A proposito di “Distanza di sicurezza”
Cani e occhi
Il nuovo romanzo di Romana Petri racconta una separazione difficile. Resa più "umana" dalla presenza degli animali. E dei loro sguardi (come quello dell'autrice)
Nel panorama letterario, Romana Petri si distingue come un’autrice straordinariamente feconda, firma di una vasta produzione romanzesca. E infatti la immagino, in questo preciso istante, senz’altro già dedita a una nuova creatura letteraria. La sua cifra stilistica attraversa con disinvoltura generi differenti, muovendosi dal romanzo storico all’affresco familiare, fino alla biografia d’autore.
L’intera sua opera è tuttavia attraversata da due pilastri imprescindibili e costanti: da un lato, una meticolosa devozione per il dettaglio, capace di catturare il lettore e di imprimersi indelebilmente nella sua memoria; dall’altro, una vibrante carica vitale che anima i suoi personaggi. Quest’ultima energia si traduce spesso nella dedizione assoluta a una disciplina o a una pratica fisica – che si rivela, in ultima analisi, una postura squisitamente mentale. Che si tratti di uno sport, di un allenamento o di una disposizione d’animo, tale slancio scaturisce da un fuoco sacro: una volontà ferrea che sfida ogni comfort, declinandosi, volta per volta, in forme eroiche, bizzarre, immaginifiche, avventurose o, mirabilmente, in tutte queste sfumature insieme.
Distanza di sicurezza (Neri Pozza, 365 pagine, 20 Euro), il suo ultimo romanzo, si inserisce come tassello conclusivo (almeno per il momento) di un’intensa “tetralogia” narrativa iniziata con Ovunque io sia, e proseguita con Pranzi di famiglia e La rappresentazione. E non è detto che questo ciclo si concluda, potrebbe infatti proseguire (a livello temporale, tra l’altro, le vicende di quest’ultima fatica letteraria si svolgono all’inizio degli anni ’10 del nostro secolo). Fin dal titolo, l’opera chiarisce il proprio fulcro tematico: la frattura e la separazione tra due personaggi già noti ai lettori. Eppure, la tetralogia di Petri sceglie con decisione di smarcarsi dalla furberia commerciale che pretende la conoscenza preliminare dell’intera saga: Distanza di sicurezza, come gli altri romanzi del ciclo, si legge in totale autonomia, offrendo un’esperienza compiuta e indipendente.
Una struttura speculare per raccontare il lutto della separazione. La distanza che dà il nome al romanzo e ne permea ogni pagina si riflette nitidamente nell’architettura stessa dei capitoli. La scansione narrativa è alternata: i capitoli dispari sono affidati al vissuto di Vasco, mentre quelli pari seguono Luciana Albertini, la moglie che lui ha deciso di abbandonare con un freddo messaggio.
Anche la geografia della storia rimarca questa spaccatura: lui rimane statico a Lisbona; lei, al contrario, da Roma, dove vive, si mette in movimento, intraprendendo un itinerario dinamico che la porta prima a Beirut e poi, attraverso un rocambolesco viaggio in auto, fino in Inghilterra.
Entrambi i protagonisti attraversano il lutto della separazione, ma da prospettive opposte. L’addio di Vasco non nasce dalla presenza di un’altra donna o dalla fine dell’amore, bensì da un rancore profondo, un odio covato nel tempo. Vasco è vittima e reduce di un sistema familiare che non ha accettato questo matrimonio: Luciana è una donna di talento, una pittrice di successo, e la sua realizzazione scatena in lui un’invidia paralizzante. Da questo risentimento scaturisce una situazione di blocco emotivo che lo spinge al rifiuto totale del dialogo e delle spiegazioni.
Paesaggi dell’anima. Questa bipartizione paesaggistica e ambientale diventa specchio dell’interiorità. La bellezza di Lisbona si carica di solitudine e di una sottile malinconia. Particolarmente significativo è un capitolo dedicato a Joana, la sorella gemella di Vasco, in cui la narrazione intercetta la Lisbona contemporanea: una città che (come tutte le città, oggi, ahinoi!), per un eccesso di identità turistica, finisce paradossalmente per omologarsi a ogni metropoli del mondo: «Quella che un tempo era stata la struggente Lisbona […], si stava trasformando in una Disneyland. Alle città piccole basta poco per rovinarsi. Quello che più infastidiva era il finto antico con il quale ricostruivano. Quell’imitare come era prima».
In questo contesto spicca un parallelismo di rara efficacia: la figura di Vasco viene accostata alla chiesa del Carmo, la chiesa lisboeta priva di soffitto segnata dalle devastazioni del passato, simbolo visivo della sua condizione interiore: «Lui era uguale a quella chiesa che dopo il terremoto del 1755 aveva perso tutto, tranne le tre magnifiche navate senza la copertura e il cielo che si vedeva attraverso gli archi sospesi».
Luciana Albertini: l’arte come metafora del romanzo. Ma chi è davvero Luciana Albertini? Ex dottoressa che ha abbandonato la medicina dopo essere stata fotografata svenuta in una pozza di sangue dal primo marito, in seguito a un aborto spontaneo, Luciana ha trovato nella pittura la vera vocazione. La sua è un’arte in continuo movimento: in passato ha ritratto la famiglia di Vasco con toni grotteschi (scatenando l’ira del suocero Tiago, detto “il Dinosauro”); c’è stato anche il Ciclo di Santa Teresa d’Avila, per il quale ha indossato il saio carmelitano durante la realizzazione dei quadri. In questo volume, la Albertini inaugura la stagione dei Rivoluzionari, rappresentando anche il suo nuovo amore, William, un uomo che, finalmente, le assomiglia per tanti motivi.
Questi quadri “in movimento” assumono una forte carica metaforica: riflettono la struttura stessa della scrittura romanzesca, dove le figure in divenire finiscono per trasformarsi in veri personaggi narrativi con i loro gesti e pensieri, sentimenti e risentimenti, incongruenze. Che, come i personaggi in un romanzo, sono colti dal complesso fluire della vita.
Luciana è capace di grandi emozioni e non cova un rancore sterile: pur conoscendo l’odio e il desiderio di vendetta, sceglie di trasformarli attraverso la creazione. In questa costante rielaborazione si avverte un forte richiamo alla disciplina della pratica sportiva: per Romana Petri, così come per la sua Albertini, l’atto creativo richiede lo stesso controllo mentale e il medesimo rigore di un atleta. Sapersi mettere lì a sedere, cogliere gli aspetti più grotteschi della realtà, per poi limarli con pazienza e precisione, è la vera disciplina dello scrittore che affronta la forma con un’ostinazione quasi atletica. Questa attenzione si ripercuote ed è evidentissima nella cura del dettaglio: il mondo si allarga e perde margine, cedendo il passo a quello che i personaggi si portano dentro. Per questo, dicevo all’inizio, i romanzi di Petri rimangono sempre vividi nella memoria del lettore.
La parola agli animali. Un altro tassello centrale dell’opera sta nella presenza degli animali, del cane, soprattutto. La letteratura è ricca di figure canine indimenticabili: pensiamo alla cagna Bella ne La Storia di Elsa Morante, a Bendicò ne Il Gattopardo, o a Karenin ne L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, solo per fare qualche esempio. Pochi anni fa, un’altra scrittrice italiana, Sandra Petrignani ha dedicato a tutti i cani della sua vita il memoir Autobiografia dei miei cani. I cani sono spesso protagonisti anche nei libri di Romana Petri: già ne Il mio cane del Klondike, l’autrice arrivava a dotare l’animale di un vero e proprio linguaggio.
Ad accompagnare Luciana c’è Barabba, il suo cane, già presente nei volumi precedenti di questa tetralogia e concepito come deliberatamente immortale. Barabba parla, ma lo fa attraverso le parole che gli dà Luciana. Del resto, il parallelismo con la grande letteratura classica è esplicito: lo stesso cavallo Xanto dell’Iliade – per altro citato nel romanzo – è l’animale a cui Omero attribuisce la parola per dialogare con Achille prima che si compia il suo destino fatale. La presenza di un animale parlante e immortale, inserito in un contesto narrativo realistico, sottolinea l’impossibilità della realtà stessa, una dimensione che solo l’opera d’arte e il linguaggio possono plasmare. E il patto di finzione della creazione si coglie in una raffinata sfumatura. Quando Luciana parla con il gallerista di Milano, gli dice con disinvoltura che in questa storia non avrà il suo nome, sarà chiamato semplicemente Il gallerista di Milano: tale precisazione delinea chiaramente l’accordo tra la scrittrice e i suoi lettori, ai quali mostra lo scollamento tra realtà e mondo creativo.
La spinta picaresca del cavaliere di ventura. A un certo punto della narrazione, Luciana viene definita come un vero e proprio “cavaliere di ventura” che, mentre attraversa un paesaggio, preferisce immaginarne altri di pura invenzione. La sua automobile diventa un destriero di nome Rosario Attilio e ne aggiunge un altro, di destriero, il già citato Xanto, il cavallo omerico che pianse la morte di Patroclo. È un espediente che conosco, che ho vissuto anche io fino alla tarda adolescenza: la bilocazione nel tempo e nello spazio mentre vivevo, come scorciatoia per eludere la realtà monotona e svilente che non mi dava stimoli. Che meravigliosa e temeraria scorciatoia!
Nell’idea del viaggio e dell’avventura, si manifesta apertamente quella che, nelle prime righe di questo testo, ho definito una costante nell’opera di Romana Petri: la forza picaresca, a tratti da spaghetti western, talvolta irresistibilmente buffa, che anima e adombra i suoi personaggi. Luciana è una donna generosa, che inventa linguaggi e sprigiona creatività, ma è del tutto priva di quella prerogativa maschile del cavaliere che decanta la propria amata – atteggiamento che, negli uomini, rischia spesso di scivolare in un moderno, patetico e vuoto amor cortese, utile solo a mostrare l’amore, probabilmente, solo per sé stessi. Luciana come cavaliere di ventura parte invece solo con il puro spirito dell’avventura e della fantasia, immune da qualsiasi sentimentalismo melenso.
Tessere letterarie e metamorfosi. Il romanzo è intessuto anche di un colto sottofondo letterario: dai richiami omerici alle suggestioni evocanti Stendhal, Tabucchi, Rimbaud. La letteratura non viene esibita come un orpello, ma rimane intrecciata con discrezione tra le fibre del testo.
Anche nei tratti di Vasco emergono sfumature inattese. Pur nelle sue ombre da inetto sveviano, Vasco possiede una bellezza singolare, fisica e spirituale. In una delle pagine più suggestive del libro, durante un pranzo domenicale con la famiglia d’origine a cui è costretto a partecipare, Vasco si rivela l’unico capace di scorgere attorno al tavolo le presenze di tutti gli antenati defunti. Un personaggio, nonostante la sua inerzia e i suoi mancati spostamenti da Lisbona, visto in movimento, come le figure dei quadri di Luciana Albertini.
Tuttavia, la traiettoria parallela dei due protagonisti trova il suo punto di svolta nel capitolo ventinove, quando le sezioni pari e dispari si ricongiungono e i due si incontrano di nuovo. È in quel momento che il volto di Vasco assume dei tratti deformati: l’esito visibile e plastico del suo livore, che lo porta a mutare sembianze e a trasformarsi, simbolicamente, in un serpente.
Sguardi capaci di immaginare. In questo microcosmo di figure umane e animali (aveva dimenticato Ulisses, il gatto di Vasco che Luciana chiama affettuosamente Moscardo), la narrazione ci regala una riflessione profonda sulla maternità mancata e sulla cura: «Solo gli animali hanno il diritto di sostituire un figlio a chi ci ha rinunciato».
La lezione più grande di questo romanzo, in definitiva, risiede nella facoltà di trasfigurare la realtà, di guardarla in movimento, di accompagnarla con l’immaginazione. È una sensazione che questo libro mi ha contagiato di recente con una restituzione visiva nel mio banalissimo vivere quotidiano: camminando per strada con il mio cane, ho notato i rilievi di terra lasciati dai lavori alle fognature appena ricoperti nella piazza vicino a casa mia. Il giorno successivo, non si vedevano più, in quanto ricoperti da un involucro che li ha ‘impacchettati’ come si deve. Ebbene, la forma che si era venuta a costituire mi ha subito ricordato il celebre disegno del cappello ne Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry – che, com’è noto, non era un cappello ma un serpente boa nell’atto di digerire un elefante.
In quella capacità di vedere oltre le apparenze e di cogliere una storia dove altri vedono solo materia, ho sorriso perché mi sono riconosciuta subito nello spirito di Luciana Albertini. E l’ho invidiata parecchio, perché anche io vorrei che il mio cane fosse immortale! Proprio all’autore de Il Piccolo Principe, infatti, Petri ha dedicato, qualche anno fa, la splendida biografia romanzata dal titolo Rubare la notte. Reti invisibili della letteratura che si annodano. E il cerchio si chiude.
Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.