Diario di una spettatrice
Tra padri e figli
Parafrasando la celebre favola di Esopo, Tommaso Landucci, con “I figli della scimmia”, racconta i tormenti di due generazioni (e modelli relazionali) a confronto
C’era una volta una scimmia che aveva due figli, uno era amato, l’altro detestato. Un giorno strinse così forte il figlio che amava che lo soffocò, mentre quello che odiava sopravvisse. La favola di Esòpo insegna che non c’è volontà umana che possa ostacolare il fato. Il primo lungometraggio del trentasettenne regista e sceneggiatore Tommaso Landucci, che a quella favola deve il suo titolo I figli della scimmia, suggerisce invece alcune riflessioni piuttosto importanti nei tempi bui che stiamo vivendo. Presentato in concorso alla mostra di Venezia, è riuscito ad aggiudicarsi ben due premi nella sezione Orizzonti: per la migliore sceneggiatura, scritta dallo stesso regista con lo scrittore italo-tedesco Damiano Femfert, e per la migliore interpretazione maschile dell’attore protagonista Riccardo Scamarcio.
I figli della scimmia è il racconto di un conflitto intimo che mette in discussione all’interno di una famiglia l’equilibrio precario fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto, è una storia toccante di proiezioni e desideri indicibili. Con quattro protagonisti: due padri e due figli. I padri, Roberto (Fausto Russo Alesi) e Dario (Scamarcio), sono fratelli, lavorano nella stessa compagnia di assicurazioni, il figlio di Roberto si chiama Giacomo, il figlio di Dario si chiama Enrico. I ragazzi hanno quasi la stessa età, 14 e 12 anni, Giacomo ha appena iniziato le superiori ed è irrequieto e insofferente come tutti gli adolescenti in quel momento di passaggio, Enrico è invece meravigliosamente assente pur essendo presente come nessun’altro, perché lui ha una disabilità grave insorta al momento della nascita.
Giacomo ed Enrico sono i figli della scimmia, diversi e amatissimi. Lo spettatore intuisce fin dalle prime scene che il cuore della storia è il conflitto che dilania Dario: fa tutto ciò che deve per suo figlio ma non perde occasione per stare con suo nipote perché solo con Giacomo realizza il padre che avrebbe potuto essere. Così approfitta dei molti impegni lavorativi del fratello per contagiare Giacomo con la sua passione giovanile per le moto da trial, gli insegna l’equilibrio sui pedali, lo porta su percorsi spericolati, instaura con lui quella complicità cantata da Paolo Conte (“solo il nipote capisce lo zio”) e che non potrà mai avere con suo figlio. È evidente che Giacomo è il figlio che Dario avrebbe voluto. E questo desiderio inconfessabile avrà delle conseguenze.
Molti film si sono occupati del rapporto tra padri e figli, ma quasi sempre lo sguardo è quello dei figli. Landucci costruisce invece una storia attraverso gli occhi dei padri, rivelando le loro fragilità, i loro dubbi (“non voglio fare con Giacomo ciò che mio padre ha fatto con me”, dice Roberto), la loro tenerezza. Il risultato è un film che suscita l’empatia dello spettatore ma non concede niente al melodramma, è come dovrebbe essere sempre il cinema italiano quando racconta queste storie. Nella pellicola ci sono due padri, i loro figli sono diversi, ma in fondo entrambi i genitori si misurano con la stessa sfida, non esistono i supereroi, ogni giorno si fa quello che si può.
Landucci aveva pronta la sceneggiatura di questo film dal 2021. Lo ha realizzato grazie a un pool di produttori amici (Maurizio Piazza, Andrea Calbucci, Andrea Leone, lo stesso Scamarcio) e a un produttore esecutivo che si chiama James Ivory, suo mentore fin dal 2015. E per essere un’opera prima riserva parecchie sorprese: è stata girata in pellicola 16 mm, viene proiettata nel formato 4/3, è senza colonna sonora a parte la canzone finale “Only you” degli Yazoo. Grande importanza ha la fotografia di Guido Michelotti che sgrana le immagini ricreando le atmosfere dei filmini amatoriali di famiglia: luce naturale, toni caldi, macchina quasi sempre fissa usata con grande discrezione, poche inquadrature per non invadere lo spazio degli attori. Solo l’ultima scena è stata girata con la macchina in spalla: è il bagnetto che Dario fa a Enrico ed è il primo piano di padre e figlio sul manifesto del film. Guardando quell’ultima immagine movimentata e a mano libera lo spettatore può finalmente concedersi il nodo in gola.