Giuseppe Grattacaso
Da Parigi a Milano

La piazza degli altri

Che c'entrano gli studenti che protestano per poter vivere e studiare meglio con i giovani e giovanissimi che devastano le città? Occorre fare uno sforzo per distinguere. E capire davvero che cosa sta succedendo

Ma siamo sicuri che la storia da raccontare sia una sola e non sia invece necessario spostare lo sguardo su eventi diversi che avvengono, e non per caso, sullo stesso palcoscenico? La massa formata da migliaia di studenti, spesso accompagnati dai loro professori, e i manipoli atteggiati a guerriglieri che devastano negozi e centri cittadini appartengono davvero alla stessa vicenda? La domanda è necessario porsela, considerato che oggi, e spesso a sproposito, quasi sempre abusando del termine, si parla di narrazione di fronte ai fatti che fanno irruzione, più o meno attesi, da tanti certamente non desiderati, nella vita quotidiana. Un narratore allora, proprio uno che di mestiere racconta storie, più che un giornalista meglio uno scrittore, non sarebbe portato a distinguere? Ci direbbe che i giovani sì hanno attraversato le stesse strade, hanno più o meno la stessa età, ma guardateli bene, hanno movenze diverse, non sono nemmeno vestiti allo stesso modo, non urlano gli stessi slogan, anzi quelli che voi chiamate maranza hanno urlato poco o nulla, si sono limitati a devastare. Spesso vengono da luoghi diversi, hanno storie diverse, percorsi scolastici molto distanti. I giovani e giovanissimi casseurs nella maggior parte dei casi hanno costruito il loro bagaglio esistenziale e culturale sulle fake news e sugli slogan privi di pensiero che scorrono a fiumi sui social, così come la rabbia, la violenza e il sessismo scorrono a fiumi nelle canzoni rap che ascoltano. E gli altri?

Gli studenti di cui si diceva, quelli che chiedono scuole migliori, sia per quanto riguarda l’edilizia sia sul piano dei contenuti e della didattica, che vorrebbero frequentare le università e a volte non possono farlo per gli alti costi e perché non trovano alloggi adatti alle loro tasche, che manifestano per l’emergenza climatica e per la pace, che non credono che i rapporti tra i popoli debbano risolversi in base alla legge del più forte, forse possono rientrare nello stesso romanzo, ma il narratore non dovrebbe distinguere, raccontare separatamente le vicende degli uni e degli altri?

I giovani allievi di un Conservatorio parigino continuano a partecipare alle manifestazioni portandosi sedie e strumenti e proponendo la loro musica. Hanno continuato a farlo, finché hanno potuto, anche quando i lacrimogeni utilizzati dalla polizia li hanno costretti a piangere e a utilizzare le mascherine. Contro di loro e contro i tanti studenti italiani, la stragrande maggioranza dei partecipanti alle manifestazioni, è necessario produrre leggi speciali, smobilitare l’esercito, o sarebbe meglio ascoltarne le ragioni, capire che ciò che stanno chiedendo è solo quello che un tempo si chiamava “un mondo migliore”? Non ce n’è forse bisogno, oggi più ancora che qualche anno fa?

Questa massa di giovani, studentesse e studenti liceali, universitari, laureati in cerca di lavoro, lavoratori con contratti precari e stipendi irrisori, che abbiamo sempre accusato di non avere niente da dire, di non aver costruito una propria coscienza civile, di non avere interessi, di essere passivi e quasi estranei a tutto, di essere insomma colpevolmente silenziosi, ora che parlano, che esprimono con forza il proprio dissenso di fronte a quello che accade intorno a loro e contro di loro, sono oscurati dalle poche centinaia di giovani e giovanissimi (quasi tutti maschi, fateci caso), che invece usano poche parole, e quelle poche non sono di loro diretta produzione, che parlano attraverso le vetrine in frantumi, le merci distrutte, i libri gettati per terra e calpestati. Allora se una narrazione è necessaria, deve essere anche in grado di distinguere, forse anche di esprimere cautamente il dubbio che una parte dei giovani, la più rabbiosa, sia in lotta anche con l’altra parte della propria generazione, rappresentata dalla maggioranza dei manifestanti.

Certo, il palcoscenico, l’ambiente in cui si svolge l’azione, è lo stesso, e non si differenzia tanto da città a città. Il narratore che volesse raccontarci dei fatti di questi giorni e delle cause che li hanno alimentati, dovrebbe per forza di cosa parlarci dei luoghi in cui i fatti sono avvenuti. Sono centri cittadini ormai in gran parte snaturati, privati delle caratteristiche e delle funzioni per cui erano nati e che hanno mantenuto fino a qualche decennio fa, diventati perlopiù grandi parchi di divertimento ad uso di turisti, di grandi attività commerciali e di residenti, pochissimi, straricchi. È il miraggio che abbiamo costruito, il punto di approdo che sancisce il successo delle vite. Usufruire, anche solo in affitto, di un appartamento, partecipare alla vita mondana del sabato sera in uno dei locali del centro cittadino significa essere arrivati. È l’obiettivo dei giovani. In parte è stato creato dagli stessi signori che vogliono che tutto resti com’è, che demonizzano le manifestazioni, che lanciano proclami reazionari e bellicisti. Forse una parte di ragazze e ragazzi ha capito che bisogna cambiare le cose, che è necessario avere altre aspirazioni e puntare su altre mete. Un’altra parte distrugge o si prende con la forza quello che non può avere. E, insieme, distrugge anche le parole e le ragioni dei loro coetanei.

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