Paolo Puppa
Una storia di pioggia e dolore

La disabile

«Scesa dal pullman, attraversa sfinita lo stradone e si dirige verso la fortezza, come chiama l’Istituto Cottolengo che si erge severo in mezzo ai campi, isolato e minaccioso. Varca il cancello e il viale alberato le sporca ulteriormente le scarpe nuove con la fanghiglia fastidiosa...»

Piove tanto, piove troppo e lei si rimprovera di aver preso al volo, da casa, l’ombrellino piccolo, che sta agevolmente in borsa, ma che adesso non serve a niente. Piove, da comprarsene uno nuovo, che sia un vero ombrello. Ma non c’è nessun bengalese all’orizzonte. Scesa dal pullman, attraversa sfinita lo stradone e si dirige verso la fortezza, come chiama l’Istituto Cottolengo che si erge severo in mezzo ai campi, isolato e minaccioso. Varca il cancello e il viale alberato le sporca ulteriormente le scarpe nuove con la fanghiglia fastidiosa. Che vita sgradevole!  Il giorno prima di questo sabato rovinoso, perso a visitare la nipote da alcuni anni ricoverata al Cottolengo, ha avuto pure uno screzio umiliante con la Pighi, la funzionaria responsabile, che l’ha rimproverata, di fronte a tutti, per un piccolo ritardo con cui si era presentata al lavoro. E invece lei era ansante per la corsa fatta, dall’approdo del Piazzale Roma all’odiato Ufficio in cui svolge il ruolo di semplice impiegata allo sportello. Posto conquistato con un concorso che non sa ancora come è riuscita a passarlo. La sveglia non aveva suonato, d’accordo, ed era uscita in fretta, senza nemmeno lavarsi. “Così non può andare avanti. Sei una viziata, nient’altro che una viziata. Farò rapporto”, le aveva gridato la tettona, truccata come una zoccola, i tacchi alti a cercare di renderla meno nana e soprattutto a tentare in tutti i modi di nascondere i sessant’anni compiuti.

Lei invece era alta, slanciata, forte di vent’anni di meno, spiritosa, sorretta da una classe che le veniva da una famiglia ben conosciuta in città, una bisnonna lombarda anche nobile. Solo due difetti, non poteva negare. Sua sorella, la Bepi, celebre avvocato a Venezia, divorzista formidabile, non c’era più, portata via dal tumore al pancreas in pochi mesi; e in più due occhi molto strabici, che non osava operare, in quanto temeva i chirurghi, morte assicurata. Ma lo strabismo scatena i maschi, le aveva assicurato quello che sarebbe diventato per pochi giorni suo marito, Stefanello biondastro e motoscafista, conosciuto a una festa del Redentore. Nozze scandalose per la Bepi e i suoi genitori ancora (per poco) vivi, con indubbio declassamento. Non aveva mai capito l’indignazione dei suoi congiunti, se la sorella delusa dalle sue scelte aveva partorito la figlia handicappata senza uomo, e mai si era scoperto chi fosse il padre. Ma la Bepi aveva una personalità aggressiva e quello che faceva andava bene, sempre.  Ora ha varcato il portoncino dell’Istituto e sta declinando con stizza la propria identità alla portinaia come al solito accigliata. Un vero carcere, in pratica. Alla fine del rito di passaggio, entra senza alcuna gioia, anzi con paura e imbarazzo, dentro la saletta d’ingresso e una volta varcata la soglia già annusa l’odore nauseante che proviene dai piani superiori attraverso le scale ripide. I ricoverati, quasi tutti, non sono autonomi e da qui l’accumulo insostenibile di fetore. Lei in quell’inferno ci va ogni sabato, sacrificando il giorno libero. L’ha promesso a sua sorella.

In compenso, ha avuto in usufrutto la Palazzina a San Stae, vicina al Canal Grande. Aggirarsi nelle tante stanze, stracolme di mobili del settecento, e farla da padrona fino a che resta viva., un sogno che si realizza.  Ha abbandonato così il mini appartamento affittato con rabbia dalle parti della stazione, nella calletta piena di siringhe e di cacche di cani. Ma anche di umani, grazie all’invasione di africani nullafacenti. Ne è ben convinta. La proprietà, come conti correnti e azioni in banca, sono stati invece lasciati purtroppo a Sarmeola, doni in grado di assicurare la lungodegenza a Chiaretta infelice, di coprire i costi dell’assistenza e della camera dozzinante, con la clausola che se la ragazza però veniva a mancare la proprietà e il resto dovevano essere dirottati altrove. Complessa procedura con relativo atto notarile, gestito dalla sorella quasi in agonia con la consueta, autorevole fermezza. Rievoca la festa squallida del matrimonio in Municipio. Presenti solo i parenti di lui, realmente oltre ogni più avvilente previsione. Chiassosi, euforici, buzzurri negli abiti, frequenti pacche sulla schiena a manifestarle simpatia, e Stefano visibilmente fiero di diventare cognato della famosa donna di legge. Durato il tutto due giorni, per la verità. Forse un record nel settore. Separandosi era stata riaccolta dalla sorella e dai suoi, ormai entrambi malati, per un perdono glaciale. Riaccettata a tal punto che quando il tumore l’aveva invasa e quasi vinta la Bepi l’aveva chiamata in casa per dirle con solennità che doveva necessariamente ricoverare la figlia a Sarmeola, al Cottolengo, e che le affidava con fiducia e qualche tremore l’assistenza. Ovvero, doveva controllare come medici e personale infermieristico trattavano la ragazza, inchiodata in carrozzella e incapace di provvedere a sé per le gravi lesioni procuratele dal forcipe alla nascita. PCI, che non era la sigla del partito di qualche anno fa, quando la sorella vi militava con successo, ma paralisi cerebrale infantile, aggravata da deficit cognitivo e pure da autismo. In compenso, il volto era rimasto meravigliosamente bello, un viso d’angelo dai lineamenti armoniosi, occhi celesti e nasino minuscolo, se non fosse per le continue smorfie che le deturpavano la faccia quando emetteva urla selvagge a manifestare qualche arcano bisogno. Allora sbarrava gli occhi, scuoteva con isteria il capo da sembrare una menade greca, sbavando copiosa saliva e gemendo impotente ma non rassegnata. Fino a che non la sedavano d’urgenza.

Al cospetto della zia premurosa, un’infermiera che si era proposta in cambio di una mancia integrativa, le asciugava le labbra, mormorando a più riprese e accarezzandola con tenerezza recitata: “Cosa c’è, amor mio? Chiaretta, stai calma, calma la mia bambina”. La Bepi le aveva lasciato sul suo conto personale, già piccolo e prossimo e estinguersi, una bella sommetta da investire in mance dietro accurato controllo. Ebbene, lei, tranne che per un viaggio a Capri dove si era recata una settimana di agosto straziata da assurdi sensi di colpa, aveva eseguito diligente quel compito assegnatole dalla moribonda. Non provava, ovvio, alcun affetto per la nipote. Faticava piuttosto a celare una sorta di disgusto, vedendola così inutilmente bella, lo sguardo ben dritto. L’accusava, dentro di sé, per i sabati liberi occupati militarmente, e per la dipendenza abitativa e psicologica subìta in rapporto alla Bepi che anche dall’altro mondo non cessava di intimorirla. “Non sarai per caso anaffettiva?” le aveva chiesto una mattina in ospedale, mentre in sua presenza si faceva fare una puntura di chemio debilitante e infruttuosa. La medesima domanda rivoltole da Stefanello a letto, dopo la prima volta per lei, da poco sposata. Era giunta vergine alle nozze, infatti, aspetto di cui si vergognava, tenendo a bada gli abbracci focosi del ragazzo, più giovane di tre anni. E lei che aveva ormai trent’anni, l’aveva sposato perché senza dubbio quel corpo muscoloso e piccolo, la calvizie precoce, la voce dura e arrogante, e il dialetto lagunare con cui si divertiva a infiorare le parole, insomma l’avevano turbata e sedotta. Ma poi era stato un autentico disastro. Il dolore spaventoso della penetrazione affrettata e impaziente da parte del motoscafista, i commenti frementi che le piovevano sul collo tra ansimi progressivi “Cazzo, ce l’hai troppo piccola!” e “Ma tua mamma non ti ha detto niente?”. L’abbraccio era durato pochi secondi, lui era uscito non soddisfatto ed era corso in bagno a pisciare brontolando. Gli vedeva, stralunata, le natiche robuste e implumi nella loro oscena nudità. “Dobbiamo rifarlo con più calma, signorina”. Davanti a una simile frase, e in quel momento, aveva deciso che non avrebbe rifatto niente quel bellimbusto. Lei metteva le carte in mano alla Bepi, che le avrebbe evitato altre penetrazioni. E così, la mattina seguente, nel cucinino della casa dei suoceri donata al figlio, a Santa Marta, modesta zona secondo lei, gli aveva ripetuto che era finita. E lo sguardo furioso e poi umiliato del giovanotto l’aveva divertita e anche leggermente intristita. “Sei anaffettiva, vero?”, lui le aveva chiesto mentre si faceva un terzo caffè, e trasudava nervi a fior di pelle da tutta la sua prorompente fisicità. Intendeva forse “frigida”, ma andava bene lo stesso. Lei aveva annuito, sbuffando con aria di sfida. Da qui, il ricorso al dialetto veneziano da parte dell’uomo. “Vi altri sé tuti marsi patochi, come quea to nevoda desgrasiada!”. E lei in quel momento aveva apprezzato la mutazione linguistica e la perfidia sfoderata in segno di debolezza. Era tornata il giorno stesso nel suo miniappartamento, facendo lo slalom tra le cacche dei cani e le siringhe, e la Bepi si era incaricata di far portare via dal pertugio di Santa Marta le sue poche cose. La sua famiglia intera aveva tirato un sospiro di sollievo. Da quel giorno, mai più un altro uomo. Era single, e tale intendeva restare. Non avrebbe più ammirato natiche spudorate andare in giro, a promettere intimità indecenti. Del resto, non provava alcuna nostalgia di corpi addosso. Già, si poteva vivere bene senza sesso. Adesso la fanno avvicinare proprio a Chiaretta, al tavolino vicino al finestrone. In tasca, lei tiene il rotolino di trecento euro.  Pedaggio, questo, per la Carmen avida che la sta imboccando, il fazzoletto nell’altra mano a pulirle la bocca che ingurgita male i bocconi. Sul piatto, una zuppa verde maleodorante.

Esulta la donna dai capelli tinti di rosso con qualche mèche blu e tatuaggi che le salgono sino al collo: “Ma guarda chi è venuta a trovarti, la signora zietta che ti vuol bene!”. Lei si siede con loro e sospira simulando dolore. In realtà, ha voglia di passare quanto prima il “pizzo” a quell’orribile infermiera e tornarsene nella bella casa della Bepi, ora sua finché non crepa. L’aspetta l’ultima serie turca con storie di passione che la distraggono. Al tavolo di fronte siede affranto un professore universitario veneziano. Sta dando lui da mangiare al fratello. Hanno fatto il viaggio assieme, lei e il professore, qualche sabato fa. Era seduta nel pullman al fianco suo e aveva iniziato una conversazione, perché a lei veniva facile avviare i rapporti con il mondo. Solo che si stancava presto e interrompeva. Ma stavolta era stato il professorino, giovane ma già con un principio di pancia, a tagliar corto, dopo che le aveva confidato di aver moglie e figli. E che significava quella informazione? Lei mica voleva rimorchiarlo. Lei con gli uomini, analfabeti o baroni accademici, zac, chiuso, e più di lor non si ragiona, come diceva la Bepi. Manco si erano salutati oggi, e ognuno esibiva un’indifferenza ostile. Nessun problema. Ma si vedeva che quel bel tipo era davvero disperato e fissava il fratello, più giovane di lui, ma perso nel suo vuoto, ferocemente affamato, con un amore impotente. Esagerazioni e incoerenze, se poi lo lasciava là per la sua bella famigliola. Per darsi un tono, indica a Carmen il naso della nipote che perde moccia, e quella all’istante provvede, scusandosi in mille maniere tra moine insoffribili. Basta così per oggi, pensa, abbiamo dato. Passa alla infermiera che si inchina con un sorriso radioso i biglietti arrotolati, e scappa fuori dalla camera, inseguita da suoni bestiali di tutti i tipi. I nazisti erano mostri crudeli, però lucidi in fondo, si ripete da un po’ di tempo. Ma la Bepi la osserva dall’alto o da dove diavolo è finita e le tocca ogni sabato quel calvario. Sulle scale, incrocia un uomo, giovanile, occhi strabici anche lui. Capelli folti, inizio di barba trascurata. Mai visto prima. Costui sta salendo veloce di piano, ma rallenta per ammirarla. La guata sfrontato e nello sguardo dello sconosciuto lei legge qualcosa che riesce a turbarla di nuovo, come non le avveniva da tempo immemorabile. Non indossa un camice, l’uomo, non è dunque un medico, non sembra nemmeno un parente in visita, in quanto non porta soprabito, l’inverno è alle porte e quella pioggia infernale non smette di infierire fuori e contro i finestroni mal lavati. Forse è un paziente non dei più gravi, se lo fanno girare in autonomia. Quello intanto continua a scrutarla in maniera ossessiva, e lei teme di fare un cenno di consenso. Da una porticina nella rampa di sotto sa che c’è una palestra vuota, con tanti tappetini sul parquet. Per un attimo, riprova un empito che le sale dal basso sino alla nuca, uno struggimento lacerante, lo stesso che avvertiva quando Stefanello la baciava con violenza, spingendola addosso a un muro sporco e umido, in una delle infinite callette dietro alle Zattere, prima della catastrofe matrimoniale. Per fortuna, in quel momento arriva trafelato un massiccio infermiere che si mette a sbraitare al suo improvvisato ammiratore con un accento pesantemente meridionale. Tutti “cabibbi” se li prendono qua, e fra poco saranno magari anche neri, le verrebbe da imprecare, stordita e dispiaciuta per l’interruzione. Scende comunque in fretta i gradini, e sulla sua testa ode risate grossolane e colpi pesanti. “Ma che ci vuoi fare tu alle donne, eh, Aldo? Eh, sentiamo, eh, Aldo mio?”. Qualcosa di morboso, ma sì, di animalesco che lei conosce e la mette in fuga.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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