Diario di una spettatrice
L’orrore di vivere
Il nuovo film di Marco Bechis con Adriano Giannini racconta la storia di un sopravvissuto in un mondo che non sa più come affrontare (e raccontare) l'orrore
Il passato non passa, soprattutto per chi gli sopravvive e per questo porta il peso della colpa e della vergogna. Con Ritorno a Buenos Aires il regista e sceneggiatore Marco Bechis – padre torinese, madre cilena, classe 1955 – torna al passato che segnò la sua giovinezza e che lui raccontò ventisette anni fa nello sconvolgente Garage Olimpo. Quel film era la sua storia, la storia di uno dei pochi sopravvissuti al sequestro e alle torture nell’Argentina della dittatura fascista del generale Videla, uno che i militari non avevano gettato dall’aereo nel Rio de la Plata, uno che non era diventato un desaparecido solo perché aveva un passaporto italiano.
In Ritorno a Buenos Aires risuona ancora l’eco autobiografica di quella ferita insanabile. Ma sono passati ventisette anni e il regista ha maturato un altro sguardo. “Ho voluto ritornare a quel passato perché ho sentito l’urgenza di raccontare oggi la figura tragica del sopravvissuto”, ha spiegato Bechis presentando in anteprima il suo film a Bologna. “Io sono un sopravvissuto, ma oggi ci sono i sopravvissuti di Gaza, dell’Ucraina, di tutte le guerre. Volevo raccontare cosa succede a un sopravvissuto che diventa testimone in un processo. Noi siamo circondati da sopravvissuti che non hanno un tribunale dove denunciare i crimini che hanno subito, non possono diventare testimoni”.
Torino, 2008. Mariano Guerra è un medico d’emergenza, salva vite nelle ambulanze del 118. Lo vediamo intervenire con le piastre del defibrillatore in una scena concitata che si conclude nel silenzio di una notte nebbiosa, lui a passeggio col suo cane. Ben presto scopriamo che il protagonista ha un passato drammatico: a casa ascolta messaggi a raffica nella segreteria telefonica, sono in spagnolo, la corte di Buenos Aires che sta giudicando gli autori dei crimini compiuti nel famigerato garage Olimpo, lo convoca come testimone nel “proceso oral” che sta raccogliendo le prove verbali per condannarli all’ergastolo. Sono trascorsi trentatré anni e quel passato è ancora lì. Mariano non vuole tornare in Argentina, ha fatto di tutto per cancellare il ricordo dei due anni e quarantasei giorni trascorsi in quell’inferno. Ma presto si rende conto che il suo ritorno a Buenos Aires è inevitabile.
La prima cosa notevole nel film di Bechis – passato in concorso a Venezia e premiato dai critici cinematografici col premio Pasinetti per il miglior film e per il migliore attore protagonista, uno straordinario Adriano Giannini nel ruolo della sua vita – è la costruzione fin dalle prime scene del personaggio di Mariano Guerra, un uomo complesso, tormentato, contraddittorio, certamente non un eroe. Dopo la scena nell’ambulanza lo vediamo fregare l’accendino Zippo a un adolescente cui aveva chiesto una sigaretta, non è più il medico che salva le vite degli altri, è una carogna con la faccia cattiva pronta ad aggredire chi lo intralcia. Il regista dosa con cura i dettagli che mettono progressivamente a fuoco il protagonista. All’arrivo a Buenos Aires sembra ammalato, trema, è febbricitante, visibilmente a disagio, non sopporta nessuno, neanche gli ex compagni di lotta chiamati come lui a testimoniare. Compagni peraltro gelidi nei suoi confronti, lo guardano di traverso, sibilano tra i denti battute sarcastiche.
Quali segreti nasconde Mariano Guerra nella vergogna che affiora con sempre maggiore evidenza? Perché la giudice lo convoca prima dell’udienza e gli dice una frase che risuona come una minaccia: lei lo sa che può entrare come testimone e uscire come imputato? Mariano torna al garage Olimpo dove subì torture e abusi, rivede il tavolo di ferro dove gli aguzzini usavano la “picana” elettrica sui corpi nudi dei giovani sequestrati mentre Satisfaction dei Rolling Stones andava a tutto volume, si infila nel buco della cella dove veniva incatenato come un cane. È una sequenza di scene costruita con una tensione e un’angoscia crescenti che servono ad alimentare l’attesa per ciò che avverrà in aula durante la sua testimonianza. E sarà l’evento liberatorio che Mariano attendeva e rifiutava da trent’anni, finalmente la fine del senso di colpa, la fine della vergogna davanti ai suoi aguzzini.
Vedendo Ritorno a Buenos Aires mi sono chiesta se non ci sia un filo invisibile che collega da qualche anno i film che raccontano l’orrore, una tendenza ricorrente nel cinema contemporaneo che lo colloca fuori campo. Nel film di Bechis non si vedono scene di violenza, come non si vedeva ciò che avveniva ad Auschwitz ne La zona di interesse, come non si vede la strage dei bambini palestinesi ridotti a effetti collaterali nella notte feroce di Naza. E mi è venuto un pensiero, che oggi l’orrore in cui viviamo abbia raggiunto un livello tale da essere così indicibile che il cinema può solo metterlo fuori campo, lasciarlo all’immaginazione dello spettatore, non può più rappresentarlo sulla scena come faceva Coppola in Apocalypse now. Non so se questa idea abbia un senso. So che il film di Marco Bechis aggiunge un tassello importante a questa narrazione, grazie alla fisicità tormentata di Adriano Giannini e al coraggio di chi – come il regista e spero molti spettatori – non vuole rinunciare a fare i conti col passato.