrati del nemico di razza e di storia.

Il ventennio di Netanyahu ha marchiato a fondo la società israeliana. La destra ha alzato un “muro arabo” intorno al perimetro della patria sionista. Oltre il muro c’è un incendio continuo, e lo senti bruciare – ne senti il puzzo – finché una scintilla o un tizzone ardente non supera la barriera. E dopo l’incendio dentro casa – il terribile pogrom del 7 settembre – Bibi e Smotrich e Ben Gvir hanno trasformato il muro in una cortina di ferro e il popolo di Israele in un carceriere scatenato.

Vediamo, dunque: il fatto nuovo di queste elezioni non è la caduta del regime – che anzi è ancora saldo e tracotante – ma l’irruzione senza precedenti del voto degli israeliani palestinesi. Così parla il giovane scrittore israeliano Edgar Keret: «Lla mia famiglia era povera, a pranzo e cena la stessa brodaglia. Ma un giorno alla settimana noi ragazzi potevamo scegliere il dolce, scegliere tra due tipi diversi di un modesto dessert. Poter scegliere! quel giorno era per noi la festa della libertà. Così oggi: dopo anni trascorsi a ingoiare l’amara brodaglia spacciata come realtà israeliana, finalmente posso scegliere qualcosa: un dessert che non sia stomachevole». 

Un dessert che non sia stomachevole. Ma ci vuole coraggio a cambiare la dieta, a cogliere l’impegnativo messaggio che viene dalle urne. E questo coraggio oggi sembra averlo solo Yair Golan, il leader dei democratici israeliani, l’unico a implorare apertamente un accordo con i partiti arabi per formare un governo alternativo a quello di Netanyahu: «Un governo del cambiamento per realizzare la volontà di tutti gli elettori israeliani. È il momento di agire: la nostra responsabilità è non perdere questa opportunità».

Ma Golan è solo con i suoi otto seggi, mentre gli altri esponenti dell’opposizione continuano a mantenere le distanze dai partiti arabi, a invocare un governo sionista alternativo alle destre, che oggi non ha i numeri: apartheid, ancora. Il sogno si è infranto nelle urne e oggi il tempo lavora per Bibi e i suoi scagnozzi. Senza una mossa che rovesci la solita scacchiera si annunciano settimane di inconcludenti consultazioni, forse un governo con tutti dentro e infine nuove elezioni. Copione già visto: di nuovo alle urne tra sei mesi – forse – quando la spinta che viene dal voto arabo si sarà esaurita nel solito sconforto, e magari altre micce di guerra saranno state accese sotto l’agonizzante processo di pace. Quasi una assicurazione sulla vita per Netanyahu.

E attenti al monito spicciativo recapitato al governo dai pretoriani della destra, mezzo milione di coloni armati e affamati di terra. Questo il messaggio che viene oggi dalla colonia di Efrat: «Se gli arabi entrano nel governo e Ben Gvir viene cacciato nessuno ci proteggerà e noi non potremo continuare a costruire in Giudea e Samaria. Dovete capire che noi viviamo circondati da nemici». Appare una richiesta di aiuto, in realtà è una minaccia a mano armata.

Tempo, tempo, ma non c’è più tempo. Avverte Yehuda Shaul, direttore dell’organizzazione umanitaria Ofek (orizzonte): «Sembra che i cittadini palestinesi di Israele questa volta siano andati a votare per salvare lo Stato di Israele da sé stesso. Dobbiamo vedere se gli oppositori di Bibi intendono salvare il paese dal fascismo o preferiscono continuare nella demonizzazione di questa parte della nostra società. Oggi la domanda è: vuole Israele essere salvato?”.

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