Leo Carlesimo
Una storia di frontiera

Il matrimonio di Bruno Pezzon

«Come uomo, non si può dire che fosse un granché, Bruno Pezzon. Rozzo e ignorante. Puttaniere e ubriacone. Istintivo e animalesco, sale in zucca ne aveva poco. Una cosa però l’aveva: era bravo nel suo lavoro...»

Siamo dentro un capanno di pali d’acciao chiuso da tamponature imbiancate a calce e coperto da pannelli ondulati d’eternit. E’ semibuio, l’unica zona illuminata è il palco. C’è fumo, odore di legna bruciata, puzzo di sudore. Tutt’attorno, nella penombra, sono disseminati i tavoli – piccoli, quadrati, in legno verniciato – e le sedie impagliate. Pubblico di soli uomini, facce rugose e bruciate dal sole, mani incallite da contadini. E operai, c’è il nostro gruppetto di operai. Ci siamo sistemati nell’area d’angolo vicina al palco, qualcuno di noi ha ancora la tuta da lavoro addosso. Ma siamo in minoranza, il grosso è composto d’agricoltori. Tutta la zona è nota, in Grecia, per le piantagioni di tabacco, che arricchiscono i proprietari terrieri della regione. Distretto rustico e relativamente prospero sulla costa ionica poco a nord di Patrasso, lungo il basso corso dell’Acheloos, sulle cui rive da un paio d’anni è in corso la costruzione di una diga.

Fine estate, è appena passato il periodo del raccolto, negli essiccatoi del consorzio agricolo a sud di Agrinion s’è battuta l’asta del tabacco. I tabacchieri hanno fatto i conti e i contadini riscosso le loro paghe – la parte di paga legata alla vendita del raccolto, quest’anno piuttosto buono – hanno le tasche piene e voglia di far festa. Perciò sono calati dalle colline dei dintorni artisti d’avanspettacolo e intrattenitrici di vario genere, ciascuna con le sue specialità. Si alternano numeri di canto e danza – musiche e balli popolari – al suono di un’orchestrina di bouzouki. Le danzatrici sono donne di campagna piuttosto attempate. Tardone che, malgrado l’età, non esitano a mettere in mostra – nei costumini succinti da cui pendono veli, finti diademi di pietre e catenelle in similoro – le loro forme sgraziate e sfatte. Finito il numero, caduti i veli, la tardona scende dal palco, passa tra i tavoli, si lascia toccare dagli uomini, che infilano banconote da cinquanta o cento dracme nei reggiseni e nelle mutandine.

Finché entra in scena una ragazza. La sola sui vent’anni, non particolarmente bella: capelli gonfi rosso-arancio, occhi neri caldi, viso molto truccato. Bassotta, tette e chiappe forti, gambe muscolose. Da un tavolo di contadini parte un fischio. La ragazza comincia a ballare al suono dei bouzouki. Mentre lei si contorce, alle sue spalle compare un inserviente. Porta in mano due piatti di ceramica bianca. Al gesto del contadino che ha fischiato, li getta a terra, rompendoli ai suoi piedi. Lei ride compiaciuta e gli rivolge un gran sorriso.

Di rimando, anche dal nostro tavolo parte un fischio. È il mio vicino di sedia, un ometto magro, in tuta, con la barba malfatta e la pelle rossiccia che pare irritata o cosparsa di pustole, il naso coperto di venuzze viola. Apre il palmo della mano e lo mostra all’inserviente, che poco dopo torna con cinque piatti. Li scaglia a terra uno per uno, spaccandoli tra le gambe della ragazza. Lei volge un gesto ampio, quasi un inchino, al mio compagno che l’ha omaggiata con quei frantumi e gli sorride.

Un altro fischio imperioso dal contadino. Mostra due volte il palmo della mano e l’inserviente arriva con un’intera pila di piatti. A uno a uno li scaglia tra i piedi della ballerina, che danza scalando i cocci. Spacca la ceramica cogli alti e robusti tacchi delle sue scarpe da campagnola. E’ un vero inchino, con abbraccio a distanza, quello che dedica al contadino. Lui se la ride, rubizzo, la faccia sudata, un sudicio fazzoletto al collo, la camicia aperta sul petto e sul ventre ballonzolante e peloso.

Al fischio prolungato, di sfida, il mio compagno fa seguire un gesto ripetuto: quattro volte il palmo aperto della mano. E l’inserviente si carica di due pile di piatti, che fracassa uno per volta ai piedi della ragazza, mentre lei continua a danzare, calpesta i cocci, s’arrampica barcollante sul mucchio di frantumi. Seguitando a danzare e cantare con la voce in falsetto, ancheggiando, attraversa il palco, discende i tre gradini che portano in platea, s’avvicina al nostro tavolo e siede in grembo al mio compagno, con un braccio gli cinge le spalle. Gli stampa un bacio sulla guancia pustolosa e arrossata e non fa caso a dove rovistano le sue mani mentre gli è addosso.

Così in un sordido bouzouki – parola ubiqua: designa lo strumento musicale, ma anche la musica che suona, la danza che accompagna e il locale in cui questa va in scena – in un bouzouki campagnolo appena fuori Agrinion, trovò moglie Bruno Pezzon, contendendola a forza di piatti rotti a uno sconosciuto coltivatore di tabacco.

Come uomo, non si può dire che fosse un granché, Bruno Pezzon. Rozzo e ignorante. Puttaniere e ubriacone. Istintivo e animalesco, sale in zucca ne aveva poco. Una cosa però l’aveva: era bravo nel suo lavoro. E solo in quello. Ma è un fatto, questo, che potrebbe anche salvare un uomo da tutto il resto. Solo che a Pezzon non andò così.

Di mestiere faceva il minatore. Perforava roccia e tirava mine. E quand’aveva a che fare con queste due cose, tutto si può dire di lui meno che fosse rozzo e ignorante. Era capace, misurato, accurato. Previdente e prudente. Aveva persino una sua raffinatezza e profondità, Bruno Pezzon. Quale profondità ci può essere nel bucare e far saltare roccia, direte voi. Proverò a spiegarlo.

All’epoca io avevo vent’anni, lui andava per i quaranta. E c’era un’altra differenza tra noi. Io un po’ ho studiato, sono perito minerario. Lui non aveva neppure la licenza elementare. Era il mio capo, però, il mestiere me l’ha insegnato lui. Ma pur essendo lui il maestro e io l’allievo, ho sempre avuto l’impressione di doverlo proteggere, Bruno Pezzon. Io, il giovane, dover proteggere lui, il vecchio.

Ce ne andavamo su per le montagne dell’Etolia-Acarnania, a perforare banchi di roccia coi crawlair, trabiccoli che si muovono su cingoli alti e stretti, con l’andatura caracollante di un tacchino zoppo. Riempivamo i fori a strati alternati di dinamite e nitrato d’ammonio e facevamo brillare le mine. Uno accanto all’altro, gomito a gomito. Carichiamo i fori e li borriamo bene. Alziamo su a boccaforo i cavi elettrici del detonatore e li giuntiamo col nastro isolante. Poi, stendiamo l’ordito dei cavi in testa alla bancata, agguantandoli più o meno come un pescatore agguanta le sue reti. Li attacchiamo a un collettore robusto, che srotoliamo fino a una roccia dietro cui proteggerci. Se la montagna è avara e non offre ripari, ci si fa scudo col cassone alzato di un grosso dumper. C’infiliamo sotto lo chassis, Pezzon collega i capi di rame ai due morsetti dell’esploditore, che fa un po’ pensare a un macinino da caffè, con quella manovella in testa da girar veloce, per accumulare carica elettrostatica. E quando vede accendersi la spia rossa in cima all’attrezzo, pigia il pulsante e molla l’impulso.

Allora, rannicchiati sotto al cassone, condividiamo un brivido, Pezzon ed io. Vediamo la montagna scuotersi. E crepe silenziose diffondersi sulla sua faccia, nel breve lasso di tempo che precede l’istante in cui ai timpani arriva l’esplosione. In quella frazione di secondo, lo stesso brivido raggrinzisce la pelle della montagna e quella del minatore, che tocca il fondo dell’opera sua, come un subacqueo in immersione il fondo del mare, e poi torna su. E quando caccia la testa fuori, a riempirsi i polmoni d’aria, arriva il botto. Poi la pioggia di sassi sul cassone del dumper. Con Pezzon che – ridicolo, dopo vent’anni di mestiere – ha sempre il riflesso d’acquattarsi e tirar ben dentro le gambe, per non farsele massacrare dai frantumi della volata. Poi c’è lo sfumo, l’odore acre dell’esplosivo che esala nell’aria, la nebbia che si dissolve, la polvere che si deposita a poco a poco e svela il paesaggio nuovo, la rinnovata nudità della roccia. Allora Pezzon esce da sotto al camion come un animale stordito dalla tana, dopo il colpo, e va a controllare l’esito del suo lavoro. Com’è venuta la volata, che nuova forma ha dato alla montagna, l’altezza dei gradoni, la curvatura dei tagli…

Il matrimonio con quella del bouzouki non gli andò bene. La donna – si chiamava Vassilikì – fu per lui fonte di molti dispiaceri. Gli diede una figlia, che chiamarono Alina, e per un po’ vissero abbastanza sereni ad Agrinion, finché durò il cantiere. Anche se già lì correvano delle voci su quel che la moglie combinava in paese, mentre lui era su in diga a lavorare.

Quando la diga finì, Pezzon rientrò in Italia, a V., paesino del Cadore poco sopra Belluno. Si portò appresso figlia, moglie e suocera, che lei volle con sé per aiutarla con la bambina. Piazzò tutt’e tre le sue donne nella casa di famiglia. Poi ripartì per un altro cantiere.

Mentr’era via, in qualche posto giù in Africa, gli giunse voce che lei, Vassilikì, a V. si dava parecchio da fare. C’era un bel viavai di uomini, in quella casa. E non solo. Quella sparlava e straparlava, in paese, aveva una brutta lingua. Seminava zizzania e lo disonorava in molti modi. Intanto, gli faceva fuori tutti i soldi. Lui, Pezzon, dal fondo dell’Africa ci litigava tutte le volte che, la domenica, chiamava casa. Cinquanta chilometri di pista sterrata, per arrivare al posto telefonico più vicino. E passare un’ora in una fetida baracca, davanti a un telefonista analfabeta, a urlare dentro un microfono crepitante, con la linea che cadeva ogni minuto. Solo per scambiare insulti con quella là.

Quando alla fine si decise, non fece in tempo a tornar su in Cadore a fargliela pagare, lei fu più svelta. Si fece aiutare da qualcuno che conosceva, giù in quel cantiere in Africa dov’era lui – qualche collega di Pezzon ch’era stato anche su in Grecia e che lei, Vassilikì, aveva frequentato pure lì – a raccogliere le prove delle tresche che lui, da quel maldestro puttaniere che era, aveva laggiù con le nere dei villaggi.

La causa gliela intentò lei, fece prima. L’accusò d’adulterio, foto alla mano. E con una bambina piccola da crescere, nessun lavoro su cui contare in un paese straniero – di cui però era ormai cittadina con tutti i diritti – ottenne quel che voleva: si fece assegnare la casa, si tenne la bambina e si prese anche una bella fetta dello stipendio che lui guadagnava a fare il minatore girovago, puttaniere e scultore di roccia, mentecatto ubriacone, per l’Africa delle dighe. Insomma, lo fregò. Da quel genere di donne – ch’erano le sole che gli piacevano – Pezzon era il tipo che si fa fregare.

Fece ricorso contro la sentenza e la causa lo tenne sulla corda un altro po’. Pezzon la conduceva a distanza, mentr’era nei cantieri a lavorare. E da quello stordito che era in tutto ciò che non fosse tirare mine, non la condusse mica bene, coi mozzaorecchi di bassa lega cui s’affidò. Per di più, si fece pizzicare qua e là, ora ubriaco ora a puttane, mentre cercava di distruggere la reputazione della moglie gli riuscì meglio distruggere la sua.

Quando ci rincontrammo, anni dopo – a Ulu Jelai, Cameron Highlands, Malesia settentrionale – io avevo fatto un po’ di carriera. Grazie al diploma m’avevano promosso capo dei movimenti terra, rilevati e scavi. Quindi Pezzon ora dipendeva da me, ce l’avevo sotto. Ed ebbi di nuovo l’impressione di doverlo proteggere. Ne avevo anche il potere. Ma non bastò.

Lui aveva appena finito d’incassare il colpo. Aveva giusto perso l’ultimo ricorso e detto definitivamente addio alla casa, alla figlia e a tutto il resto. Era un uomo solo e battuto, Bruno Pezzon, e s’era anche un po’ invecchiato e ingobbito. Bello non era stato mai, con quella pelle pustolosa e il naso rubizzo da bevitore e una corporatura tutta sghemba che s’era come disarticolata a furia di seguire le gimkane dei crawlair e infilarsi sotto gli chassis dei camion. Corpo snodato e storto che faceva un po’ pensare a quello d’un fachiro. Col fiato appesantito dalla silicosi, male lento e paziente dei minatori.

Insomma, era ormai un mezzo relitto. E in tutto quel che fa un uomo fuor del proprio mestiere, un fallimento completo. Non che si lamentasse, raccoglieva quel che aveva seminato. Però sul lavoro teneva ancora duro. Era sempre lì, in equilibrio sul suo filo. Come minatore era davvero in gamba e anche se nel frattempo la tecnica era un po’ cambiata – e non si perforava più la roccia coi crawlair,  ma coi boomer guidati dai laser; e non si usavano più i detonatori elettrici per far brillare le mine – anche se tutto era diventato più tecnologico e sofisticato, se la cavava ancora bene, Bruno Pezzon, e gli scavi roccia di Ulu Jelai li fece andare come un orologio, lui da solo con un pugno di filippini (manodopera importata, laggiù, il lavoro sporco lo fanno gli immigrati, come da noi).

Non c’erano piantagioni di tabacco, intorno alla diga, ma coltivazioni in serra. Il massiccio che sale all’altopiano cui diede il nome William Cameron, che alla fine dell’Ottocento l’esplorò, è ricoperto di foresta. Però nel triangolo che va da Ulu Jelai a Tanah Ratah a Brinchan s’apre un piccolo squarcio nudo, pelato raso nel cuore della jungla. Sagomato a gradoni e tappezzato di serre. Serre ovunque, appese fin su in cima, terrazza dopo terrazza, con viottoli stretti e scoscesi che a tornanti s’annodano sulle pareti della giogaia. Schiacciate quasi in verticale e perlopiù illuminate ventiquattr’ore al giorno, perché la luce le fa più produttive. Sicché nottetempo s’accende tutt’una gran luminaria, in quella fetta di jungla. Una fiammata dei cinesi. Malesi di etnia cinese, i piccoli possidenti della zona. Le serre le coltivano loro.

Quel quattro dicembre, Santa Barbara, in cantiere facemmo festa. La santa dei minatori la si festeggia, in diga, è tradizione. Sparammo delle cariche in suo onore e poi venne a Ulu Jelai il prete cattolico di Kuala Lumpur, a dire messa dinanzi all’imbocco delle gallerie, dove in una nicchia scavata nella roccia era esposta la statuina della santa. Tutto filò liscio fino al pomeriggio quando, dopo aver mangiato e bevuto, caricammo il prete in jeep e – con tanti ringraziamenti per la cerimonia e un obolo per la sua missione – lo rispedimmo a Kuala Lumpur.

Partito lui, noialtri seguitammo a far festa a modo nostro. La sera tardi Bruno Pezzon, io e un altro paio dell’officina ce n’andammo a concludere il giorno della santa al karaoke Ha-San, un postribolo di cinesi di Brinchan, venti chilometri a nord del cantiere.

La sala è di dimensioni modeste, fumosa e semibuia, con una dozzina di tavoli separati da bassi paraventi sparpagliati davanti a un palco sovrastato da un enorme schermo. Sopra al palco, una ventina di ragazze ballano e cantano, passandosi il microfono. Intonano a turno le strofe del videoclip, muovendosi a imitazione delle immagini che scorrono sullo schermo. Nessuna di loro è malese, anche quel genere di manodopera laggiù è importata. Vietnamite, indonesiane, filippine. Di fianco al palco, dietro un banco di bar, un barman cinese con una faccia da sfinge sta in piedi davanti a un misero scaffale di bottiglie.

Tra le ragazze – tutte piccole di statura, la corporatura esile e svelta delle asiatiche del sud – svetta una gigantessa dai tratti mongoli o forse kazaki: ossatura massiccia, carnagione più chiara, zigomi alti e larghi, sguardo di ghiaccio. Non è bella, ma imponente sì. Indossa un minuscolo costumino viola, adatto a taglie diverse dalla sua. La corteggia colpi di drink un vecchio cinese seduto nel buio di un separé. Mingherlino, calvo, baffetti sottili e barba rada, uno zucchetto in testa. Difficile dargli un’età, ma sopra i sessanta di sicuro. Indica al barman la kazaka, quello va a prenderla sul palco, l’accompagna al separé del cinese e le versa da bere.

Funziona così, nei locali del calibro di Ha-San. Alle ragazze viene servito tè, che i clienti pagano come whisky. Le ragazze possono berne a volontà senza ubriacarsi e dal numero di drink offerti, che s’accumulano sul conto, dipende l’esito del corteggiamento. Superata una certa soglia e oltre una cert’ora, pagate le consumazioni, la ragazza è libera di uscire col cliente e lui se vuole può portarsela via. Ha il lasciapassare.

Pezzon segue con lo sguardo la stangona kazaka e quando torna sul palco fa cenno al barman che vuole lei. L’oste-ruffiano l’accompagna al nostro, di separé, e le versa da bere. E finché dura il drink lui ce l’ha accanto e si dà un po’ da fare con le mani, per quel che è consentito dentro il locale. Finito il drink, lei torna sul palco. E nel frattempo s’è messo in lista il cinese, l’oste-ruffiano l’accompagna da lui. Ma quando il cinese la molla, Pezzon prende accordi col barman e si fa portare la kazaka più un’altra ragazza. Così i drink sono due. Quando lei finisce, s’è prenotato il vecchio. Ma Pezzon rilancia: invita la kazaka più due ragazze. Poi la kazaka e tre. E non lo regge mica, il suo ritmo, quel pidocchio cinese coltivatore di serre. Passata la mezzanotte e conquistata la ragazza, Pezzon se n’esce dal karaoke Ha-San, piantandoci lì.

Il resto della storia ce lo raccontò lei.

La macchina della Compagnia era parcheggiata in strada. Una Fiat Panda 4×4, quelle della prima serie. S’usavano, nei cantieri d’un tempo. Economiche e leggere, ma robuste, s’arrampicano dappertutto. La ragazza sale a bordo e s’avviano verso il campo diga, a poco più di venti chilometri da lì. Ma Pezzon ha bevuto tutto il giorno in onore della santa e anche lì, al karaoke, ha trangugiato quattro o cinque whisky – veri, i suoi – e ora ha lo sguardo torvo delle sue sbornie cattive.

Partono e per un po’ tutto fila liscio. Finché a un tratto, mentre guida, Pezzon guarda la kazaka in tralice e le fa:

“Would you marry me…?”

“What?…”

“Oh, no… You just want to fuck me…”

“Yes, just fuck…” fa la ragazza, e ride.

La Pandina viaggia per la statale, che in cima all’altopiano corre ampia e ben asfaltata, da Brinchan a Tanah Ratah, a curve dolci che costeggiano piantagioni di tè. Avvicinandosi alla città, Pezzon fa di nuovo:

“Would you marry me?”

“What?” Fa la ragazza.

“Marry me… Your way to fuck me, eh?”

“What?”

Passata Tanah Ratah, la strada scende, fiancheggiata da pendici ripide a gradoni, tutte tappezzate di serre. Pezzon ripete:

“Marry me, to fuck me, eh?… Vuoi sposarmi per fottermi.”

“What?”

Intanto accelera, Pezzon, lungo la strada che a curve più pendenti da Tanah Ratah scende a Ulu Jelai. E ogni due per tre, ripete la stessa domanda. E la ragazza comincia a preoccuparsi. Anche perché accelera ancora, Pezzon, ora corre davvero e a un tratto piega a destra, su per una delle stradine che a tornanti salgono alle serre. Marry me to fuck me, ripete, e la ragazza adesso ha paura. La Panda 4×4 s’arrampica a strappi per stradine sterrate, derapa un po’ sui tornanti, ma Pezzon la tiene e non fa che ripetere: marry me to fuck me e la ragazza comincia a implorare: I beg you, sir… e s’accosta a Pezzon, cerca di calmarlo con le arti sue, lo blandisce, lo accarezza… purché si fermi. Ma Pezzon non si ferma. L’auto corre veloce, slittando in curva, tra serre deserte inondate di luce, Pezzon ripete come un disco rotto marry me to fuck me, non dice altro, e la ragazza ripete I beg you sir, e cerca di aprirsi un varco in quel volto chiuso, incattivito dall’alcol, lo accarezza, lo implora, I beg you sir, ma Pezzon non le bada, l’auto corre veloce lungo la strada in salita, tutta curve e serre abbaglianti, derapa e scivola tornante dopo tornante, Pezzon stringe lo sterzo e la Pandina fa il dovere suo, tiene la strada, la ragazza è in lacrime, implora I beg you sir, le sue mani, la sua bocca fanno di tutto per placarlo, gli è sopra, lo copre col suo vasto corpo, lo abbraccia, l’accarezza, lo costringe a rallentare. E finalmente Pezzon frena, molla lo sterzo, s’abbandona alla presa di quel corpaccione molle steso sopra di lui come un lenzuolo, inchioda la Pandina in uno spiazzo sterrato e si lascia andare…

Quel che la ragazza voleva. In un attimo riesce a sbloccare la sicura, apre lo sportello ed è fuori, così nuda com’è corre tra le serre illuminate, scompare, Pezzon non prova nemmeno a inseguirla. Passa del tempo. Rimette in moto. S’avvia tra le serre. E a poco a poco la Pandina riprende velocità, sale, scende, su e giù per tornanti, tiene la strada, derapa un po’ sulle curve, accelera, gioiosa, veloce, si lancia tra le serre disperata…

La mattina dopo, quando dal cantiere mandammo la gru a recuperarla, la Panda era accartocciata in mezzo agli ortaggi, tra vetri infranti e telai divelti della serra sfondata. Pezzon lo tirammo fuori con due femori rotti e una brutta lesione alla spina dorsale. La Compagnia organizzò il volo Europ Assistance per l’Italia.

Ora sta in un istituto a Bassano del Grappa. Dalla sua sedia a rotelle s’immagina ancora di tirar volate, sagomare roccia e spaccar montagne, piantandoci dentro l’impronta di una diga. È che non ci sta più tanto con la testa, il vecchio Pezzon. Ed è certo molto meglio così.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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