A proposito di "Econocomiche"
Il gioco dell’economia
Sulle tracce di Italo Calvino, Marco Greco - docente di ingegneria gestionale - ricama sulla lingua e sui suoi trucchi per svelare qualche segreto dell'economia (e delle parole)
Grazie a un amico scrittore, Andrea Carraro, mai abbastanza lodato per essere un ottimo autore e un’ancor migliore guida alla scrittura per altri (suo, nel 2023, Sconsigli d’autore. Manualetto di sopravvivenza per scrittori disorientati, Galaad Edizioni, di cui qui abbiamo scritto), mi sono imbattuta in un piccolo libro che è un vero scrigno: di intelligenza, di stile, di parola. L’autore, Marco Greco, è professore associato di ingegneria gestionale all’UniCas (Università di Cassino e del Lazio Meridionale), ed è grande appassionato di Italo Calvino: in questo suo Le Econocomiche (FrancoAngeli, 108 pagine, 19 Euro) mostra di aver fatto decisamente tesoro del Calvino più giocoso e scientifico allo stesso tempo, del Calvino ingegnoso e ingegnere (come lui), rifacendosi a Le Cosmicomiche, per inoltrarsi sulle sue orme in un viaggio fantastico […] alla scoperta dell’economia: dalla concorrenza perfetta alla teoria dei giochi (sottotitolo al volumetto).
Il libro è più che interessante: come direbbero quelli che parlano ganzo è molto intrigante. Raccoglie quindici racconti, ciascuno dei quali è preceduto da un gancio proveniente dalla realtà economica – anzi gestionale, in cui viene posto un tema applicativo (segnalato dal carattere corsivo) che poi è al centro del racconto (vero e proprio) seguente, con personaggi situazioni azioni dialoghi gesti, cioè ingredienti tipici di altrettante narrazioni. In realtà è un’unica narrazione per quadri in cui, come ci fa acutamente notare il prefatore, Andrea Prencipe, docente alla LUISS/Guido Carli, sulle orme di Qfwfq (nome palindromo dato da Calvino a un personaggio ricorrente) compaiono qui Kw e Yk che appunto ricorrono nei quindici episodi.
Si tratta di narrazioni gustose che sfidano la logica ricorrente e si azzardano a porre l’assurdo o il paradosso come faccende ordinarie della vita quotidiana: proprio ponendo su un piano paradossale tutte le questioni proposte e affrontate in queste quindici situazioni, agite con umorismo sommesso e senso di spiazzamento, l’autore ci conduce per mano a esplorare zone franche in cui potrebbero annidarsi altrettante soluzioni a temi angosciosi della nostra vita organizzata, sempre in chiave alternativa, col piglio di una comicità che non scade mai nel grottesco ma si tiene alta su un crinale intelligente, lo definirei: arguto.
Se mai questi racconti dovessero essere tradotti per esempio per il mondo angloamericano, che sembra il destinatario perfetto a cui consegnare questi personaggi, le loro fisime tutte legate alla vita economica, con angosce legate alla gestione della casa attraverso regole condivise (senso anche etimologico dell’economia, più che della politica), be’, il traduttore avrebbe il suo bel da fare a rendere efficacemente la lingua che qui è inventata per confezionare questa raccolta di racconti in cui, con sapienza ma anche con divertimento, l’autore ha combinato saggio e narrazione da un lato, e dall’altro ha modellato numerose crasi in cui ha distillato altrettanti beni di consumo per dare una impalcatura scientifica nient’affatto casuale a tutto un apparente mondo fantastico in cui corrono e concorrono immagini neologismi visioni e visionarietà.
Uno degli ingredienti per l’appunto intriganti di queste articolate narrazioni è proprio la creazione linguistica che spesso conia parole inesistenti, o meglio finalmente esistenti poiché stilate per queste pagine, per poter nominare (quindi chiamare con nome appropriato e calzante) oggetti nuovi, fatti esistere solo per queste brevi, fulminanti narrazioni, ma chiaramente allusive a tutto un mondo reale che non è nominato e evocato se non per abile rifrazione. È chiaro che il traduttore dovrà trovare crasi altre, che siano tailormade per l’occhio l’orecchio e (soprattutto) l’immaginario di lettori destinatari altri per i quali quelle crasi altre siano subito misteriosamente significative, di modo che, anche non sciogliendole nelle loro componenti di base, le crasi in quanto tali accendano senso significato suggestione immagjnario, per far ripartire in chi legge il lavorio di creazione di interi mondi, e avviare in loro tutta una suggestione econocomica di esistenza fantasiosa che scivoli plasticamente nel mondo reale – da ricondurre eventualmente a un corrispondente mondo reale.
Una cosa è certa: leggere questi siparietti, queste messe in scena dell’assurdo, queste situazioni al limite del paradosso, anzi immerse nel gran pantano del paradosso, è esperienza gustosissima che fa tornare la voglia di prendere in mano il Calvino di Le cosmicomiche, o anche di Marcovaldo di cui a volte è ricordato in pieno, o riproposto, il clima in questo libro, così agile disinvolto spassoso – per il quale però lo stesso autore dice di essersi rifatto, soprattutto sulla scorta di una recente lettura, a Le città invisibili, cosicché è tornato a galla in lui tutto il Calvino amato molto tempo prima e rimasto acquattato nelle pieghe più nascoste della memoria.
Dopotutto, la realtà, forse involontariamente beckettiana, proposta da Marco Greco in questo suo libro ambizioso, si innesta proprio su quell’inferno dei viventi che Italo Calvino osserva e anima proprio in Le città invisibili, il suo libro più metafisico, dopotutto, il suo più dechirichiano – il cui esplicito lare è poi John Maynard Keynes, citato in un bislacco esergo in cui Kw, personaggio interno già si pronuncia.
È lì che il nostro Marco Greco trova il terreno fertilissimo alla sua stessa immaginazione dell’economia (là dove Calvino si occupava e fantasticava di cosmogonia), scegliendosi certamente una sfida più spinosa, più ardua, perché, come spiega nella postfazione, l’economia è (apparentemente) più arida: mi permetto di eccepire che l’economia in sé (da intendersi in senso originario come regolazione della casa, o domestica – eh quanto greco, e menomale che è una lingua morta!, pensate se era viva…, e lo è dopotutto, in versione moderna – e non allo stesso modo delle lingue romanze col latino, eh) è scienza, se se ne ha rispetto, molto più antropica e antropomorfa di quanto la globalizzazione e la finanza delle borse vogliano farci temere.
Ecco, se c’è un movimento in avanti che questo libro ci sottopone, e consegue, è proprio questo: provare a riumanizzare l’economia, l’idea che ce ne siamo fatti, l’idea viziata che ci viene propinata come di qualcosa di mostruoso di vorace e di astrale. Come? Questo dopotutto il vero busillis. Incarnandola in personaggi e situazioni in cui, come fanno questi quindici racconti a tema o a tesi (economica), i meccanismi di scambio sono il seme stesso della questione, la ragione stessa dell’interagire, e interazione genuina e umanante. Qualcosa di economico diventa qualcosa di umano, e non è più qualcosa di alieno.
Accanto al titolo, Quentim Massys, “Gli esattori”, 1520.