Daniela Matronola
A proposito de "Il figlio del papa"

Il mosaico dei Borgia

Ippolita Avalli ha ricostruito, sotto forma di romanzo, la vita e le avventure di Cesare Borgia, rincorrendo la verità nelle pieghe della storia

Ippolita Avalli è tornata in libreria con un libro ardito: nello stile, nella struttura, nelle figure: Il figlio del papa, Cesare Borgia (Mursia, 378 pagine, 20 Euro). L’eroe eponimo del romanzo ne è anche il protagonista incontrastato. È l’eroe greco: spagnolo!, potrebbe protestare qualcuno; romano!, verrebbe voglia di contraddire subito; ma noi che abbiamo letto Yourcenar sappiamo che ogni eroe è santo/laico (possibilismo che si dà più che mai in questo specifico caso) e che il modello di ogni vero protagonista potente è l’eroe della tragedia greca, un uomo la cui complessità (cedo a questo termine oggi così invalso da non significare quasi più niente, esattamente come l’aggettivo iconico) cioè stratificazione e ambiguità e alcibiadismo, è il perno fondante (e fondente) della sua grandezza, e della sua capacità di convincere chi legge, di accattivarsene i favori pieni, così da ottenerne la conquista, cosa che accade a chi legge questo romanzo, ripeto romanzo, e accaduta, forse, all’autrice.

Cesare Borgia, Il figlio del papa è un romanzo storico che rincorre la verità nelle pieghe della Storia: anima un mosaico di voci e mette in moto un doppio filone temporale che limpidamente svela un altro significato (meno allusivo alle difficoltà di sbarcare il lunario) dell’idiom: to make ends meet. I due capi che corrono lungamente paralleli sono la voce diretta di Cesare imprigionato in Castiglia appena dopo il 1500 e il coro di voci di tutti coloro che hanno concorso con lui al formarsi degli eventi nei tumultuosi ultimi anni del 1400. Il coro di voci è tessuto con note di diario missive dispacci, tutto un materiale scritto in cui ogni attore o attrice (significative Lucrezia, sorella del cuore di Cesare, invocata dal duca Valentino in punto di morte come si invoca un’amata; Vannozza, sua madre; e poi Sancia, amante temporanea e infida) rivela il proprio apporto alla tessitura e il proprio punto di vista (parziale, quasi mai disinteressato) sugli eventi. Sono brevi comunicazioni, sottocapitoli dei 24 capitoli maggiori che hanno in testa, come titoli, qualità e condizioni, cioè doti e occasioni del principe di machiavellica formulazione.

In effetti appare sulla scena Niccolò Machiavelli, segretario fiorentino, che nel noto trattato, Il Principe, costruito sulla figura di Lorenzo de’ Medici (teorizzazione astratta e disegno dal vero), ci lascia un ritratto ammirato proprio del Valentino, o anche Valenciano poiché di schiatta aragonese: Cesare Borgia appunto.

Il quale, segregato seppur principescamente, recluso in un castello il cui fossato è asciutto, e continuamente disturbato dai rumori di ferraglia delle esercitazioni degli armigeri, nevrotico come non mai per esser stato ristretto, mastica amaro, e di continuo evoca tutto quanto lo ha portato allo stato attuale di carcerazione. Una restrizione da cui abilmente si libererà dandosi alla fuga e riorganizzandosi fino alla capitolazione finale. La sua voce è diretta e udibile dunque è segnalata nel testo dal corsivo, tutto il resto, poiché scritto e tracciabile, è in carattere tondo, e ben indicato per luogo e tempo.

Abbiamo detto della struttura. Diciamo ora dello stile.

Chi scrive forbisce il linguaggio, e restituisce (come usa dire) un clima storico, ma anche umanistico, di cultura, di formazione, di letteratura. La lingua non è ardua, il linguaggio non è vuotamente eufuista, ciò che leggiamo ha una duplice qualità: l’accuratezza e la meticolosità di chi racconta nel riferire o rivolgersi con dovizia di dettagli e precisione di riportaggio da un lato, e dall’altro la finezza di enunciazione come proprio personale expertise ma anche in omaggio alla propria dignità di persona a un tempo privata e pubblica (storica) per ciascuno dei concorrenti al quadro intero, insieme a una pletora di personaggi che riusciamo a vedere solo per rifrazione nelle parole degli altri.

Allo stesso modo accurato e fervido è l’eloquio di Cesare che è pienamente presente a sé stesso, consapevole del peso della propria persona, mai distratto rispetto alle proprie mire, ai propri desideri, alla propria statura di politico, destinato ad essere capo, e maldestramente (o più attendibilmente per gelosia e cecità genitoriale) deragliato altrove: a una tonsura ecclesiastica di cui Cesare si vergogna e che cerca di camuffare per esprimere la propria volontà di non appartenere alla Chiesa ma di essere vocato alla caccia e alla politica.

Cosa attrae di Cesare? Cosa ha attratto l’autrice? La forza del personaggio, nemmeno poi così contraddittorio – anzi coerente, e ben costruito come tale, nella sua pianificazione e prassi nel perseguire i propri disegni, a dispetto, anzi in aperta rivalsa, di tutto quanto e tutti quanti, consapevoli e non, gli abbiano remato contro. In una missiva ai Dieci di Firenze, Machiavelli loda la sua ampiezza di visione, e parla di magnetismo quasi soprannaturale accompagnato a un carisma naturalissimo. Un personaggio su cui piovono grandi fortune, in realtà ambigue e non ben accette, come anche grandi rovesci di fortuna, secondo i venti della Storia.

Tutto ciò sembra davvero comporre il ritratto di un mondo in disfacimento e fedelmente dare parola verace, autentica, a Cesare Borgia, e al corollario di personaggi che hanno concorso a fare con lui la Storia, dunque rifare dall’interno ciò che gli storici (non gli archeologi stavolta) hanno rifatto dall’esterno. L’autrice si fa doppiatrice del personaggio: parla come lui, ragiona come lui, si muove come lui.

È venuto il momento di tirare in ballo il paratesto, e anche un po’ la contaminatio.

Oggi il romanzo divora ogni cosa, scrive Marguerite Yourcenar nei suoi Taccuini di Appunti, paratesto a Memorie di Adriano, il suo libro più arduo (non necessariamente il suo di maggior valore giocandosi il podio con L’opera al nero o con la trilogia Il labirinto del mondo o con Il colpo di grazia). E aggiunge: Questo studio sul destino d’un uomo che si chiamò Adriano nel XVII secolo sarebbe stato una tragedia; all’epoca del Rinascimento, un saggio. Poi scrive: …grossolani quelli che dicono: “Adriano sei tu”, ma poco dopo: Ogni essere che ha vissuto l’avventura umana sono io! – io dico solo che Memorie di Adriano è scritto in prima persona e non sarebbe stata possibile una confessione così convincente se l’autrice non si fosse fusa col suo personaggio per parlare agire e pensare come lui, per sentire e desiderare come lui. È un processo di sprofondamento dell’autore nel personaggio per rinvenirne la voce: questo fa anche Ippolita Avalli con il suo eroe eponimo, Cesare Borgia, fornendoci anche il paratesto al romanzo (che tutto qui divora per raccontarlo) – Sulle tracce di Cesare, una collazione finale di appunti, fuori scena, dalla vita reale, che documenta oltre a svelare il processo di innamoramento letterario dell’autrice per il suo personaggio centrale cui far dire IO, la sua dedizione totalizzante al personaggio che l’ha catturata quasi di prepotenza.

Va da sé che non sto equiparando i valori delle due autrici: sto indicando un comune atteggiamento autoriale, una strategia che accomuna, con esiti quantomeno diversi – poiché personali e distinti, Avalli a Yourcenar, secondo una freccia del tempo che non può essere in alcun modo invertita. Qui peraltro subentra l’altro dato, anzi criterio, la contaminatio: non so se Ippolita Avalli ha avuto in mente Memorie di Adriano e i Taccuini, però sento che ha a suo modo riusato una postura d’autrice e un procedimento d’invenzione e composizione che si possono riferire a Yourcenar e alla sua opera più ambiziosa, un romanzo di memorie là dove storici e saggisti avrebbero ripiegato su qualcosa di (scritto) più scientifico: ma noi sappiamo bene che è il romanzo, col suo quoziente arbitrario di invenzione pura, a costituire la prova scritta a favore di qualcuno o qualcosa ben più di qualunque scrittura tecnica!

D’altra parte qui Ippolita Avalli, proprio costruendo il romanzo come mosaico di scritti con confessione, cioè come collazione di singole testimonianze (rischiosissime: se qualcuno avesse rintracciato certe missive, gli autori sarebbero finiti parecchio male), mantiene, proprio, sulla carta, come palinsesto, l’architettura del saggio storiografico, salvo aprire il genere dall’interno e innestarlo di ipotesi romanzesche: e il risultato è trascinante, una spirale che avvolge chi legge e lo tira giù con sé – ci ipnotizza a guardare, stregate/i, la scena intera su cui si susseguono e s’intrecciano i quadri di una tragedia che ha le sfumature del nostro cinismo e la santità laica della Storia nel contesto sublime di Roma, spaventosa e magnificente.

Un’ultima notazione: Cesare Borgia, fatte le dovute variazioni e sostituzioni, non solo storico-temporali, è un uomo su cui i riflettori si accendono per rivelarne la misura di uomo, solo, in una fase in cui la Chiesa, in cui questo eroe tragico e controverso è inquadrato suo malgrado, c’è, però è distante da sé stessa come non mai (o forse, e noi non lo comprendiamo, è più che mai fedele a sé stessa): dunque una fase (sempre parafrasando Yourcenar) in cui gli dèi non c’erano e Cristo nemmeno: un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo.

La parabola di Cesare Brogia vira al vile, non perché egli sia stato vigliacco ma perché la miseria è stata il suo destino, e proprio in questo declino Avalli trova un senso universale dunque condivisibile al di là dello spazio e del tempo, che così definisce (dopo aver dato dignità anche alla parte femminile di questa storia e della Storia, tra lo ieri del romanzo e uno ieri più vicino in corsa verso l’oggi, suo personale e delle donne): la sconfitta, non la vittoria, è il traguardo finale di noi esseri umani, principi, poveri, potenti o comuni che siamo. Tuttavia, si può essere sconfitti senza essere perdenti, e forse in questo sta la dignità del vivere.

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