Al Teatro Nazionale di Roma
Pirandello in musica
Matteo D'Amico ha tratto un'opera da “L'uomo dal fiore in bocca" e dalla "Patente" di Pirandello. Un lavoro sulle dissonanze per raccontare la malinconia e il doloroso grottesco dell'autore siciliano
Il tema dell’opera La vita nuda è quello dell’isolamento, l’emarginazione che fa soffrire e il dolore che fa sentire più soli, e parte dal monologo L’uomo dal fiore in bocca cui si abbina l’atto unico La patente, firmata da Matteo D’Amico sul libretto di Sandro Cappelletto legato ai due testi Pirandelliani, che ha debuttato con successo e tanti applausi al Teatro Nazionale, commissionata e prodotta dall’Opera di Roma. Maschere nude si intitola la raccolta dei testi teatrali di Pirandello e La vita nuda è il titolo di un suo racconto in cui è il porsi dei vivi davanti alla morte, che costringe a levarsi ogni maschera, ogni finzione.
È quel che accade appunto all’Uomo dal fiore in bocca e a Chiàrchiaro, uno perché “ha la morte addosso”, un epitelioma in bocca che gli lascia poco da vivere, l’altro perché creduto uno jettatore tutti lo sfuggono negandogli la vita, così che lui vuole un riconoscimento ufficiale dal tribunale, attraverso l’assoluzione dei due che ha denunciato per calunnia, per poter prendere in mano la situazione. Il tutto ambientato nella stazione in cui l’Uomo, qui mostrato come ferroviere, lavora e deve partire, e poi, costretti a una lunga attesa da un guasto alla linea ferroviaria, Chiàrchiaro incontra il giudice che dovrà istruire il suo processo.
È nato così, con l’apporto e le invenzioni della regia di Cecilia Lagorio, uno spettacolo intimamente pirandelliano, molto teatrale e con vari dialoghi che la musica comunicativa, sottolinea incisivamente e amplifica nel senso, nel sentire dei personaggi, grazie a impegno e qualità degli interpreti, a partire dai due protagonisti, Omar Montanari e Andrea Concetti, affiancati da Federico Longhi e con Blagoj Nacoski e Roberto Abbondanza. Una vocalità insomma sostenuta dai colori dell’orchestra per una comprensibilità della parola, ricorrendo al concertato nel costruire una dimensione operistica e valendosi di intermezzi musicali, come momenti riflessivi e emotivi assieme, evidenziata dalla leggera e puntigliosa direzione di Alessandro Cadario alla guida dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma.
Un’opera segnata dalla malinconia e il doloroso grottesco di Pirandello, dallo stridore degli archi e dei pensieri, da perentori colpi di grancassa, con i fiati che arrivano a addolcire, umanizzare il tutto in un’atmosfera che sa dove rompere l’espansione più lirica e sfuma nel fantastico, attenta alla psicologia, così che si potrebbe pensare a qualche eco lontano di certe opere di Britten, con un linguaggio che ha superato l’avanguardia ma sa come sfruttarne certe novità e meccanismi per un’espressività forte e emotiva.
Siamo in una stazione (la scena è di Gregorio Zurla) dove il viaggio e la vita finiscono per identificarsi, un guasto o un ritardo hanno un valore metaforico, e attorno ai due protagonisti ecco viaggiatori vari, esistenze che scorrono, e poi la moglie dell’Uomo e la figlia dello jettatore, che gestiscono il bar della stazione. Le due donne, cui danno vita Annunziata Vestri e Maria Grazia Schiavo, sono unite da uno strazio che ha al fondo valenze simili, come dimostra il loro duetto davanti all’idea della morte nella quinta scena, uno dei punti alti e centrali dell’opera, assieme al finale col vagare sconclusionato di tutti quanti che nasce da un’immagine del protagonista del romanzo Il fu Mattia Pascal. Quella degli uomini che girano ognuno all’interno della luce che fa il proprio lanternino, il proprio sentimento vitale, almeno fino a quando un soffio non l’avrà spento e si sarà accolti dalla notte ”dopo il giorno fumoso delle nostre illusioni”, e, accompagnato da una sorta di lirica sospensione musicale, quel soffio, la parola soffio, sarà la chiusa di tutto.
Le fotografie dello spettacolo sono di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma.