Mimmo Stolfi
A proposito di “People. Places.”

Graz, Argentina

Martín Iaies, chitarrista di origine argentina ma austriaco d'adozione privilegia la composizione al virtuosismo, alla ricerca di una musica che vada oltre i limiti delle tradizioni

La trasformazione di Martín Iaies si misura anzitutto da quanto poco bisogno abbia di mettersi in mostra. Chitarrista argentino trasferitosi in Austria nel 2019, figlio del pianista Adrián Iaies, nel suo terzo disco da leader suona soltanto tre assoli e scompare del tutto dalle ultime due tracce. È un dato che racconta People. Places. meglio di molte dichiarazioni programmatiche. La chitarra rimane una delle voci dell’ensemble, mentre il centro del lavoro si è spostato verso la composizione, il colore degli impasti e la distribuzione delle parti.

Iaies stesso ha dato una spiegazione a questo spostamento: arrivato in Austria si considerava un chitarrista che componeva; sette anni dopo si vede come un compositore che si esprime attraverso la chitarra. People. Places., pubblicato dalla Challenge Records, rende udibile l’evoluzione. L’organico di undici elementi, fondato nel 2023, comprende quattro polistrumentisti alle ance, due trombe, trombone, pianoforte, contrabbasso, batteria e la chitarra del leader. Klaus Gesing interviene al sax soprano e al clarinetto basso in tre brani, mentre il violoncello di Ariel Vei Atanasovski appare nella traccia conclusiva.

L’apertura di Graz espone con chiarezza il metodo. Il brano, già presente in una versione per quartetto nel precedente album New Beginnings, comincia con pochi elementi e si allarga gradualmente fino a coinvolgere l’intero ensemble. La città in cui Iaies ha studiato e avviato il progetto diventa così qualcosa di più di un riferimento autobiografico: il passaggio dalla formazione ridotta all’orchestra riproduce in musica l’evoluzione del suo modo di scrivere. L’accrescimento dell’organico non produce enfasi. Le entrate successive modificano la prospettiva del tema, mettendone in luce zone diverse e conducendo la musica verso un’ampiezza che conserva trasparenza. È questa la qualità più evidente dell’intero album. Iaies evita di usare il grande ensemble come una macchina destinata ad accumulare potenza. La densità viene continuamente regolata, le sezioni si ricompongono in nuclei più piccoli e i solisti affiorano dall’orchestrazione senza staccarsene davvero. Il gruppo si colloca in una zona intermedia fra il combo e la big band, abbastanza ampio da offrire numerose combinazioni timbriche, abbastanza agile da mantenere il carattere di una conversazione.

La componente argentina emerge soprattutto in Zamba del Chaguanco, composizione di Hilda Herrera affidata anche al sax soprano di Gesing. L’arrangiamento rinuncia a esibire il folklore come certificato d’origine. Il ritmo della zamba entra nella scrittura di Iaies, ne altera gli accenti e passa attraverso sonorità legate al jazz orchestrale europeo. Buenos Aires e Graz non vengono presentate come due metà da riconciliare. Nel disco convivono ormai dentro lo stesso vocabolario, la loro provenienza conta meno del modo in cui si trasformano a vicenda.

Anche i titoli suggeriscono una geografia costruita mediante incontri e ricordi. Accanto a Graz compaiono Delfina’s Way, El Donny e Canción de Cuna para Simón. Luoghi e nomi propri restano privi di spiegazioni, sottratti alla tentazione del diario illustrato. Forniscono un impulso alla composizione, non una chiave obbligatoria per decifrarla. Perfino 18/5, con la sua indicazione quasi cifrata, conferma la volontà di lasciare alla musica ciò che una nota biografica finirebbe per chiudere in un aneddoto.

La scrittura procede spesso da figure melodiche limpide, sottoposte poi a espansioni e deviazioni. Iaies conserva il gusto per il tema cantabile già presente nei lavori in quartetto, ma ne cambia la funzione. La melodia non è più soltanto il punto da cui partire per la sequenza degli assoli: circola fra le sezioni, viene spezzata, ricompare sotto un altro colore. Anche i cambi di andamento appartengono a questo processo. Arrivano senza essere annunciati e spostano il baricentro dei brani senza interromperne il corso.

Gesing rappresenta la presenza solistica più riconoscibile, specialmente quando il timbro sottile del soprano attraversa l’ensemble senza imporsi sul resto. Il suo contributo acquista senso proprio perché Iaies non lo tratta come l’ospite prestigioso al quale riservare una vetrina. Entra nell’identità sonora del progetto e partecipa alla stessa logica che governa tutte le altre voci: individualità ben distinguibili, tenute insieme da una scrittura che non le riduce a funzioni decorative.

Il punto d’arrivo è affidato a due brani nei quali il leader depone la chitarra. Canción de Cuna para Simón, il momento più raccolto del disco, è suonata soltanto dai fiati; in Cyclical Loss of Hope compaiono Gesing, il pianoforte di Thomas Quendler e il violoncello di Atanasovski, mentre restano fuori anche contrabbasso e batteria. La sottrazione cambia la consistenza dell’ensemble e chiude il percorso lontano dalla fisionomia abituale di un disco guidato da un chitarrista.

Il trasferimento dall’Argentina all’Austria offre a People. Places. la sua cornice, senza trasformarsi nel suo argomento esclusivo. Iaies evita sia il racconto edificante dello sradicamento sia la rassicurante fusione fra tradizioni. Gli interessa ciò che accade alla musica dopo che persone e luoghi hanno modificato il modo di pensarla. Il risultato è un disco orchestrale intimo, nel quale la maturità del leader coincide con la sua disponibilità a farsi da parte. Per affermare la propria voce, questa volta, Iaies ha scelto di distribuirla fra quelle degli altri.


La fotografia di Martín Iaies è di Helmut Lunghammer.

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