“Un repertorio di scene” di Luigi Colagreco
La bussola del vivere
L’esordio poetico di un autore che ha eletto la Poesia a sua missione (dirige il Centro di poesia e altri linguaggi tra Chieti e Pescara e il Concorso Sinestetica). In questa raccolta «apre l’archivio del mondo» con sicura misura compositiva, sapendo guardare dentro se stesso e alle vicende del mondo. Tra Esterno e Interno…
Luigi Colagreco è un animatore culturale di rara passione, dirige il Centro di poesia e altri linguaggi, tra Chieti e Pescara, e organizza vari eventi come il Festival ChietiPoesia e il Concorso Sinestetica, per poesia e video-musica-poesia, qui mettendo insieme forme d’arte che certo dialogano tra loro, richiamato forse da quella formazione musicale che gli perviene da anni di Conservatorio. Ma al di là delle sue attività culturali (che meritoriamente lo portano anche a intervenire nelle scuole medie e superiori abruzzesi), Colagreco è poeta, diciamo giovane poeta, nonostante l’età di mezzo, essendo uscito solo ora un suo libro di poesia: Un repertorio di scene (La vita felice Editore). E si tratta, aggiungerei, di un libro prezioso, che svela un valore sicuro, riservato e inesploso fino a ora. Una raccolta che evidenzia una intensa natura creativa, oltre che una precisa misura compositiva, e qui chiaramente misura è intesa come intendevano i filosofi antichi, con la formula di “spaccare l’oncia”.
Ci mette già sull’avviso del valore di queste poesie, nell’introduzione articolata, il noto poeta lussemburghese Jean Portante, quando afferma che il poeta apre «l’archivio del mondo, con le sue voci, le sue insidie, i suoi corpi, le sue città, i suoi alberi che non si sentono percepiti se non guardando verso la terra». Vero, lo sguardo di Colagreco è ampio, aggiungerei delicato e profondo, una scrittura che va “oltre” il semplice dire, in quanto il suo è un teatro osservativo ulteriore, che è poi la sintesi del saper guardare dentro se stessi e alle vicende del mondo, o meglio guardare e poi tentare di raccontare (le sezioni, penso per questo, si intitolano non a caso: Interni, Esterni, Interni ed Esterni, Esterni). C’è poi quella vocazione musicale (e al canto) menzionata, che si insinua nei testi, modulata in forma lieve, ma attraversata anche da gorghi e anfratti rocciosi, da passaggi spigolosi e muti, un sussurrare che diviene perfino in alcune poesie una litania dai tratti dolorosi e quasi funerei.
Una poesia intrisa di presenze non dichiarate, ossessiva e battente, un crocevia di fuochi fatui, di anime perennemente in bilico, volutamente priva di riferimenti ai luoghi, ai fatti, a quelle stazioni di viaggio attraversate (peraltro ora Colagreco insegna in una Università brasiliana, e non dimentica di stabilire un ponte fra le due culture). Tutto ciò confina il lettore in un crocevia di punti nascosti, di figure indeterminate, di eventi occultati. Eppure, forse semplificando, mentre tutto è assente, tutto è presente e rilevabile, cioè utilizzando la via più elementare: la bussola del vivere.
Il poeta va e viene in una linea di conforto e di dolore, va e viene col segreto dell’esistenza e col senso della fine. Si cala pure (sulla scorta della lezione di Raboni) al “fianco” dei morti, in particolare ricercando quell’intimo sorriso che come un manto, sovrasta ogni secondo della sua esistenza, e sta dietro alle cose e alle vicende, ai giorni e alle stagioni, e in un tremore, come un respiro leggero, si aggira in spazi ferrati: «Non sembra neanche una stanza,/ da come è smembrata, aperta/ alla vista di tutti./ Una volta è stato un rifugio,/ qualcuno ha vissuto,/ ha praticato./ Ora non è un luogo sicuro,/ la parete del letto/ non ha più lo specchio di fronte,/ non fa circolare le occhiate./ Guarda la strada, quello che passa».
Si cala in quella città sotterranea dove i tanti volti si conservano nella loro integrità, allora la città non sarà solo quella che ci sta di fronte ogni giorno («Le storie dei vivi continuano i nomi degli altri,/ perché la città è una casa aperta/ e non c’è nessuno che resta/ a spalancare le porte»), piuttosto diviene quella cerchia allargata che ci attraversa e segue silenziosa (e per inciso, non è forse Chieti una città con un sottosuolo sconfinato e misterioso?). Passi intimi, passi certi o sconosciuti, visioni («Sono sei anni a gennaio,/ quando la neve allagava/ l’intero quadro dello sguardo») e memoria, o meglio ricordo, comunque una meditazione composta e sentita. E un punto centrale del libro è quel giardino che riecheggia più e più volte in varie poesie («Ho dato un nome al giardino/ per possederlo/ con la formula di un sortilegio»), attorniato da una natura ricca e multiforme, esso ci appare non uno spazio semplice in cui il poeta ha vissuto, bensì una geografia della propria vita: una genealogia di fatti, di affetti, di giochi infantili, una scacchiera di vicende e di sospiri sospesi, una ricerca spasmodica dei momenti spezzati. Dove il vivere a volte è semplicemente sopravvivere («Anche qui si può sopravvivere»). Viottoli, distese, sabbie, abbecedari, muschio, argilla, movimenti, gesti, volti: il poco e il tanto dell’esistenza. Come dice in questa poesia: «Basta poco,/ anche quando il giardino/ è uno spazio piccolo./ Basta puntare il suo centro,/ non serve l’estensione di un parco./ Ora è una distesa di breccia,/ sassolini che sdrucciolano sotto le scarpe/ per sollevarci dal basso». (Nella foto, Luigi Colagreco).
Ma Un repertorio di scene è pure un libro ecologico nel senso di casa e dimora, parola e studio, di cura, in cui la natura vive nel tempo, e si fa persona, perché il poeta diviene parte o totalità di questo ambito del vivere, dall’infanzia all’età adulta, coi mille sentieri amati e partecipati, e quell’esterno è in verità l’interno, o forse anche viceversa. Non è un groviglio la poesia di Luigi Colagreco, lo è l’esistenza, personale e collettiva, che il poeta vive con il pensiero vigile («L’ultima chiamata/ è di accettare il senso di tutta la storia») ma pure trasognato («Si apriva la grata/ e il rospo era un pezzo di legna verde marrone./ Si muoveva a tratti/ come fanno gli alberi grandi/ quando non li guardi»; «Sott’acqua le travi sono i trampoli del paese./ Li vedi adesso i legni di pino,/ galleggiano meglio,/ sanno meglio dei pensieri nelle assi nascoste,/ nelle parole di bottiglia ancora insieme»). Parole legate a una invocazione alta, a una riflessione e a uno slancio creativo continui, attraverso quella scrittura poetica che è per Luigi Colagreco molto della propria vita.
Vicino al titolo, un’opera di Ennio Morlotti.