Le avventure di un povero critico
Debutti
«Eppure si sente diverso da loro, vittima di una vita sfortunata, che non gli ha regalato niente fino ad allora. Regge solo perché è ostinato, e ha progetti e ambizioni. E poi il suo pezzo è magnifico. L’ha provato tutta la notte»...
Il viaggio l’ha davvero sfiancato. Arrivare a Salerno da Venezia, con tre cambi alla fine. Pazzesco. Quasi un suicidio. Ma l’aereo fino a Napoli costava troppo per le sue tasche. Al posto della testa, si ritrova un macigno. La nuca, in particolare. E poi la ricerca di un albergo, vicino al piazzale della stazione. Orari notturni, pericolosi in una città del sud, come gli hanno detto in treno passeggeri saliti a Mestre, dall’accento lombardo. Ha controllato bene i prezzi. Gli rimborsano infatti alloggi a due stelle, e il viaggio di sola seconda classe. Chissà quando poi gli arriveranno i soldi? Ma almeno per un week end sta lontano dalla scuola, dove odia tutti e tutti lo odiano. A partire dagli studenti che lo scrutano a lungo, sfrontati, e con astio. Troppe due classi, per la sua persona, e troppi ragazzi difficili da memorizzare nei nomi. Sgraziati e tutti per lo più indifferenti alla letteratura. E lui si sa impossibilitato, e non se ne vergogna, a contagiare qualcuno alla bellezza. Bisognerebbe sequestrare quei giovinetti minacciosi e violenti, portarseli a casa, uno alla volta, dedicar loro l’intera giornata. Come fossero figli. Ma lui non ha donne, e non ha prole. Per fortuna. Del resto, quello è un liceo scientifico, cosa potrebbe fare questo prof ciccione (così lo chiamano) e ansimante quando arriva all’ultimo piano, nonostante non abbia ancora quarant’anni? Nel pieno delle forze dunque. Ma questo convegno organizzato dall’Associazione critici del teatro, cui è stato invitato grazie agli articoli, brevi ma costanti, uno al mese, che manda alla rivista di neoavanguardia diretta da Giuseppe Bartolucci, e in cui parlerà per la prima volta in pubblico (che non sia una maledetta classe scolastica) rappresenta per lui una sorta di riscatto e di liberazione. Finalmente.
Nell’aula dei professori, quasi non ci tenesse affatto, s’è lamentato con la collega di matematica che sarà faticoso rientrare a Venezia con il treno di notte, domenica, ed essere bello fresco la mattina dopo davanti alle belve. Ma ha assegnato un compito in classe, il lunedì (poi lo strazio delle correzioni che tende sempre a rinviare all’infinito) e potrà così sbadigliare ogni tanto e cercare di riposarsi in qualche modo. Infila anche, qua e là, nell’ora in cui attende i genitori, altra categoria per lui non proprio esaltante, che il tema da lui proposto “Lettura di uno spettacolo alla luce dei recenti studi di semiologia” è stato molto apprezzato dalla commissione preposta al simposio. Usciranno pure gli Atti, naturalmente, ovvio, non scherziamo neppure, e lui vedrà il suo nome in calce al saggio personale, di oltre dieci pagine. Il suo esordio personale con qualcosa di lungo. A trent’otto anni. C’è chi è più precoce, d’accordo, ma c’è anche chi alla sua età non ha scritto niente. Basterebbe controllare nel suo Istituto. Sa che come sentenziano negli States “publish or perish”, e calca sulla dizione perfetta del suo inglese simulato, per far colpo sui presenti nell’auletta. Nel caso intenda fare sul serio e trasferirsi, grazie a buone conoscenze che per ora non ha, dall’inferno scolastico ai paradisi dell’Università. Manca per fortuna la docente di inglese, che lo guarda sospettosa e prevenuta, mentre si gode il suo yogurt alla banana, che manda un aroma sgradevole.
Farà tre pasti al ristorante, assieme a critici di fama, e a insegnanti accademici sprezzanti con lui. Dovrà abituarsi ad essere sottovalutato, agli inizi, essere umile, non scattare con frasi sarcastiche come gli viene spesso nella sua scuoletta. Soprattutto, non fare citazioni, un po’ il suo vizio, spesso rimproveratogli dai non amabili parenti, quando li frequentava nelle feste importanti. Pratica smessa da anni, dopo la morte della madre, per cui tende a evitare più che mai fratelli resi insoffribili dalla presenza di cognate aggressive e grossolane. S’è presa la sua quota legittima di eredità, ossia il miniappartamento a Castello, valutazione scarsa in quanto infelicemente locato sopra un bar da movida. Con liti convulse tra lui e i gestori maleducati, e stuolo di giovani avvocati, giovani in quanto non troppo esosi nell’onorario. Sta da solo, comunque. Si può stare da soli. Anzi, si sta così bene da soli! Il problema, se può dirsi problema, sono le voglie che ogni tanto di sera lo assaltano, Per questo, va in auto sul Terraglio e risolve tutto in macchina. Il momento più gustoso quando gli infilano il preservativo. Che gli pare di scoppiare, specie pensando che il donnone enorme è appena stata con un altro, magari magro e muscoloso, e adesso si dimena sopra la sua pancetta a fingere godimenti. Molto piacevole, comunque, non doverle sposare quelle creature stordite dal sonno e dalla fatica. Non dover usare con loro fronzoli di frasi, conversazioni prolisse. Non doverle portare al cinema o ai negozi di scarpe. Tutto in fretta, cifre pattuite prima, possibilmente con sconti.
Adesso, è seduto in prima fila, in attesa del proprio turno a parlare. Per la verità si era sistemato al tavolo, nell’ultimo posto a sinistra per chi dalla sala guardava, per far prima. Uno dei protagonisti dell’incontro, arioso e abituato a comandare, si era affrettato a farlo sloggiare perché non era ancora il suo momento. E non lo faceva nessuno, ha commentato con durezza. Nessuno, là, si metteva in mostra. Lui si è subito scusato, mormorando che non era sua intenzione, assolutamente, ma quello, uno studioso di etnologia aveva saputo, si era allontanato infastidito. Nella regia della mattinata, dovrebbe intervenire verso le 12 e 45, ultimo nella sessione iniziale, dopo quasi una quindicina di interventi. Ognuno ha a sua disposizione solo dieci minuti, e guai se uno sfora, il moderatore stacca la presa del microfono, come ha fatto un’ora prima con un malcapitato, trasformato all’improvviso in un pesce ridicolo.
La gente non fa ormai che alzarsi, spostarsi in altre salette, a confabulare, a tramare. Tutti pieni di sé, convinti di essere importanti, eterni. E anche lui, in fondo, fa altrettanto. Eppure si sente diverso da loro, vittima di una vita sfortunata, che non gli ha regalato niente fino ad allora. Regge solo perché è ostinato, e ha progetti e ambizioni. E poi il suo pezzo è magnifico. L’ha provato tutta la notte. Tanto non riusciva a prendere sonno. Qualcuno dalla camera vicina ha battuto più volte sulla parete divisoria, a intimargli di smettere. Erano le tre e la sua voce era squillante, nello scandire le parole, con pause appropriate. Ha deciso, anche se ormai sa a memoria il suo intervento, di leggerlo, per evitare qualche vuoto pericoloso, che gli distruggerebbe l’effetto che si ripromette. Il moderatore ora lo guarda, e gli fa cenno di tenersi pronto. Fra poco, tocca a lui. Comincia così a tremare, mentre il lungo viaggio in treno e la notte bianca e le belve che lo attendono in classe, tutto concorre a piegargli le ginocchia durante il breve tragitto dalla prima fila al sospirato tavolo, dove prende posto a fianco del Prof. Indulti, titolare della cattedra di estetica nella locale facoltà, incaricato di dirigere i lavori della intera mattinata, dall’alto del suo esibito prestigio. Sente leggere i suoi pochi titoli, ma la voce di Indulti, sempre nel pieno sfoggio di un ego smisurato, dona colore alle sue minuscole pubblicazioni, e sorvola (gliel’ha chiesto lui espressamente) sulla sua identità di docente al Liceo Scientifico di Mestre. Ha optato per critico teatrale e pubblicista, quello che poi è, di fatto. E inizia a leggere le sue cartelle, quattro in tutto, dopo che ha tagliato il possibile per restare nei tempi giusti.
Se mantiene il ritmo delle prove notturne, purtroppo interrotte dal vicino poco comprensivo, dovrebbe farcela in quattordici minuti, anche con le soste richieste dalle citazioni dove fa sfoggio di capacità anche di interprete. A vent’anni infatti era entrato in un gruppo di filodrammatici, ma erano gli anni di una giovinezza spensierata, sua mamma viva e in salute, e l’aiuto regista, una ragazza un po’ hippy, che gli sorrideva con una insolita simpatia, tanto da farglielo venir duro. Si chiamava Germana. Già. Il tono gli pare gli esca sicuro e efficace, e la lettura scorre via. Controlla man mano l’orologio piazzato davanti a lui, in un angolo del tavolo. Si accorge però, giunto quasi alla fine del secondo foglio, che la sala risulta quasi vuota, un “forno” in gergo teatrale”. Ma lui non è nessuno, nessuno conosce i suoi articoletti, “difficili” come lo ha rimproverato un giorno Bartolucci, “ma tu si sa scrivi così, è più forte di te”. E si accorge nel frattempo che le sue parole stanno diventando ingombranti, adatte ad una lettura silenziosa e solitaria in biblioteca, non in una sala di un convegno orale. Accelera nervoso un po’ per liberarsi del peso di quel linguaggio. Inciampa in qualche passaggio. Troppa semiologia, in effetti, e torsioni di frasi ipotattiche impreziosite da una bibliografia ingorda che vorrebbe essere sapienziale e finisce per creare confusione. Ma qualcuno, da una fila verso il fondo della sala, si mette a quel punto a sbraitare, con un’inflessione pesantemente napoletana. “Ehi, questo qua è ancora nella sua fase anale! C’è nessuno che faccia smettere ste cazzate!”.
I due e tre presenti sparsi nell’aula che pare enorme, appisolati in precedenza, si mettono sull’istante ad applaudire tra sghignazzi e improperi. Lui arrossisce e balbetta, con gli occhi che gli si inumidiscono, e guarda stralunato il moderatore. L’antica e consueta sensazione di una congiura contro di lui, da parte del mondo. Interviene Indulti, come un sovrano che elargisca pene e premi con equità. Tira le orecchie al giovane (?) oratore, forse “acerbo”, e “molto forbito”, e redarguisce con analoga bonarietà l’insofferenza del pubblico, che pur avendo sempre ragione dovrebbe anche tollerare in quel contesto l’accumulo stordente, certo, ma “altresì scintillante” di sapere semiologico applicato alla scena contemporanea. “Il nostro relatore avrà certo la possibilità, passando alla scrittura per gli Atti, di sciogliere qualche grumo eccessivo di tecnicismi e di rendere più spedito e narrativo il discorso”. Poi con un cenno inesorabile, senza scampo, gli ordina di accomodarsi, e con soavità paterna si scusa con lui, rimasto impietrito e col foglio ultimo in mano, in quanto dalla porta in fondo stanno gridando impazienti che il banchetto è pronto. Lui non può così far altro che accasciarsi sulla sedia, e intanto i pochi astanti, sempre ridendo, corrono verso la sala dove potranno mangiare e commentare e sparlare dello sconosciuto con comodo.
Ma l’orrore viene per lui completato, allorché scorge, entrando al ristorante, e vacillando per l’esito non brillante, della sua performance, un suo collega di liceo, ora divenuto docente all’Accademia di belle arti di Napoli, ma con casa sempre a Venezia. Bastianini, sì, Bastianini, che gli sorride con indulgenza ironica. Dunque qualcuno ha visto lo scempio, e si incaricherà di riferirlo a tutti. Lui, di conseguenza, non potrà vantarsi in sala professori, a Mestre. Un posto in un tavolo è nondimeno rimasto libero. Lui lo occupa sudato e sfinito. Sulle ginocchia, appoggia il cappotto. Si accorge con grave imbarazzo che di fronte gli si erge proprio l’esagitato che gli ha impedito poco fa di portare a termine in maniera anonima ma tranquilla la sua brava lettura. “Oh, il mio scemologo”, costui lo accoglie scanzonato, e pare intenzionato a proseguire. Nota in compenso che il suo torturatore è senza dubbio affascinante, i riccioli e un volto mal rasato volutamente. In più, una sciarpa al collo gli conferisce l’aspetto di un artista. E in effetti qualcuno alle sue spalle gli sussurra “Guai a mettersi contro uno che fa street art”. Gli occhi però non sembrano crudeli, anzi lo guardano con indulgenza e forse persino qualche rimorso. “Quanti anni hai, te, dolcezza? Te, sei più vecchio di me, vero?”. Una donna dai capelli rossi e labbra tumide gli accarezza la nuca, e sospira sfiorandogli la sciarpa: “Booono, sta booono guagliuncello mio”, e pare che canti da un momento all’altro. E infatti è una cantante, come dal tavolo vicino una giornalista la nomina salutandola. Sarà allora la grande fame accumulata (non mangia dal toast inghiottito alla stazione di Santa Lucia alle undici del giorno prima), sarà il clima di tolleranza e quasi di amicizia distratta che sta circolando tra i tavoli, ma a lui viene l’impulso di abbracciare quella sciarpa rossa da bohème sfrontata che di fronte gli indica raggiante i piattini di insalata russa servita in quel momento.
Le fotografie sono di Roberto Cavallini.