Daniela Matronola
A proposito di "Alfabeto napoletano"

Sussidiario partenopeo

Nel suo nuovo libro, Giuliano Capecelatro ci squaderna sotto il naso la Napoli che pensiamo di conoscere e una Napoli segreta che pure avremmo sotto gli occhi se solo sapessimo vederla

Tra i volumi di Succedeoggi Libri, è da poco disponibile Alfabeto napoletano (128 pagine, 16 Euro) compilato da Giuliano Capecelatro, scrittore e giornalista, che in questo libro, attraverso alcune entries o voci di dizionario che vanno da accoglienza e ammuina a guapparia e vicolo, si tiene in equilibrio tra la rievocazione del proprio periodo napoletano (cui fu strappato a soli 11 anni) e una specie di anamnesi di Napoli fatta di incursioni nella storia nella canzone della mitologia nella scientificità e nel pallone, sul filo della Storia e della genealogia.

Viene da chiedersi a libro chiuso: Partenope è tra le cose visibili o fra tutte le città invisibili? Merita un nostro atto di fede, un nostro puro moto di simpatia, una nostra adesione cieca come si fa col mito – per esempio della sirena, come fa Paolo Sorrentino nel suo film, commovente e spietato? Oppure ci dobbiamo armare di razionalismo e dare a Napoli, l’antica Partenope, tutte le sue dotazioni, buone e cattive, attraenti e respingenti? O ci possiamo pure rilassare e, più che sospendere ogni considerazione e apprezzamento, lasciarci ipnotizzare dallo strano oggetto, dal quadro perturbante, per farci solleticare totalmente? E in quale zona di noi, poi: nell’intelligenza sensibile o nella sensibilità acuminata, arguta e pure emotiva?

Viene spontaneo farsi queste domande, non tutte peraltro preparatorie e predisponenti, molte anche volte ex post a condurre una verifica e una ricognizione. È un po’ anche il metodo e l’atteggiamento di Giuliano Capecelatro che si muove agilmente nel suo approccio alla spinosa questione-Napoli, intanto mosso da una appartenenza, la più genuina e spassionata, che deriva dal fatto che lui a Napoli ci è nato, ci è cresciuto e ci è andato a scuola, abitando e attraversando voracemente il centro storico, dunque venendo dalla Napoli genuina, la Napoli che tortuosamente si è generata dalla antica Partenope.

Il suo è quasi un approccio fotografico – se non fosse anche antropologico e genuinamente sociale – che si sposta continuamente da inquadrature molto da vicino e in profondità a visioni più distanti, distese, anche smagate, sempre smaliziate. Lo fa con questa specie di abbecedario che è Alfabeto Napoletano, un vero sussidiario partenopeo, in cui, seguendo un palinsesto costruito su altrettante voci enciclopediche, l’autore, giornalista di vaglia e di razza (in una tradizione tutta napoletana che ha annoverato tra le sue fila Antonio Ghirelli, Maurizio Barendson, Alfredo Pigna, lo stesso Raffaele La Capria, e prima ancora, proprio negli anni in cui, ci ricorda Capecelatro, Depretis voleva sventrare Napoli, Edoardo Scarfoglio e, soprattutto, Matilde Serao), ritrae Napoli da quel vero del cuore e della mente che non si nutre solo di ricordi ma verifica con piglio e puntiglio le cosiddette fonti, per vedere (e fugare) che la nostalgia (canaglia!) gli faccia commettere peccati di indulgenza.

Lo sguardo di Giuliano Capecelatro è attento e amoroso, smaliziato e sincerissimo: chirurgico dopotutto.

Soprattutto il suo è uno sguardo talmente colto da essere semplice, appunto mai indulgente, talmente spassionato da essere giustamente, se non, forse, soprattutto, linguistico.

Allora vale la pena di muoversi tra due termini che possono costituire una autentica miniera di osservazioni e sono i poli tra cui dopotutto oscilla tutto il racconto che qui Capecelatro fa di Napoli, con affondi personali che non inficiano minimamente la freddezza oggettiva con cui smonta ogni tabù e analizza i totem (come dichiara lui stesso d’aver fatto affidandosi a una questione cara a Sigmund Freud).

I due termini sono putecaro e podurghi.

Il putecaro è il bottegaio, il commerciante. Il termine viene dal greco antico, da ἀποθήκη (apothḗkē) che vale riposto nelle teche in cui nei negozi è tenuta la merce – in tedesco, che col francese, tra le lingue moderne europee, è la più vicina al greco antico (vi diranno, con risate di derisione: quando mai?, il tedesco somiglia al latino, imita la concinnitas ciceroniana per come struttura i periodi buttando il verbo in fondo – e invece no, il tedesco come il francese, ha molte parole e tutti i dittonghi del greco antico, in qggiunta la Germania ha pure ripreso il sistema delle città-stato…)- il tedesco, dicevo, conserva la parola, ἀποθήκη (apothḗkē), per nominare la farmacia. Ora da Apotheke, piano piano o svelto svelto, a Napoli hanno cominciato a dire, ’a puteca, per dire la bottega. In più a Napoli nel dialetto sono rimasti gli articoli del greco antico: ’o per dire il; ’a (ἡ) per dire la; ’e, universale, per dire i, gli, le, dritto dritto da αἱ (che infatti, in quanto dittongo, andrebbe pronunciato è), cioè l’articolo plurale femminile.

Per Giuliano Capecelatro, ’o putecaro è l’epitome della corruzione profonda della nobiltà d’animo della città, dell’integrità che ha ceduto al denaro, alla moneta sonante, e anche alla voracità dei palazzinari che hanno messo le mani sulla città (come raccontava Francesco Rosi nel film scritto con Raffaele La Capria), in quel delirio di onnipotenza immobiliarista che anche Pier Paolo Pasolini colse nelle città del dopoguerra, prese d’assalto dai provinciali che stimolarono l’ipertrofia nella costruzione di alloggi e alveari i cui estremi frutti avvelenati gustiamo tuttora, nella riproposizione del grande indovinello dell’uovo e della gallina, che ci ripresenta la questione: se sia scattata prima e impellente la domanda di nuovi alloggi o l’offerta scriteriata di palazzine palazzi e alveari quali altrettante proposte imperdibili di nuove abitazioni.

Devo dire che, a questo proposito, in certi passaggi, più ancora che Pino Daniele (grandioso, miracolistico), ho pensato a Tullio De Piscopo e a Primmavera, dove con invidiabile sintesi canzonettistica è ritratto chi abita dint’e’ vascë negli anni Ottanta e però tènë ’o plashma, la canzone dice: teng’’a televisione a 36 canali – sintesi di un contentino consumistico che si è divorato tutto, per prime: la tradizione, la cultura, la Storia, e tutta la spiritualità.

L’altra parola, podurghi, è legata al grande culto cittadino del pallone, all’elezione di campioni mitologici, il più monumentale e disperato dei quali è stato Diego Armando Maradona: lazarillo argentino che giocava scalzo e a Napoli ha conosciuto ricchezza e miseria, nobiltà e miserabilità, diventando uno scugnizzo ideale. La parola podurghi, riferita ai maghi del pallone appunto, è evidentemente inventata lavorando sul calco di parole già collaudate e antiche come chirurghi (che operano con le mani), demiurghi (che operano a mestiere e con criterio per il bene pubblico), taumaturghi (che operano miracoli e assicurano la salvezza). È una parola, podurghi, come putecari, carica di atteggiamento critico da parte dell’autore che le pronuncia, però mai espressione di un giudizio maligno detto per delirio di superiorità.

Ecco, sta qui un po’ il punto di questo libro. Ne emerge un atteggiamento non solo genuino e originale ma anche naturale: l’atteggiamento anche sornione se vogliamo di chi ci squaderna sotto il naso la Napoli che pensiamo di conoscere e una Napoli segreta che pure avremmo sotto gli occhi se solo sapessimo vederla – cambiando gioco da un’altra parte del campo, cioè svelandoci da un lato la doppia velocità dei napoletani, che forse ha in via Toledo – strada centrale, modaiola e casinista – la sua sintesi, dall’altra l’insospettabilità di Napoli come città che, a dispetto dei suoi scivolamenti nel patetico, nel mal di cuore, nella medicheria, e in faccia alla confusione e al disordine che pure a suo modo coltiva (come notavano tutti, anche Stendhal, e Mark Twain, e Dickens che pure doveva essere abituato agli slums di Londra), gioca però coi paradossi, recita la parte di una città pigra e indolente mentre macina vita, e soprattutto non si lascia prendere, si vela, si nasconde, si preserva.

E poi, quanto alla scrittura, che è sempre la chiave della grandezza di un testo: aggiungo, alla veste da lezionario che costituisce la struttura del libro, la conduzione del discorso. Che rifugge da periodi compiuti in quanto tali e soprattutto elude la tentazione dell’ipotassi sfrenata, e invece pratica una agilità appositiva che snocciola enunciati e facilita movimenti di approfondimento fuga excursus e digressione. E questa, cari e care, è maestria.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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