Danilo Maestosi
A Palazzo Braschi di Roma

Keith Haring nella nebbia

La grande mostra dedicata a Keith Haring ne celebra il mito senza raccontarne le contraddizioni. E testimonia la distanza che ci separa da quel tempo di esperimenti e frenesie

Keith Haring (1958-1990), geniale e spericolato pioniere dell’arte di strada, torna a Roma quarantadue anni dopo la sua prima e unica apparizione in città. E trentasei anni dopo aver pagato con la morte precoce per Aids il prezzo di una vita consegnata agli eccessi, come altri compagni di quella stagione. Una resurrezione affidata ad una ricca retrospettiva a tutto campo in cartellone fino all’11 aprile nelle sale di palazzo Braschi, che nelle dichiarazioni della vigilia doveva essere anche una sorta di tardivo risarcimento per la tiepida accoglienza che il pubblico della capitale gli aveva allora riservato, culminata con la cancellazione di due murales, lasciati da Haring a ricordo del suo breve soggiorno. Intenzioni purtroppo accantonate senza alcuna spiegazione da una rivisitazione che non sembra preoccuparsi di lasciar traccia profonda, se non la scommessa azzardata sul richiamo mitico del personaggio e sulla simpatia da adolescente ribelle che ancora suscita.

Poche e sconnesse le note biografiche lungo il percorso, che avrebbero consentito di inquadrare meglio la sua travolgente e privilegiata ascesa, lui bianco, colto e benestante, tra i graffitari in rivolta della New York dell’epoca.

Tre curatori che hanno impaginato con buon gusto i vari capitoli della mostra, impostata sui prestiti di una fondazione che gestisce la più ricca raccolta di opere di Haring, purtroppo chiamati ad esporre le loro riflessioni solo nella conferenza che ha preceduto il vernissage. Senza lasciare dunque una testimonianza critica del loro lavoro: non c’è e non è prevista la pubblicazione di un catalogo, come se di una rilettura incrociata della storia di oggi e di allora non ci fosse bisogno. Come se non ci fosse neppure un bisogno di far capire come e perché la prima esibizione romana di Haring si chiuse in modo così deludente.

Eppure è proprio su quel debutto romano che si apre questa nuova puntata della programmazione di palazzo Braschi. Al centro una motocicletta che Haring decorò durante quel suo breve soggiorno. Alle pareti due gigantografie ricavate da un reportage di quel lontanissimo settembre del 1984, che ritraggono Haring al lavoro.

La prima è una scena a vernici rosse buttata giù in poche ore sulla scalinata del Palaexpo dove figurava tra i comprimari di una ricognizione sugli autori della nuova frontiera dell’arte da strada made in Usa, organizzata come ultimo atto di congedo dal trono di re dell’effimero da Renato Nicolini.

Una ministoria a fumetti in cui Haring schierava un cane a fauci spalancate e altri personaggi del repertorio che ne aveva già consacrato il successo.

La seconda è un’immagine scattata pochi giorni dopo quando tornò ad esibirsi in un contesto urbano ancora più usuale per lui, affrescando i vetri del ponte sul Lungotevere Flaminio, sul quale la linea A del metro riaffiora all’aperto. Pochi i fans che seguirono e applaudirono dal vivo le due azioni. La street art in Italia era ancora un fenomeno allo stato nascente, e in seguito avrebbe imboccato altre strade di provocazione e figurazione.

Pochi i rimpianti e senza grande eco le proteste quando quelle due opere furono rimosse come segni ordinari di sporcizia vandalica: la parentesi delle giunte rosse si era chiusa, l’anno successivo il comando del Campidoglio sarebbe passato alla Dc, in sintonia con quanto avveniva Oltroceano con l’avvento di Reagan. Perché non ricordarlo ai visitatori di questa mostra di palazzo Braschi? Perché non sottolineare le assonanze con la deriva inquietante del nostro presente di occidentali allo sbando, precipitati in un salto all’indietro dentro le voragini della paura e della violenza che calpesta il rispetto dell’umanità e di valori di libertà per cui Haring si è sempre battuto?

Gira voce che ad impedire questi approfondimenti sia intervenuto il divieto di una cabina di regia made in Usa dietro le quinte che gestisce a fini commerciali i diritti d’immagine dell’autore. Keith Haring si è ormai trasformato in un marchio di fabbrica planetario di immagini clonate, che portano in tutte le case messaggi addomesticati di felicità e trasgressione.

Perché spaventare con letture critiche e inevitabili dubbi da biblioteca e da museo questa sterminata tribù di consumatori, e questo giro miliardario?

Impoverita da questi limiti la mostra di palazzo Braschi ci consegna comunque qualche anticorpo per correggere il tiro. Il più efficace è a mio avviso, lo spettacolo di una sala poco più avanti. Accoglie una serie di pannelli metallici staccati dalla recinzione di un’autostrada urbana di New York che Haring aveva decorato con lo stesso stile e la stessa velocità con cui da un paio d’anni interveniva sugli spazi dei tabelloni pubblicitari lungo le varie linee del metro.

Sulla superficie danzano quegli omini stilizzati in corsa che erano il suo biglietto da visita. Ma il fondo è offuscato dai graffi e dallo smog. Una nebbia che ci obbliga a contare tutti gli anni che quest’opera sopravvissuta ha imprigionato. E che ora ne misurano la durata. Suggerendoci una distanza più critica rispetto a quel lontano decennio degli Ottanta, da troppi incapsulato in una sorta di nostalgica idolatria di paradiso perduto dalla sensazione di più diffuso benessere che circolava. Alimentando una voglia di vivere e fare comunità, che ad uno sguardo di oggi sembra preparare la resa collettiva agli arbitri di un nuovo feroce capitalismo finanziario, sempre più votato al Dio del denaro come bussola di una società di inermi e impotenti consumatori. Un regno della merce che ha travolto anche il territorio dell’arte.

Arte è tutto quello che si vende come arte, teorizzava Andy Wharhol, punta di diamante della pop art, che ha offerto a Keith Haring il trampolino verso il successo e il passaporto per sdoganare la sua vocazione gay e partecipare al clima di ebrezza, di feste e di eccessi di quella New York che dominava la cultura e il mercato.

È vero – come si legge in una delle tante didascalie di citazioni personali messe lungo il percorso – Haring era animato da un’altra visione sociale, in cui il metro dell’arte era affidato al riconoscimento degli sguardi di un popolo più esteso e maltrattato in cui anche gli ultimi avrebbero dovuto trovar posto. Ma doveva fare i conti – e non sempre lo ha fatto – con la fragilità di un super-io narciso che lo trascinava in una frenesia di vita e di piacere, un protagonismo di feste e bagordi, a cui ha dovuto pagare prezzo anche la sua estetica, sconfinando nelle soluzioni fin troppo ammiccanti del kitsch. Cadute di stile, poco documentate in questa mostra, che comunque ci obbligano a fare i conti con una personalità irrisolta, contraddittoria e a tante facce. A volte persino respingente. Ai visitatori viene scaricata la responsabilità una fatica in più, con un ottimismo che dubito sarà ripagato. Ad aiutarci un’idea guida che i curatori hanno adottato seguendo le indicazioni dello stesso autore, un artista bambino che dava spettacolo a per catturare nelle linee di congiunzione tra cultura alta e basso con segni e figure facilmente riconoscibili un pubblico altrettanto infantile.

Ecco dunque a inizio percorso il prezioso cifrario della galleria dei personaggi che Haring ha messo a punto appena ventenne per i suoi interventi destinati alla platea del metro e mai più abbandonati.

Un cast immaginario che iscrive a primattore un omino, sagomato come un burattino, faccia tonda e vuota, braccia e gambe cui affida la gestione dei suoi umori: salti di esultante e calci di rabbia. Spesso esibisce un ventre gonfio da gestante, sia uomo o donna non importa. Conta solo quella voglia innocente di partorire vita che esprime, un sogno quasi proibito per un gay dichiarato come Haring, che prende corpo in una seconda figura: un neonato adagiato di schiena, a cui dà voce e pianto una corona a raggiera.

E ancora, a seguire, l’immagine di un cane con la faccia da lupo e la bocca sempre spalancata a impersonare l’immediatezza d’un istinto animale. E poi due versioni di angeli ad ali spalancate, una x al posto del cuore, nelle quali irrompe in scena una vocazione mistica che Haring ha ereditato, nel bene e nel male, dalla figura del padre, un protestante fino troppo rigoroso.

La sfilata si chiude con una testa da giullare, punteggiata da tre occhi spalancati, che diventerà il suo punto di congiunzione e di salutari collaborazioni con Andy Warhol, riverito mastro della pop art e della vita mondana di Manhattan che lo guida al successo. Ma in realtà dovrebbe includere anche le quinte disegnate che delimitano e indirizzano le battute degli altri attori. Due in particolare. Il disco roteante di un Ufo, che negli interventi nelle stazioni del metro sorvola spesso la scena, strizzando gli occhi alla curiosità che il popolino americano e la bibbia di Hollywood riservano alle apparizioni, ostili o accudenti, dei misteriosi abitanti dell’Universo.

E poi la sagoma di una piramide, simbolo scelto a riassumere le conquiste della civiltà egiziana, che nella New York dell’epoca andava di gran moda.

E che Haring aveva scelto, per la sua energia iconica, a modello del proprio vocabolario espressivo costruito appunto come un caleidoscopio di immagini ed emozioni mimetiche in continuo movimento.

Ogni intervento ci appare così a distanza come un tappeto decorato di segni. Ma appena ci avviciniamo si trasforma in racconto. O meglio in un mosaico di racconti. Ridotti all’osso nelle opere, destinate ad effetto immediato, di cui questa mostra ci offre un vasto campionario. Documentando la presa rapida ricercata nei suoi interventi pubblicitari. E più ancora i tanti bersagli della sua voglia di schierarsi contro ogni abuso, ogni ottusa minaccia riservata ai più deboli e agli indifesi.

Ecco un manifesto a sostegno di una mobilitazione contro il razzismo e l’apartheid del regime sudafricano: il suo solito burattino da uomo qualunque, trasformato in una bellicosa ombra nera che sferra un calcione sfondando la pancia del suo alter-ego di pelle bianca che lo tiranneggia e lo opprime. Oppure mobilitato in un altro manifesto nel gesto eloquente di una sagoma nera che corre in avanti, appeso al collo un cappio di cui si è appena liberata.

La semplicità del messaggio come un’arma di speranza impugnata per spronare alla rivolta. Nessun dubbio che contribuirà alla vittoria.

Una certezza che appare più ostentata che davvero condivisa quando dovrà affrontare un altro devastante flagello, il contagio inarrestabile dell’Aids, che si abbatte su quel decennio euforico di militanza e successi.

A ventotto anni quel virus letale colpisce anche lui. Trascinandolo in un inferno senza uscita che dura appena due anni. Resta certo ad Haring la forza di combattere contro l’imprevidenza di un sistema che non ha consentito di arginare il fenomeno, e poco e male si impegna per garantire assistenza e alleviare le pene. Di denunciare l’ostilità dei benpensanti che trattano spesso il fenomeno come una punizione divina.

Ma gli manca la lucidità e il coraggio di mettere in discussione nelle tante opere che dedica ai tesori della sessualità dischiuso da un culto gay senza complessi per il proprio membro, gli eccessi d’imprudenza per se stesso e per gli altri cui si è abbandonato per inseguire ad ogni costo il piacere, lo sfrenato cupio dissolvi del suo giro di amici e intellettuali newyorchesi che annega paure e infelicità nel moltiplicare ogni occasione spettacolo per esibirsi, indossare maschere di una immotivata festa perenne.

Di che stupirsi? Non sono un inno senza o quasi contrappesi alla festa e alle voglie di assaporare la vita anche i colori squillanti e i girotondi a tre dimensioni delle sculture, in cui Haring si è cimentato nel pieno del suo vigore, suscitando risonanza di alto gradimento internazionale? I suoi sogni di bambino entusiasta trasformati in monumenti e attrazioni turistiche che sfidano il tempo e cantano vittoria, impongono attenzione anche qui, animando tre sale di Palazzo Braschi.

Giusto però, quarant’anni dopo, aggiungere per completare il ritratto di un artista così popolare, ma ancora così poco studiato in Italia, altri registri, note di angoscia e malinconia che rendano meno armonioso ma più credibile il suo ultimo tragitto di condannato a morte.

È il guizzo di verità inseguito e raggiunto dai curatori nelle sale che chiudono il percorso di questa rivisitazione. Con due opere di grande impatto emotivo. La prima è un ciclo di grafiche dedicate a William Burroughs, il più eccentrico protagonista della Beat Generation, e alle profezie di Apocalisse delle poesie. Mai visto i segni veloci e le invenzioni da fumetto di Haring sprofondare in un clima così cupo di dissonanze e conflitti, controcanto di una nuova consapevolezza che l’autore confessava di aver raggiunto in un appunto di diario. “La vita è così fragile, è una linea sottilissima tra la vita e la morte. Mi rendo conto di camminare su questa linea”.

La seconda è una pala d’altare. Disegni buttati giù in fretta a colpi di spatola su calchi di gesso e poi trasferiti su lastre di bronzo ricoperte da foglie d’oro bianco. Una tecnica mai sperimentata per un’opera realizzata poco prima della morte ed esposta nella cappella della Cattedrale Saint John Divine di New York dove si tenne il suo funerale. Mai cosi evidente la vena di misticismo su cui Haring aveva da sempre fondato la sua visione del mondo e dato linfa alle sue creazioni.

Sulle tre lastre spicca giù in basso a unificare lo spettacolo un brulicare del suo amato popolo di burattini, corpi inquieti che proclamano innocenza come anime in attesa di un giudizio universale. In alto nella prima lastra un frullato di segni che incolla in un’unica sequenza, che simula la rozzezza di una scultura rupestre la nascita, la crocifissione e la resurrezione di Cristo. Nella seconda lastra l’immagine di un angelo che cade. Nella terza un corpo, forse lo stesso, che ascende al cielo. Non è la sua opera più riuscita. Troppi i fili di racconto che vuole cucire insieme. Ma è chiaro il messaggio a cui affida il suo testamento d’autore. La morte non cambia nulla. E non ha nulla da promettere. Prendetevi per quello che siete. Prendetemi per quello che sono. Tutto il resto è mistero d’arte e d’umanità affidato al potere salvifico della fantasia.


Le fotografie sono di Monkeys Video Lab.

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