A proposito di “Cose che nessuno vede”
Il cane e la zia
Il libro d'esordio di Lisa Bentini racconta due lutti paralleli. Ma lo fa con le armi della letteratura: la scrittura non lenisce il dolore, semmai aiuta a capirlo
La collana “Lapilli” della casa editrice palermitana Kalós, diretta da Antonio Sunseri, nasce con un intento programmatico preciso: creare libri “incandescenti” e capaci di sedimentarsi e rimanere nel tempo. Si tratta di una scommessa ambiziosa, soprattutto in un panorama letterario italiano spesso orientato verso il “fast food culturale” di facile consumo e di altrettanto rapida dimenticanza. In questo spazio editoriale esordisce Lisa Bentini con Cose che nessuno vede (Kalós, 202 pagine, 15 Euro). Il suo è un esordio felice perché si dimostra un’opera matura, stratificata e coraggiosa. La materia del libro tocca infatti l’ambito intimo e familiare dell’autrice, che si espone a nervi scoperti ma sostenuta da un’impalcatura forte, di notevole eleganza stilistica e letteraria. Ci vuole coraggio a parlare di sé, soprattutto in una prima opera; eppure Bentini ci riesce diventando “altro da sé”, mossa dalla consapevolezza che «la morte attiva l’incredulità come la scrittura». È da qui che si innesca il cortocircuito del lutto.
Prima di addentrarci nell’universo del testo, è necessario seguirne la storia, o meglio, le due storie parallele che si rincorrono e che inducono alla scrittura non solo come bisogno, ma come consapevolezza precisa della creazione poetica. Il libro racconta due perdite distinte: quella di Beverly, la cagnolina dell’autrice, morta a nove anni e quella della “Bambina” – un personaggio avvolto inizialmente nel mistero – scomparsa anch’essa all’età di nove anni (un numero che vanta precedenti illustrissimi in letteratura).
La vicenda di Beverly è chiara sin dal principio nella sua straziante e ineluttabile verità. La Natura ha ordinato che i nostri cani ci precedano nella discesa verso Dite; quando questa legge cosmica viene infranta, il distacco è ancora più tragico proprio per l’amore incondizionato che il cane dona al padrone (un legame profondo che chi scrive, amando moltissimo il proprio cane, ci tiene qui a sottolineare). Nelle pagine di Bentini si riscontra un dolore profondo, accompagnato dalle vicissitudini della malattia di Beverly e dal senso di colpa per ogni gesto compiuto o mancato.
Dall’altro lato emerge a poco a poco, con una lentezza che accelera a cascata solo nel finale, la tragica e inaccettabile scomparsa di colei che si scoprirà essere la zia paterna di Lisa Bentini: una sua quasi omonima dalla quale l’autrice ha ereditato, in parte, il nome. Non è un’eresia accostare queste due perdite. Bentini ne intreccia i fili in un momento cruciale del libro, richiamando una riflessione dello scrittore Michel Houellebecq secondo cui i cani sono, essenzialmente, “bambini eterni”. Essi rappresentano la nostra parte innocente, ed è su questo punto che si snoda il legame con la Bambina. Il lettore si accorge così che la voce narrante parla spesso in seconda persona, rivolgendo il suo “Tu” alternativamente a Beverly o alla Bambina.
Una chiave di lettura utile per avvicinarsi a un’opera – e certamente la più affine a chi scrive per deformazione professionale – è la sua galleria di immagini descritte. Il libro di Bentini è un vero e proprio tripudio visivo, che spazia da icone universalmente note a istantanee di stampo privato.
A cominciare dal titolo, il primo tributo va alla fotografia. Esso ricalca la citazione di Diane Arbus: «Ci sono cose che nessuno vedrebbe se non le avesse fotografate». Ma cosa sono queste “cose”? Sono innanzitutto il vissuto e la memoria, sia nostra che di chi ci ha preceduto; una memoria che, tuttavia, si rivela a volte fallace, altre sfuggente. Le fotografie sono i primi documenti visivi che educano lo sguardo alla memoria della storia familiare. Questo viaggio sentimentale nel passato privato si compie con la stessa lucida precisione che l’autrice rintraccia nelle grandi opere d’arte, le quali penetrano nel testo con la forza emotiva del ricordo, accudendolo e sublimandolo. Ma, attenzione: la fotografia resta anche l’arte più connessa alla generazione di fantasmi e alla riproduzione di attimi di vita invisibili e forse mai veramente vissuti, ed è anch’essa fatalmente soggetta al deterioramento e all’oblio.
L’intreccio tematico molto fitto (a un certo punto vira anche sulla famosa cagnetta Laika mandata a morire nello spazio, che generava in noi bambini un profondo strazio) attiva continui e dotti riferimenti artistici. Le prime immagini rimandano alla figura del cane nell’arte: abbiamo lo scheletrico cane di Giacometti, in cui l’autrice rivede Beverly; Il funerale a Ornans di Courbet, dove un cane vivo si trova accanto alla fossa-fulcro del dipinto; Man with a dog e Study of a dog di Francis Bacon, in cui i tombini diventano «grate per comunicare con l’aldilà».
Non mancano i riferimenti al libro di Emanuele Trevi che prende il titolo dalla nota poesia di D’Annunzio, con tutto il nichilismo che ne deriva. Nel cane Beverly, nella sua unicità, l’autrice cerca un universale già dipinto, cantato ed espresso nella storia del mondo per capire, per capirsi, e per elevare una creatura innocente a epopea ed emblema dell’ingiustizia della natura, che consegna alla morte un essere puro (il quale, probabilmente, accetta la fine con più facilità rispetto a noi umani).
Una nuova galleria di immagini accompagna il racconto della nascita e della perdita della Bambina. L’esplorazione visiva ci mostra, all’inizio del libro, le tombe etrusche di Cerveteri (con echi de Il Giardino dei Finzi Contini), il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, il San Sebastiano di Antonello da Messina, La bambina malata di Edvard Munch, che tanto assomiglia alla Bambina di Bentini anche per il colore della chioma. Di straordinaria forza è l’analogia con la Visitazione del Pontormo (nella rilettura di Bill Viola): la trasfigurazione delle due donne incinte, Maria e Santa Elisabetta, richiama l’incontro tra Silvana (mamma della Bambina e nonna dell’autrice) e la cugina Carla, entrambe in attesa. Silvana aspetta la Bambina, che diventa così una figura cristologica di martirio: la sua morte prematura segnerà indelebilmente la storia familiare, ponendo un sigillo che graverà, anni dopo, sulla nascita dell’autrice stessa, cresciuta sotto l’ombra incombente di quella bambina dai capelli rossi. Se la figura di Cristo rappresenta il sacrificio, essa incarna però anche la salvezza. L’occhio dell’autrice – colei che nasce portandosi addosso il peso di questa morte misteriosa – diventa lo strumento di quel riscatto. Si tratta di un occhio profondamente educato all’arte e alla letteratura, che discende con accuratezza nella genealogia del ramo paterno. E la fotografia? È qui che si insinua, perché è vero che Bentini inserisce anche quest’arte visiva e diversi fotografi celebri nella galleria del suo libro, ma la forza delle istantanee riguarda soprattutto la storia familiare. Le fotografie possono ricostruire i pezzi mancanti, ma generano altresì dei fantasmi, non riproducendo esattamente la realtà: «In una mano ho l’unica foto in cui la famiglia di mio padre è al completo […] Con una lente guardo bene quello che dice essere mio padre: ma no, non è mio padre, sono io! Sono stata mio padre in quella foto. Mi piace crederlo. Scrivendo posso crederlo».
Bentini approfondisce, indaga, investiga e cerca i documenti riportandoli sulla pagina: referti ospedalieri, lettere della nonna che non si dà pace per il tragico caso di malasanità che ha portato alla morte la figlia; troviamo stralci di diario della Bambina. L’autrice stessa dichiara: «La scrittura indaga, ricostruisce, si avvicina alla verità, va avanti e indietro nel tempo, finge, falsa, salta, collega, omette, aggiunge, ma non restituisce la vita, non elabora il lutto, al contrario lo conserva, lo fissa per sempre».
La morte della Bambina mai conosciuta e quella di Beverly non vengono rievocate per essere lenite. La letteratura e l’arte non salvano, non medicano il dolore; al contrario, ci spingono dentro una consapevolezza ancora più profonda della perdita. Tuttavia, esse ci donano la facoltà mitopoietica e duttile di ricreare la vita, permettendoci di rintracciare simboli, di inventarli, di trasformarli. Cose tutte, appunto, che nessuno vede.
Il disegno originale accanto al titolo è di Giulia Cavallini.