Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Che fatica, l’apocalisse!

Il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, che probabilmente regalerà l'Oscar a Tom Cruise, è una faticosa digressione sull'apocalisse ambientale prossima ventura

Se dovessi sintetizzare con una sola parola cosa ho provato vedendo Digger, il nuovo film del regista, sceneggiatore e produttore messicano Alejandro González Iñárritu, la parola sarebbe fatica. È un film faticoso per la sceneggiatura che si ingarbuglia proponendo diversi piani di lettura e per molte soluzioni adottate nella messa in scena.

La sceneggiatura di Digger è una matrioska che contiene almeno due livelli narrativi, uno cinematografico e l’altro teatrale – e lo spettatore lo scoprirà solo a metà del film anche se già la prima scena contiene un indizio chiarissimo – e mentre il regista salta abilmente dall’uno all’altro, nel frattempo la pellicola evoca altri film come Il petroliere e Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, ma anche la visione favolistica di Guillermo del Toro. Il risultato finale pare essere la versione aggiornata del Dottor Stranamore, ma senza l’ironia inarrivabile di Stanley Kubrick e di Peter Sellers.

Oltre alla fatica di seguire una sceneggiatura tanto complessa, c’è la fatica di una messa in scena che definirei debordante: c’è sempre troppo rumore, troppa concitazione nei dialoghi – urlano tutti, urla persino l’algida teutonica Sandra Hüller chiamata a interpretare la sorella del protagonista, un ruolo che non le si adatta e che francamente non ho capito – troppi decibel nella colonna sonora, infine troppa esibita bravura da parte del regista che sembra dirci “vi mostro come stanno le cose con una satira così esagerata che finalmente capirete”.

Insomma c’è troppo di tutto.

Brevemente la storia che rientra nel filone (déjà vu) dell’apocalisse ambientale e che vuole farci riflettere sui paradossi del nostro buio presente. Il riferimento all’attualità è evidente: l’incidente che fa precipitare il mondo avviene in Groenlandia. Protagonista assoluto è Digger Rockwell, magnate del petrolio che tratta concessioni illecite direttamente con un presidente degli Stati Uniti beota e malato (digger significa scavatore e visto il contesto direi trivellatore). È un uomo non più giovane ed eccessivo in qualsiasi cosa faccia, che adora una sola creatura: la sua gatta bianca in età così avanzata da essere in decomposizione. Digger ignora l’allarme sulla presenza di un giacimento di metano sotto i suoi pozzi di petrolio e l’esplosione che si produce stacca un iceberg grande quanto uno Stato che le correnti oceaniche spingono alla deriva verso le coste del nord Europa, devastando le città e provocando migliaia di morti. Sarà lui ad affrontare il Parlamento europeo e a convincere i politici che ciò che ha provocato l’apocalisse ambientale non è solo colpa sua, ma delle scelte di tutti.

Facile previsione: Digger regalerà l’Oscar all’irriconoscibile Tom Cruise che incarna il protagonista in una performance esagerata di indiscutibile bravura (si ripeterà quindi l’Oscar vinto da Leonardo Di Caprio con Revenant sempre di Iñárritu).

Se la satira grottesca dell’America trumpiana evoca Una battaglia dopo l’altra e Eddington, la lettura del regista messicano appare molto schematica rispetto a quei film. Significativa anche la rappresentazione del Parlamento europeo, una accozzaglia di burocrati immersi in una luce grigia e opprimente che prima inveisce e poi applaude il petroliere.

Secondo me Digger è un film pretenzioso che si propone di raccontarci in che direzione va il mondo rappresentandolo su un palcoscenico teatrale. Ma è finzione e a questa finzione non pare credere neanche il regista, visto che continua ad aggiungere ingredienti come fa uno chef che non ha le idee chiare su un piatto. Ma se non ci crede lui perché dovrebbe crederci lo spettatore frastornato che assiste allo spettacolo pirotecnico e magari applaude come applaude il pubblico nella pellicola di fronte a tanta bravura, prima di infilarsi la maschera antigas e rientrare nella realtà che sta fuori dal teatro, in uno spazio e in un tempo imprecisati?

Più di Iñárritu che ci vuole dimostrare quanto è bravo, a colpire davvero sono la scenografia del canadese Dennis Gassner che ricostruisce un’apocalisse nebbiosa, umidiccia e in putrefazione, e soprattutto la fotografia di quel gran genio pluripremiato che è Emmanuel Lubezki detto Chivo. È a loro, oltre che a Tom Cruise, che va il mio applauso.

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