Giovanna Di Marco
A proposito di "Non volevo essere siciliano"

Il cunto di Mormorio

Nel suo nuovo libro, Diego Mormorio racconta la Sicilia degli avi, quando gli emigranti eravamo noi. Perché in fondo la storia è fatta di popoli in movimento

In tempi in cui il dibattito pubblico si concentra su stranieri nelle scuole e remigrazione, l’ultimo libro di Diego Mormorio (Non volevo essere siciliano, Avagliano editore, 157 pagine 157, 16 euro) ci ricorda l’epoca in cui a emigrare erano gli italiani. Una formula che propongo e che potrebbe apparire banale, se non fosse che lo spostamento dei popoli rappresenta forse la costante più comune della Storia. Si tratta di un flusso perenne che gli orientamenti politici di ogni dove non potranno mai arrestare: potranno tentare di porvi un argine, ma questo non basterà a fermare il corso naturale delle cose del mondo.

Il racconto comincia in Sicilia, precisamente a Marsala. L’autore apre il libro con uno spaccato antropologico sulla Sicilia rurale del secondo dopoguerra, un microcosmo in cui il concetto di bellezza per contadini, pastori e muratori coincideva strettamente con il criterio dell’utilità: «Per i contadini, e lì c’erano soprattutto contadini, la bellezza era nei vigneti, negli uliveti o in altri alberi. Era vista nell’utile. Un ulivo, un mandorlo o un arancio erano considerati belli perché facevano olio, mandorle, arance.»

In questa realtà la vita quotidiana è segnata dalla miseria, da una profonda rassegnazione al destino (“come Dio vuole”) e da un groviglio di credenze popolari, superstizioni legate agli “spiritari” e una devozione viscerale per San Francesco di Paola. Sullo sfondo si consumano le grandi tensioni sociali dell’epoca: le speranze accese dalla riforma agraria del ministro Fausto Gullo, il tragico assassinio mafioso del sindacalista Vito Pipitone nel 1947, le imponenti manifestazioni bracciantili per un salario dignitoso e le proteste contro i licenziamenti della Florio.

Nel cuore di questo scenario si muove la famiglia dell’autore, pronta a emigrare in Venezuela (la terra ribattezzata “America Zuela”). Le vicende prendono le mosse dal diario di Marittuzza, la madre dello scrittore. Il racconto segue l’arco temporale degli eventi reali e trascrive pedissequamente alcune parti del diario. La narrazione di Mormorio fa da cornice e da supporto didascalico al testo materno, senza mai cedere alle lusinghe della fiction, persino quando si intermezza di dialoghi in cui intercettiamo le sfumature caratteriali e gli umori dei protagonisti.

Nel rievocare questa materia intima, Mormorio si affida a due diversi canali della memoria: il racconto orale e la suggestione visiva. Nel reiterare le vicende e nel dettaglio dei fatti, emerge una voce da aedo, custode di una tradizione, a tal punto ascoltata, da sentire il bisogno di essere scritta. Questa memoria parlata, nel corso degli anni, si è coordinata con le immagini. Si tratta delle fotografie dell’archivio familiare, custodito magari in una valigetta o in qualche scatola di latta. Mescolando racconti, storia e immagini, l’autore si fa doppiamente rapsodo, cucendo i ricordi uditivi e visivi per poi ricamarli attorno al diario di Marittuzza.

Molti di noi condividono storie di migrazione nella propria genealogia, e io stessa ritrovo queste dinamiche non solo nella mia mitologia familiare, ma anche nei miei personali feticci letterari. Penso alla rabbia e alla fame di Arturo Bandini, l’eterno italo-americano di John Fante, sospeso tra il rifiuto delle proprie radici e il desiderio di un riscatto grandioso. Nelle mie memorie private questo epos si traduce nell’avventura proletaria di un prozio partito per gli Stati Uniti a dodici anni e che non rivide più i genitori, e poi di mio padre che, negli anni Sessanta del secolo scorso, accompagnò oltreoceano la vecchia zia per un breve ricongiungimento con il fratello emigrato. Da lì nacquero i racconti della traversata, degli spazi colossali e del sogno americano, descritti anche da Mormorio con queste parole: «Noi siamo cresciuti vicino al mare e sempre lo abbiamo visto stando coi piedi per terra, e guardando gli alberi e le altre cose intorno. Sulla nave era la prima volta che vedevamo solo acqua e cielo.»

Questi frammenti di vita familiare raccontata erano per me sempre accompagnati da piccolissime foto in bianco e nero, proprio come nel libro di Mormorio, che traccia anche la cronistoria precisa di transatlantici più o meno fortunati. Il testo evita però, sapientemente, le trappole del sentimentalismo nostalgico. La narrazione familiare è costantemente intersecata, quasi con una tecnica di montaggio cinematografico, con la dura realtà politica del tempo, sia nel Vecchio Mondo sia nella nuova terra.

Da questo nuovo mondo la famiglia sarà costretta a fuggire a causa dei disordini legati al post -regime del caudillo Pérez Jiménez, sostenuto dal dittatore di Santo Domingo Rafael Leónidas Trujillo (figura per altro al centro de La festa del caprone di Mario Vargas Llosa). La decisione di tornare a Marsala segna un vero e proprio trauma per il giovane Dieghito. L’autore stesso, nato in Venezuela, si confronta qui con i ricordi personali percepiti attraverso i propri sensi. Il ritorno in Sicilia ribalta drammaticamente la prospettiva dell’andata: il piccolo Dieghito si ritrova in una terra molto più arretrata rispetto a quell’America Zuela fatta di palazzi moderni, strade asfaltate e casse di Pepsi Cola. Il pensiero va alla canzone Amerigo di Francesco Guccini, all’America vista dagli occhi di un bambino, alla Quinta Armata e al mito di Paperino, e a quel prozio (Amerigo) che, tanti anni prima, in occasione della sua partenza dall’Italia “probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde” fuggendo con “ancora vaghe idee di socialismo”. Partì e ritornò con “due soldi e giovinezza ormai finita”.

Eppure, nel testo di Mormorio, non si avverte scarto tra il resoconto de relato, i ricordi diretti e gli innesti degli avvenimenti storici. Il tono resta uniforme: sebbene documentato e frutto di studio, mantiene il passo del cuntu siciliano che l’autore vuole tramandare. Nonostante Mormorio sia uno storico della fotografia, sceglie deliberatamente di non inserire immagini nel volume, pur esaltando gli aspetti che accomunano lo scatto alla parola scritta: «Fuori dal numero dei letterati e dei cultori delle cose fotografiche, la letteratura e la fotografia sono solo un tentativo di restare. Non di restare come scrittori o fotografi, ma di restare nel futuro di gente che non abbiamo conosciuto e che non conosceremo. Ma soprattutto di restare insieme con quelli che sono stati nei nostri giorni».

L’intento originario sembra essere quello di un grande album fotografico della memoria familiare interamente reso per iscritto. Il bisogno profondo dell’autore era quello di cristallizzare il proprio nostos. La nostalgia dopotutto non è che il dolore del ritorno, la necessità di lasciare memoria di chi quella memoria ce l’ha donata insieme alla vita. Ma questo ritorno non si chiude nella sterile rievocazione di un passato rurale o nella commozione per le costellazioni familiari: l’approdo finale del viaggio di Mormorio coincide esattamente con la scrittura stessa. È il cuntu, l’atto del narrare, che permette di superare lo strappo del trauma e l’assenza fisica delle immagini, compiendo l’unico vero miracolo concesso all’emigrante: quello di restare, finalmente, insieme a coloro che hanno condiviso i suoi giorni.

Facebooktwitterlinkedin