Cronache infedeli
Lettera a Wolf Biermann
Sassonia, Maclemburgo-Pomerania, Berlino: che succede in Germania? Siamo tra le rovine di un sogno? Tentiamo qualche riflessione sotto forma di lettera al grande poeta Wolf Biermann
Caro Wolf, mio amato cantore, in questo mondo così grande eppure così angusto (che alcuni chiamano capitalismo della sorveglianza) non ci si può più nascondere. Così apprendo dall’algoritmo che tu sei ancora vivo, a quasi cento anni e in qualche parte della tua amata Germania. Io e te siamo dunque – se così si può dire – residui di un tempo passato, un giurassico umano in cui la remota festa mobile che entrambi abbiamo vissuto nei pressi della porta di Magdeburgo prometteva un futuro eroico.
Oggi entrambi ci aggiriamo tra le rovine di quel sogno. Nel tuo straordinario e dolente paese le elezioni – quel modesto, spesso noioso e sconsolante rito democratico – non cessano di assestare sonore bastonate alle nostre pur modeste speranze. Dopo la Sassonia Anhalt, ecco il Maclemburgo-Pomerania Anteriore, dove i nostalgici dell’antico nazismo fanno saltare il banco con oltre il 38 per cento del voto del popolo. E che popolo! operai di fabbrica, contadini e impiegati, giovani e pensionati, ragazzi e ragazze. Sembra che non ci sia ormai una trincea – un ceto sociale – in cui nasconderci, far perdere le nostre tracce e organizzare una ragionevole resistenza. Oggi il mio personale lutto politico potrebbe prendere in prestito i versi di una delle tue più cupe canzoni: «Il filo spinato pian piano attecchisce profondo nella pelle, nel cervello, nella materia grigia stretta da un reticolato. La nostra terra è un’isola tutto intorno battuta da onde di piombo».
L’onda di piena arriva dall’Est del tuo paese: quella terra incognita che io stesso – arrampicato su un pezzo di muro – scrutavo quaranta anni fa con apprensione e timore. Quelle lande allora a noi sconosciute, disseminate da fabbriche in rovina, campagne inquinate, città depredate e villaggi massacrati. Operai senza catena di montaggio, contadini senza terra, giovani senza futuro: la grande fuga ad Ovest che svuotava quella metà del paese che per mezzo secolo aveva vissuto nel grande inganno sovietico. Oggi, ma non solo oggi, si fanno i conti politici e sociali del prima e del dopo: la Germania divisa e la Germania unita.
Non sono un politico, non sono un analista, caro Wolf, e quindi prendo in prestito l’analisi di un caro amico tedesco che ben conosce politica ed economia. Scrive Udo Gumpel, e mi sembra una tesi centrata: il risultato rovinoso di questa ultima tornata elettorale ha una radice sociale e sociologica: non la crisi economica in sé, ma la paura del declassamento: in queste regioni dell’ Est tedesco ha gonfiato il bottino elettorale dei rosso-bruni dell’Afd non tanto l’esperienza di una povertà acuta, quanto piuttosto la paura del declassamento, il timore di trovarsi ancora una volta dalla parte dei perdenti nella prossima, annunciata, grande trasformazione. «Il trauma economico successivo al 1990 – scrive Udo – costituisce ancora uno spazio di risonanza storico». L’ appeal politico e mitologico del partito neonazista sfonda letteralmente tra gli attuali 45-59enni, persone che hanno vissuto la trasformazione post-unitaria da bambini, adolescenti o giovani adulti. Come allora la riunificazione fu la grande incognita, il Moloch pauroso del capitalismo occidentale, così oggi il terrore sociale deriva dalla annunciata rivoluzione dell’intelligenza artificiale: un nuovissimo verbo economico e sociale, un drone planetario che non farà prigionieri.
Ma come entra, in questo schema ragionevole, il risultato elettorale contemporaneo e opposto della tua amata Berlino? Ricordo il tuo esilio, la tua cacciata nel 1976 dal Paese della Stasi trionfante – ti avevo avvertito: anche io appartengo a una sorta di giurassico umano – e ricordo anche il tuo rientro in città, con tua moglie Pamela, attraverso il varco aperto dell’Invalidenstrasse. Allora pochi passi ci dividevano, un anonimo cronista e un artista coraggioso: mi piace ricordarlo, con una sorta di modesto orgoglio. Poi tu corresti subito ancora più a est, per il trionfale concerto di Lipsia, dove tutto era cominciato, con le coraggiose manifestazioni del lunedì.
Al punto, dunque: se in Meclemburgo Pomerania ha trionfato la destra più destra, perché a Berlino ha trionfato invece la sinistra più sinistra, con l’affermazione della Linke e della giovane, giovanissima Elif Eralp? La tesi semplicissima e semplicistica secondo la quale in ogni elezione vincono ormai le estreme, con il suo corollario obbligato: il radicalismo in politica paga – e il moderatismo fallisce – è una teoria buona per i duelli su Facebook, ma chiaramente priva di fondamento: pura retorica per anime belle.
È necessario invece un supplemento di analisi. Meclemburgo e Berlino, Udo Gumpel avvicina i due opposti risultati elettorali in una sola formula: la paura del declassamento. Nella capitale la paura del declassamento ha assunto una forma estremamente concreta: con l’85 per cento delle famiglie di Berlino che vive in affitto, la prospettiva di un aumento stellare degli affitti – che incombe in ogni metropoli del pianeta – è diventata un incubo per tutti. E una campagna elettorale centrata su questo tema concreto ha portato il partito della Linke a un risultato clamorosamente positivo. La sociologia più che l’economia spiega dunque i risultati tedeschi. Le domande che ogni partito che si rispetti è chiamato a interpretare sono elementari ma capitali: «Riuscirò a mantenere il mio tenore di vita? potrò salvare il mio posto di lavoro? la mia regione va incontro a una crisi economica? mio figlio riuscirà a trovare una casa in città? potrò ancora vivere quando sarò anziano?». Materia viva per politica vera, e anche materia viva per future ballate sincere, come mi insegni, mio caro Wolf.
Aggiungiamo, aggiungo: Elif Erap a Berlino e Zohran Mamdani a New York sono due personaggi politici sovrapponibili, e la loro strategia – sintetizzata nella parola d’ordine affordability, sostenibilità – è perfettamente sovrapponibile. Azzardo: il protagonista di queste straordinarie vittorie non è solo una strategia politica ma è la città stessa, la Metropoli come luogo fisico, politico e umano, con i suoi problemi specifici e le sue singolarissime energie. Attenzione ad assumere una lezione limitata a uno spazio particolare e irripetibile come valida per ogni spazio politico e geografico.
Attenzione dunque agli innamoramenti. Ricordo che nel 2011 la rivolta del Cairo e nelle città dell’Egitto ci innamorò e ci illuse. Parlammo allora, noi occidentali colpevoli e creduloni, di primavere arabe e di un’alba di democrazia per quei paesi lontani. Nemmeno il tempo di congratularci con i ragazzi del Cairo e con noi stessi, che arrivò l’inverno a gelare tutti i germogli promettenti della primavera. Il risultato elettorale delle campagne – con il loro carico di povertà e arretratezza, di bigottismo religioso e di corruzione, di invidia sociale e analfabetismo – rovesciò ogni speranza. E che rovesciamento rispetto ai sacri testi del marxismo del nostro cretaceo umano! Un certo Mao Tze Tung – ricordate? – profetava che la rivoluzione nelle campagne avrebbe accerchiato e infine conquistato al comunismo le viziose metropoli capitalistiche. Oggi – anno di grazia 2026 – sono le campagne arretrate e violente ad accerchiare le metropoli più o meno virtuose.
Ma qui il ragionamento ci porterebbe troppo lontano, e la politica rischia a un certo punto di diventare cattiva letteratura. Restiamo dunque alla cronaca, e ai ricordi, che sono il materiale vivo di questa lettera nostalgica. Torniamo dunque al nostro personale giurassico: quaranta anni fa, mentre il cronista scrutava verso Est arrampicato sulle rovine del Muro, e mentre il cantore tornava a casa attraverso il varco aperto di Invalidenstrasse, a Dresda, negli uffici vuoti della Casa Russia, un uomo piccolo dalla faccia da topo si affrettava a bruciare fasci di documenti segreti con nomi, vicende e peccati della fratellanza tedesco-sovietica. Pochi giorni dopo, mentre Lipsia in festa accoglieva il concerto del fratello ritrovato, lo stesso personaggio anonimo attraversava la frontiera dell’Est a bordo di un’auto senza insegne che portava sul tetto – ben assicurata – la lavatrice di famiglia, ottima marca tedesca.
Oggi quell’uomo insignificante è presidente a vita in casa propria – nel suo immenso dominio – e quei partiti che ovunque sembrano trionfare nella tua cara Germania portano uno stigma antico e allarmante: un ircocervo pauroso che mette insieme gli incubi del secolo breve, il Lager di Primo Levi e il Gulag di Varlam Salamov. Mai come oggi la politica internazionale sembra essere – e lo manifesta senza vergogna- la continuazione della guerra sotto altre miserabili forme. Che la paura del futuro non diventi il lasciapassare per un futuro da incubo. Abbiamo ancora da imparare da te, caro amico: «Non vogliamo tacere in questo tempo di silenzio. Non lasciarti spaventare in questo tempo di terrore. Questo è quello che vogliono, che cediamo le armi prima del grande conflitto».