Al Museo Carlo Bilotti di Roma
La vita è segno
Incontro con Marina Binella, in occasione della sua mostra romana: «Ci tengo che i segni siano imperfetti. Per me non sono mai precostituiti, netti, performanti e perfettamente controllati»
Per gentile concessione della casa editrice De Luca Editori d’Arte proponiamo l’intervista di Carlo Alberto Bucci a Marina Bindella, pubblicata nel catalogo della mostra “Cosmografie”, a cura di Ilaria Schiaffini, aperta fino al 15 novembre al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese a Roma.
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Fratture è una scriminatura nei capelli lunghi, neri e lucidi. Oppure, e al tempo stesso, è una faglia della crosta terrestre vista dal cielo. Anzi no, non è altro che l’incrociarsi e incatenarsi di migliaia, di centinaia di migliaia, di segni, di minuscoli tratti di colore ad olio graffiti sul fondo di legno. Non la matrice della xilografia, di cui pure Marina Bindella è stata ed è maestra. Ma proprio una tavola dipinta, in positivo intendo, come fosse quella di un primitivo. E, del resto, l’ampia misura – che in un’opera dello stesso tema e titolo, come quella del 2015, raggiunge gli 80 centimetri di altezza per due metri e quaranta di larghezza – non attiene certo all’arte di un incisore, come solitamente la immaginiamo. Piuttosto a quella di un pittore, che so, del Duecento. Però è un’opera senza figure, case, corpi rappresentati. Soltanto, e non è poco, natura allo stato puro. E al suo stadio iniziale di energia essenziale, terrena oppure cosmica. È guardando il dittico Fratture del 2023 – appeso alla parete dello studio a Porta Portese dove l’esposizione dei tanti lavori del passato si sovrappone a quelle dei molti in corso d’opera, sui tavoli o sul torchio – che chiedo alla padrona di casa …
Ogni linea racchiude un segno e questo magari cela il segmento di una lettera, parole e frasi non più leggibili. Quando sei davanti alla superficie immacolata, da dove cominci? Quale è il punto di partenza di un tuo lavoro così multilineare e multiforme?
Non esiste una regola, ma, normalmente, inizio dall’angolo – dice Marina Bindella – È come se esistesse qualcosa prima dell’opera, fuori dal suo perimetro, che io vado a prendere per entrare dall’esterno nella superficie che poi percorro con il coltello, con il pennello, con il colore.
Sembra che ci sia un piano, nel senso di un progetto preciso, da seguire, quasi una strada obbligata da percorrere in cui ogni tappa è puntualmente raggiunta durante il percorso. Non temi che la precisione sia una gabbia?
No, e poi a volte è proprio l’imperfezione che cerco. Perché mi dà l’occasione di sviluppare una trama inedita. Ci tengo, anzi, che i segni siano imperfetti. Per me non sono mai precostituiti, netti, performanti e perfettamente controllati. Non li voglio algidi, asettici, i segni. Piuttosto vibranti, anche se rettilinei o puntiformi.
Visti insomma alla lente di ingrandimento o da un satellite che solca le galassie: quale è il tuo punto di vista prediletto?
Possono essere elementi che ci riportano all’atomo o linee rette a fil di squadra, traiettorie celesti o punti di cellule organiche. Ma il discorso per me è lo stesso: concepisco il segno come tratto vivente.
Ti senti più incisora o pittrice?
Come Cristiane Baugartner, che ha dormito sul divano-letto dove ora sei seduto tu quando è venuta a parlare alla Sapienza, rifiuto entrambe le etichette poiché sono sempre io, sia che usi la xilografia sia che dipinga.
Parliamo allora di vita vissuta, partendo dagli inizi di un percorso iniziato nel 1980 con la personale a Corciano, in Umbria, la terra nativa …
È vero che sono nata a Perugia ma presto, intorno ai dieci anni, sono venuta a Roma con padre, madre e fratello e mantenendo sempre un rapporto privilegiato con Milano e la Romagna, i luoghi della famiglia materna. Ho passato l’infanzia a Tavernelle, al villaggio Enel in cui lavoravano i miei genitori, mentre a Piegaro, passavo le domeniche, però contro voglia, a casa dei nonni paterni. Ma è a Roma che ho sempre vissuto e sempre dipinto, sin da bambina. Tanto che mia madre nel 1972 mi fece lo scherzo di mandare un mio disegno al premio Città eterna …
Cosa rappresentava? Ce lo hai ancora?
Sì, ce l’ho e, al di là del soggetto, un paesaggio astrattizzante, mi impressiona perché in questo foglio adolescenziale, in questa carta realizzata con inchiostro nero e china bianca, quest’ultima difficile da trovare allora, c’è in nuce la tecnica della xilografia, che allora neanche sapevo esistesse, e c’è l’idea degli opposti che ritrovo ancora nei miei lavori di oggi.
Lea Canducci è stata importante per l’arrivo della famiglia a Roma?
Sì, la mamma era nata a Milano, dove io ho ancora tanti cugini e dove mi sento sempre a casa. Lavorava con sua sorella alle officine Falk ma poi accettò un impiego da segretaria alla centrale termo elettrica di Tavernelle, dove conobbe mio padre Ilario. Si misero insieme, nascemmo io e mio fratello e vivevamo felici nel villaggio Enel, giocando con bambini che venivano da ogni regione (parlavamo tutti l’italiano, non il dialetto). La mamma però pretese, ed ottenne, dal babbo che, cresciuti i figli, la famiglia si sarebbe trasferita in una grande città. E siccome si era liberato un posto a Roma per mio padre, sbarcammo nella capitale. Dove Lea si è iscritta all’università e poi è diventata psicoterapeuta.
Nonché poetessa. È stata lei a introdurti al mondo della poesia?
Beh, indubbiamente sì. A parte il fatto che utilizzò alcuni miei disegni degli inizi per le copertine delle sue raccolte di versi, ma poi resta il fatto che nella nostra casa nel quartiere di Monteverde ho fatto la conoscenza personale di poeti come Gianni Rodari, Attilio Bertolucci, Elio Pecora, Dario Bellezza e altri. Ma ricordo anche una visita di Amelia Rosselli che mi fece i complimenti quando mi sorprese a fare un acquerello.
Le poesie di alcuni di loro sono poi entrate in rapporto con le tue opere?
Sì, e penso tra gli altri al mio libro d’artista più bello, uscito nel 2009 dopo due anni di intenso lavoro con Alessandro Zanella, stampatore-tipografo di Verona, vero progettista del volume che ospitava le poesie di Maria Luisa Spaziani. Tre anni dopo Valerio Magrelli è stato invitato a scrivere una poesia in occasione della morte prematura di Alessandro – una grave perdita per me – e nel libro d’artista, a cura di Alessandro Corubolo, realizzato in sua memoria, la poesia è stata stampata insieme a una mia xilografia di un metro quadrato.
Però c’è anche il libro su Natale Canducci …
Certo, l’idea nacque dopo il viaggio in Germania dove il nonno fu deportato come politico: era partigiano e cercava di sabotare la riconversione delle fabbriche di Sesto San Giovanni in industrie belliche. E nel campo di lavoro delle Grotte di Moedling trovò la morte, mentre lo zio Mario Piraccini, anche lui romagnolo emigrato in Lombardia, si spense a Gusen. Alla figura del nonno, al suo esempio, io e la mamma abbiamo dedicato il libro d’artista Terre Nere, edito dall’Oleandro di Roma foto. Per accompagnare le dieci poesie di Lea, nel 2000 ho coinvolto Lucio Passerini, Giulia Napoleone e Carlo Lorenzetti.
Torniamo alle origini, sei autodidatta e sei arrivata all’arte studiando storia dell’arte alla Sapienza. Un percorso anomalo, fuori dall’accademia. E perché all’inizio del tuo lavoro c’è l’incisione?
In realtà, alla personale del 1980 a Corciano andai con dei dipinti, e vendetti, anche. In quella occasione conobbi una donna di Perugia che a me e alla mia cara amica Gabriella Bernardini chiese: ‘Volete vedere il mio laboratorio di incisione?’. Andammo, e per me fu un vero colpo di fulmine scoprire quel procedimento, quello scavo nella materia e nella profondità dell’immagine.
Come hai affinato questa tecnica?
Grazie all’insegnamento di Maria Adriana Gai, exlibrista e maestra della Scuola di San Giacomo del Comune di Roma dove entrai grazie a lei quasi di soppiatto – allora era impossibile per chi non veniva da via Ripetta. Poi però i maestri me li sono scelti da sola.
Quali?
Nel 1983 vidi gli acquerelli di Giulia Napoleone al Millennio e fui molto colpita, anche perché c’era una familiarità con i miei acquerelli di allora. Nel 1990 presentai le mie carte – olii, collages, acquerelli, tecniche miste, parole e frasi coi trasferelli, ma anche incisioni – in uno spazio a San Lorenzo e venne Guido Strazza che mi disse: “Vedo che c’è una grande qualità di linguaggi ma tu’, sottolineò perentorio, ‘devi fare la xilografa’”. Su di me ha avuto un grande importanza anche la grafica polacca degli anni ‘60, studiata attraverso Alina Kalczyńska, che conobbi nel 1984 nella mostra al Segno di Angelica Savinio. E poi c’è stato, c’è ancora, c’è sempre, Carlo Lorenzetti, che non è un incisore ma un grandissimo scultore, un disegnatore sopraffino e un uomo meraviglioso con cui poter discutere d’arte e non solo. Carlo ha la capacità unica di mettersi nei tuoi panni e di starti accanto. Guido è il maestro ideale.
Strazza e la Polonia, quindi?
Quindi gesto e segno, ma per me meglio: segno e luce – rimarca Bindella accennando con la potente mano destra, quella delle schiacciate nel suo passato giovanile di azzurra del volley, al gesto che, impugnata la sgorbia, incide la matrice di legno o linoleum per tracciare la forma. – E non importa quali siano le traiettorie delle linee, ciò che conta è che nel rapporto tra aggregazione e rarefazione del segno nasce la luce, quindi lo spazio.
Su Kalczyńska e la grafica polacca hai scritto la tesi di perfezionamento, però la laurea in Storia dell’arte contemporanea l’hai presa alla Sapienza occupandoti, seguita da Jolanda Nigro Covre, che poi ha scritto delle tue opere, di František Kupka. Cosa devi all’opera del maestro ceco?
In generale, la fascinazione per le tematiche cosmiche, anche di più di quanto, in tal senso, abbia pesato su di me l’opera di Paul Klee. Ma di Kupka, del quale ho studiato la produzione grafica, mi piace ricordare il suo trattato sulla pittura che era contemporaneo, o quasi, dello Spirituale nell’arte di Kandinsky. E comunque sono affascinata da una sfera di suggestioni e mondi che passa per l’astrazione del russo e tocca il cubismo orfico di Delaunay o il futurismo di Balla.
Nella tua vita c’è sempre stato tanto spazio per la musica, sei una melomane vero?
Non mi chiamare così, amo l’opera certo, però insieme con la musica classica di Händel, Mozart, Rossini. Ascolto molta musica, peccato che sia stonata…
E molte tue opere hanno nei titoli riferimenti a contrappunti, fughe, notturni, melodie. Anche nel contenuto risuona quel mondo?
Sì, sebbene non conosca le regole della composizione – non sono una musicista – nella mia testa c’è l’idea di una costruzione musicale. Come hanno rilevato diversi critici, nel mio lavoro si scorge in controluce una struttura musicale, anche se non canonica né precisa. Ma c’è.
Dalla musica alla storia dell’arte, alla tua opera incisoria e/o pittorica, sempre guardando lo spazio infinito, gli “occhi del cielo”, e la natura a noi vicina. Perché nei tuoi lavori non c’è spazio per la figura?
È vero, dopo la scuola San Giacomo niente più figura nelle mie mani e nei miei occhi. E, devo essere sincera, non ne ho sentito la mancanza. Nel nostro presente l’uomo dà troppa importanza all’uomo, al protagonista stesso, peraltro, della distruzione dell’ecosistema in cui il sapiens ha vissuto e prosperato per millenni… Io preferisco immaginare ciò che c’è oltre.
Pensi alla religione?
Alla spiritualità, piuttosto, ma laica. Alla natura panica che va al di là del visibile.
Vorrei concludere ricordando Helena, cosa ti ha lasciato?
Tra le molte, tantissime cose, mi ha insegnato l’amore per la letteratura tedesca. È stata lei a farmi conoscere, e a tradurre per una cartella di incisioni, le poesie di Ingeborg Bachmann.
Ora le sue iniziali sono impresse nell’impresa della tua stamperia privata, “HD edizioni”.
Sì, l’ho creata nel 2016, due anni dopo la sua morte, e l’ho fatto coinvolgendo amici e miei studenti dell’Accademia di belle arti di via Ripetta, sin dal primo libro d’artista, Voyelles, dal poema di Rimbaud, fino all’ultimo incentrato sugli scritti di Beckett attraverso i segni di Claudio Adami. Ma non ci fermiamo qui.