Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Minotauro Putin

Il nuovo film del regista russo Andreï Zviaguintsev racconta una trita storia di infedeltà nella Russia di Putin. Ma il contesto è più interessante del pretesto

Ci sono due modi per guardare Minotaur, il nuovo film del regista russo Andreï Zviaguintsev passato in concorso a Cannes e vincitore del Grand Prix Speciale della giuria: il primo è concentrarsi sulla Storia che racconta cos’è oggi la Russia di Vladimir Putin, una società sempre più intossicata dalla corruzione e dalla violenza e che dal 2022 sta mandando a morire una generazione di suoi figli nella guerra insensata che ha invaso l’Ucraina. Il secondo modo di guardare la pellicola è osservare cosa succede nella piccola storia di un’infedeltà coniugale, tema affrontato centinaia di volte dal cinema, e in questo caso specifico constatare ciò che lo stesso regista ha ammesso a Cannes: Minotaur è in sostanza il remake di un film di Claude Chabrol del 1969, La femme infidèle. Il primo sguardo è piuttosto interessante, il secondo piuttosto noioso.

Segnalare che esistono due letture possibili di cui una mi ha annoiata non significa che sto stroncando Minotaur. Il distacco con cui il regista rappresenta (e quindi denuncia apertamente) la Russia di oggi, fotografata dalla prospettiva di una provincia remota dell’impero ai confini con la Georgia (non certo dalla prospettiva Nevsky), pare quello di un entomologo e lo spettatore lo segue ipnotizzato nelle retrovie di una città circondata da boschi e da fiumi dove le cene e gli affari continuano indisturbati nonostante si debbano stilare periodicamente le liste dei ragazzi che saranno mandati al macello per soddisfare le paranoie dello zar. Ma secondo me questa Storia drammatica resta sullo sfondo senza riuscire a imporsi come meriterebbe, si intravede a tratti e solo nella seconda metà della pellicola (che dura 135 minuti) ed è certamente a questo che fa riferimento il sottotitolo “nel labirinto del potere”. Il primo piano della sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Semën Ljašenko, è invece saldamente, e direi inevitabilmente, occupato dalle dinamiche lentissime e ripetitive di una vita coniugale ridotta a pura ritualità, sotto cui cova la frustrazione di una Madame Bovary della provincia russa dotata di innegabile charme e accanto a lei sonnecchia la bestia, ovvero il Minotauro, chiusa dentro il suo consorte, in apparenza di maniere cortesi, ma che in quella Russia mafiosa di piccoli oligarchi e di funzionari ligi agli ordini dall’alto ci sta benissimo, visto che ne fa parte e ci fa la grana.

Gleb è l’amministratore delegato di un’azienda di autotrasporti, ha fatto fortuna grazie alla sua rete di amicizie che comprende il sindaco e gli altri imprenditori della zona e da quando c’è la guerra gli affari vanno a gonfie vele, è lui a fornire i camion per trasportare i materiali al fronte. Gleb ha una bella villa nel bosco, ha un figlio cui insegna come non farsi bullizzare a scuola e ha anche una moglie, Galina, che rifiuta i contatti fisici con lui, appare sfuggente, si annoia nelle cene con gli amici volgarotti del marito che esibiscono fidanzate molto vistose e poco vestite. Gleb annusa il tradimento e incarica un dipendente fidato di scoprire dove la moglie passa i suoi pomeriggi quando dice che va dal parrucchiere. In realtà ha una relazione con un fotografo, ovviamente charmant e più giovane di lui.

Non anticipo il corso degli eventi, ma è facile immaginare cosa succede quando Gleb va a casa del fotografo, incontro che avviene dopo un’ora e un quarto dall’inizio del film (fino a quel momento non succede niente, la routine quotidiana della coppia in crisi occupa la scena), e questo esito è previsto dallo spettatore anche perché, lo ripeto, stiamo vedendo il remake di una pellicola uscita oltre cinquant’anni fa: succede che il Minotauro si sveglia. Da qui in poi il ritmo del film cambia passo, dalla lentezza della prima parte diventa concitato come il respiro del suo protagonista.

È a questo punto che la storia personale e la Storia politica si saldano. Gleb la farà franca non perché rimuove l’evento come fa il dottor Judah Rosenthal in “Crimini e misfatti” di Woody Allen, ma grazie alla sua rete di complicità amicali e politiche e alla stessa consorte che, come la Stéphane di Chabrol, chiuderà entrambi gli occhi. Il regista utilizza quindi la storia della moglie infedele per denunciare apertamente come vanno le cose nelle retrovie della Russia di Putin, connivenze in grado di bloccare perfino il normale lavoro investigativo della polizia.

La scena emotivamente più riuscita è quella della partenza dei soldati per il fronte, caricati sui pullman e accompagnati dalle grancasse della banda cittadina. Nessuno parte volontario, sono ragazzi increduli e uomini anziani rassegnati, tra loro c’è anche il dipendente che aveva fornito le informazioni a Gleb: il Minotauro è tanto cinico da liberarsene e assumere in fretta e furia quattordici operai per inserirli nella lista dei coscritti richiesta dall’esercito al posto dei suoi dipendenti. La coppia riconciliata e il figlio testimone silenzioso del loro mondo finiranno per concedersi una vacanza, ovviamente a Creta. E dove sennò?

Dopo questo film, girato a Riga in Lettonia e che rappresenterà la Francia nella corsa all’Oscar per la pellicola internazionale, è molto probabile che Andreï Zviaguintsev rinunci definitivamente a rientrare nel suo paese e si stabilisca a Parigi dove risiede dal 2023. Meglio espatriare, si sa che il Minotauro che vive al Cremlino è rancoroso e non perdona.

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