“Le strade perdute” di Paolo Colavero
Prima della deriva
Psicologo e psicoterapeuta, l’autore dà vita al suo racconto «nel punto di convergenza tra tensione letteraria e riflessione clinica», sfidando la scrittura psicologica diffusa «in favore di uno stile frammentario, poetico, più umano». Tra incontri clinici, riflessioni personali e viaggi in giro per l’Italia
Le strade perdute – Fenomenologia della deriva dal mondo di Paolo Colavero (Edizioni ETS ) è un libro che si fa incontro, nel mentre va incontro al lettore: è il racconto di un incontro; un incontro “impossibile”. È la storia del tentativo di farsi prossimo a chi sfugge ogni prossimità; di avvicinarsi, lungo i binari dell’esistenza, a chi da quei binari è deragliato da tempo; di ritrovare le strade perdute, alla deriva dal mondo, per poi farvi ritorno, prima che quel mondo diventi, per sempre, un mondo alla deriva. È una finestra sull’altro, con l’obiettivo di trovare dei punti di contatto, degli spazi esistenziali condivisi o condivisibili, basati sull’esperienza concreta, alla ricerca di un Mitwelt, un mondo comune. Quanto questo sia difficile lo confermano le incomprensioni e gli equivoci ai quali andiamo quotidianamente incontro. La difficoltà diventa (quasi) insormontabile se l’altro si è perso nei meandri della follia. Eppure, è in quei meandri, dove l’impresa pare più disperata, che si addentra Paolo Colavero, offrendo, con questo libro, un prezioso contributo alla psicologia fenomenologica italiana. Giacché, come afferma Gilberto Di Petta, «la psichiatria e la psicologia o sono storie di incontri o non sono» (p. 31, in nota). Impreziosiscono il volume la Presentazione del compianto Lorenzo Calvi, una nota di Fabrizio Nicosia e la Postfazione di Gilberto Di Petta.
Le strade perdute nasce nel punto di convergenza tra tensione letteraria e riflessione clinica; proprio per questo sfida la scrittura psicologica mainstream, in favore di uno stile frammentario, poetico, più genuinamente umano. Del resto, la stessa psicologia fenomenologica italiana, benché vanti una ricca tradizione teorica, ha visto pochi clinici cimentarsi nella scrittura a partire dalla propria esperienza vissuta. Paolo Colavero è autore e protagonista del libro. Scrive di sé, ma non solo di sé; men che meno scrive solo per sé. Consegna al lettore parte della sua vita che si intreccia con le vite di altre persone, incontrate lungo strade perdute, rivelando la sottile trama della presenza terapeutica. Del resto, riprendendo Van den Berg, «il fenomenologo […] vuole vivere, e vuole che la sua psicologia scaturisca da questa vita. […]. Se vuol sapere qualcosa di più a proposito dei contatti fra gli uomini, si mescolerà alla gente per le strade, e si guarderà bene dall’elaborare qualche sterile teoria stando chiuso nel suo studio» (p. 21, in nota).
Formatosi alla scuola di Lorenzo Calvi, lo psicologo e psicoterapeuta Colavero scandisce la narrazione secondo delle tappe ben precise, che alternano incontri clinici, riflessioni personali e viaggi in giro per l’Italia. Ne viene fuori un’opera che l’autore definisce «racconto clinico» (p. 15), ma che faticheremmo a inserire all’interno di un genere letterario preciso e che oscilla tra due estremi: romanzo di formazione, da un lato, romanzo psicologico (lato sensu), dall’altro, sfociando, talora, nella letteratura di viaggio. Treni, strade, piazze, bar, cliniche, ospedali cessano di essere solo dei luoghi fisici per divenire degli spazi esistenziali, intessuti di memorie, emozioni e significati. È in questi luoghi che Paolo incontra i suoi interlocutori, cercando, per quanto possibile, di farsi loro compagno di viaggio, condividendone parte del cammino. È, questo, un altro tratto distintivo del libro: l’autore si rifiuta di separare la teoria dalla vita. I riferimenti psicopatologici – che pure non mancano – sono sempre incarnati nei momenti dell’incontro vissuto – siano essi goffi, dolorosi o silenziosamente trasformativi. Molti dei passi contenenti elementi clinici e autobiografici sono supportati da rigorose note a piè di pagina, nelle quali i rimandi teorici (da Husserl a Calvi, da Binswanger a Minkowski) arricchiscono il racconto senza interromperlo. L’ampio respiro che anima il testo è testimoniato dagli oltre 150 titoli presenti in bibliografia e che spaziano dalla psicologia alla filosofia, dalla letteratura alla saggistica.
Il lettore avvezzo a un tipo di narrazione lineare, a una struttura rigida e a un approccio evidence-based (basato sull’evidenza) potrebbe restare spiazzato da questo libro, che, invece, rifugge dalla linearità. Lo stile adottato da Colavero (che lo stesso Calvi, nella Presentazione, definisce “spettinato”) altro non è se non il modo attraverso cui si cerca di restituire la complessità della soggettività umana e del lavoro clinico. In questa precisa scelta stilistica, il libro trova la sua autenticità. Mancanza di linearità non significa, però, assenza di un filo conduttore, che potrebbe essere facilmente rintracciato nella speranza, non intesa come ingenuo ottimismo, ma come “slancio vitale” (élan vital) – espressione di Minkowski mutuata da Bergson, pur se con diverso significato – che emerge dall’incontro terapeutico.
Non è difficile cogliere, tra le pagine del libro, la ferma convinzione di Colavero che nell’altro, chiunque esso sia e qualunque sia la sua storia, ci sia sempre un “plus”, qualcosa che va oltre l’eventuale patologia, sempre capace di sorprenderci. Tuttavia, per sorprenderci c’è bisogno della curiosità, che, insieme all’ironia, rappresenta uno strumento essenziale tanto per il terapeuta quanto per il paziente. Ironia e curiosità riescono penetrare più agevolmente nel territorio disorientante della sofferenza mentale, tracciandovi dei sentieri percorribili, ma senza far perdere il contatto con il mondo. Non manca, poi, una sottile ma decisa critica allo stato attuale della formazione e della pratica psicologica in Italia, segnata dalla predominanza dei modelli cognitivo-comportamentali. Su questo versante, l’opera di Colavero rivendica uno spazio per la fenomenologia non come rifugio nostalgico, ma come alternativa necessaria e radicale che insiste nel ribadire l’importanza del farsi vicino al mondo vissuto dei pazienti, al di là di diagnosi, statistiche, manuali, etichette.
Le strade perdute è un’opera psicologica, ma profondamente intrisa di filosofia e letteratura; un’opera in grado di risuonare emotivamente; un’opera che non ha paura di mettere a nudo la vulnerabilità sia del paziente sia del terapeuta. In conclusione, è un libro che parlerà soprattutto – ma non esclusivamente – a chi è impegnato nella difficile arte della cura e a chiunque sia alle prese con chi vive alla deriva nel mondo e sia in cerca di una strada per tornare. Un libro raro, coraggioso, che ricorda come la psicoterapia sia, prima di tutto, un incontro tra due esseri umani in cammino.
Nell’immagine vicino al titolo, il “Funambolo” dell’espressionista Walker Seiltanzer