Diario di una spettatrice
Dietro la cronaca nera
Il film di Edoardo Gabbriellini racconta la tragedia di Luca Varani da un punto di vista inedito (e lontano dal voyerismo stile cronaca nera): quello della vittima
Conosciamo già la storia e come va a finire, è uno dei delitti più truci e insensati che siano mai stati compiuti in Italia. Conosciamo gli assassini, ce li ha raccontati il romanzo di Nicola Lagioia con dettagli così crudi che c’è chi ha vomitato dopo averlo letto. Mancava il punto di vista della vittima, il ragazzo di 23 anni torturato e ucciso nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 da due trentenni strafatti di cocaina. A raccontare la storia di Luca Varani è il film di Edoardo Gabbriellini La città dei vivi, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti e adesso nelle sale.
Un film anomalo per diverse ragioni. Comincio da quella più nota: nei titoli non compaiono i nomi degli sceneggiatori, i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo. Ed è forse la prima volta che l’autore del libro che ha ispirato il film si dichiara completamente soddisfatto – “per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro”, ha dichiarato Lagioia – mentre gli sceneggiatori ritirano la firma “per le modifiche apportate alla nostra sceneggiatura senza il nostro coinvolgimento né, tantomeno, il nostro consenso”.
È un film anomalo perché ha due finali, quello della cronaca e quello immaginato dal regista, di cui dirò fra poco. Ed è infine un film costruito molto sul set, che accumula scene marginali che in apparenza non c’entrano con la narrazione principale – la telefonata a un compagno di scuola che non sa niente del delitto, l’incontro casuale con un’amica che non si vede da anni – tutti frammenti di vita che stanno dietro “la notizia” sui giornali, ciò che c’era prima dell’orrore, il racconto che non interessa ai cronisti di nera, insomma la vita normale di gente normale.
“L’intenzione era raccontare la vita di Luca prima che diventasse un fatto di cronaca, un titolo sui giornali, prima di tutta la speculazione e le proiezioni. Raccontiamo un ragazzo che vive una stagione della vita dove possono capitare degli inciampi, che possono portare a un avvenimento così inspiegabile. Non c’è nessuna preparazione, rispondendo a un messaggio Luca è finito in quella casa. Inspiegabile ma vero”. Così Gabbriellini ha presentato il suo film a Venezia.
Luca prima di diventare la vittima del Male di cui tutti i giornali hanno raccontato la fine, dunque. Lo vediamo a pochi mesi in un orfanotrofio dell’Europa dell’est, Giuseppe e Silvana arrivano trepidanti dalla periferia romana, hanno pochi soldi e molto cuore, sono ambulanti di dolciumi che vendono nei lunapark, la fatica di una vita sempre per strada, diventeranno i suoi genitori. Rivediamo Luca ventenne, frequenta svogliatamente i corsi serali, di giorno lavora col padre, pochi amici nei caseggiati della stessa periferia, ma c’è una ragazza, Marta Gaia, si amano, a loro basta e avanza. In realtà a Luca non basta, vuole mettere su casa, magari sposarsi, servono i soldi, lascia la scuola, cerca un lavoro.
Così per caso, come sempre è la vita, conosce tipi strani, entra in case che non sono come la sua, dove gira la coca, dove i soldi non sono un problema.
La città dei vivi è un film che in 103 minuti racconta vite destinate alla normalità che per caso incrociano l’orrore, attraverso lo sguardo timido e tenerissimo di un ventenne. Se Luca non avesse risposto a quel messaggio, se non fosse entrato in quell’appartamento dove due omosessuali strafatti di cocaina e alcol lo hanno seviziato e ucciso senza un perché, non avremmo mai conosciuto il suo nome. Fortunatamente il regista sceglie di non mostrare ciò che il libro di Lagioia racconta nei dettagli, lo spettatore entra nella scena del delitto quando tutto è finito, quando tutto è silenzio, nessun voyeurismo, nessun melodramma.
E questo è il primo finale, quello che tutti conoscono. Ma dopo il funerale ne arriva un altro che ha per protagonisti il padre e la ragazza di Luca, ovvero Valerio Mastandrea, ancora una volta bravissimo in un’interpretazione tutta in sottrazione, e l’esordiente Gaia Merlonghi, vent’anni di candore e semplicità. I genitori di Luca, la sua ragazza e sua madre si ritrovano in trattoria perché la mamma di Luca non riesce più a mangiare al tavolo di cucina che è stato per anni il luogo del loro ritrovarsi. Ed è allora che Marta Gaia chiede a tutti di parlare di Luca, di affrontare quel lutto indicibile. La risposta del padre ha a che fare con un tiramisù ed è meravigliosa. Giuseppe e Silvana torneranno a vendere i loro dolciumi per strada e nei lunapark, perché la risposta è la vita, ogni giorno, nonostante tutto, anche per chi non c’è più.