Al piccolo festival di Avenza
Gli ultimi di Ascanio Celestini
Ascanio Celestini, con "Poveri Cristi", porta a teatro il racconto degli umili, i disperati, i senza lavoro, gli immigrati, i matti, le prostitute che noi troppo spesso non vediamo
I poveri Cristi di Ascanio Celestini sono gli umili, i disperati, i senza lavoro, gli immigrati, i matti, le prostitute. Tutto questo l’attore-scrittore-regista ce lo ha raccontato ad Avenza, grazie alla pregevole iniziativa dell’assessore alla cultura di Carrara, Gea Dazzi che ha donato ad Avenza tre serate memorabili, fra l’altro gratuite, di buon teatro di grande qualità. Prima avevamo visto Lella Costa, poi Gene Gnocchi, e per ultimo Celestini che ha appena pubblicato per Einaudi Poveri Cristi, appunto, da cui lui ha tratto spunto per la serata stracolma di pubblico ambientata sotto l’affascinante Torre di Castruccio ad Avenza.
Si parla di tutti coloro che non hanno i mezzi per vivere, non hanno un lavoro, vivono di elemosina, non hanno una casa e vengono continuamente rifiutati e umiliati da chi ha i mezzi per vivere. Vivono ai margini della società, nelle periferie, non sono né accettati né considerati dagli altri. Lui, per questa serata, ha scelto di raccontarci l’episodio della prostituta e poi dei lavoratori precari che operano nella logistica, dei facchini che lavorano nei magazzini. Qualcosa di questa realtà la conosciamo, ma spesso solo attraverso il racconto di altri: ce la raccontiamo sempre dal punto di vista dei padroni, ci ricorda Ascanio. E questo è un altro sintomo che la lotta di classe c’è ma la stanno vincendo loro, i padroni. Il fatto è che, nel momento in cui alcune storie diventano più importanti, esemplari, gigantesche, quasi inevitabilmente mettono in ombra tutto il resto. E questo, Ascanio Celestini che lo ha perfettamente fatto capire col suo magnifico monologo accompagnato dal musicista Gianluca Casadei.
Per esempio, nel racconto teatrale di Ascanio Celestini, a Roma, nella zona del Quadraro, c’è una piazza con un supermercato e un bar molto frequentati, un magazzino pieno di merce che i facchini scaricano dai camion. Vicino al bar c’è un barbone che chiede l’elemosina e che spesso è ubriaco; c’è anche un bambino di soli 8 anni che fuma continuamente (lo zingaro); c’è una vecchia che ogni mattina mette pochi spiccioli nel barattolo del barbone. Nel bar ci sono tanti avventori che bevono, conversano ma non si curano degli altri. Nel bar c’è anche la signora delle slot che maneggia i soldi e si arrabbia con chi non gioca. Nel magazzino ci sono tanti facchini, neri, africani, che fanno un lavoro massacrante, la paga è modesta e saltuaria e tutti pensano: «Il mio turno finirà!». Devono stare zitti, subire e non chiedere nulla.
Le ragazze straniere – albanesi, moldave, rumene, bulgare – venute in Italia per lavorare, finiranno a fare le prostitute. C’è anche la donna con la testa “impicciata”, parla con tutti di suo figlio, come se fosse vivo ma è morto da tanto tempo e tutti lo sanno. Domenica è l’addetta alle pulizie, non la pagano ma le danno il cibo in scadenza e può dormire nel magazzino, nella stanza che era della guardia giurata. Said, africano, facchino, lo pagano saltuariamente, non gli hanno rinnovato il permesso ed è tornato in Africa, lasciando in Italia Domenica che voleva sposare. A Domenica uccidono il padre, lei voleva vederlo, non glielo permettono. omenica muore per strada e rimane due ore per terra. Said e lo Zingaro muoiono in mare, ora si trovano sul fondale insieme agli altri africani. Tutti finiscono male. Se la povertà tornasse ad essere un valore, come ai tempi di San Francesco, tutti si sentirebbero uguali, pronti a collaborare gli uni con gli altri. «Cristo non è disceso dal cielo ma è salito al cielo dalla terra».
Ascanio Celestini è da più di vent’anni una realtà preziosa del nostro teatro. È un autore-attore che non si risparmia, che va in scena un numero stratosferico di volte durante l’arco di un anno. Anche contemporaneamente con 4 spettacoli, uno più travolgente dell’altro. Noi viviamo in un carcere di parole scritte, ci ricorda Celestini. Il suo modo di raccontare sembra un’unica immensa frase, senza punti a capo. Piena di digressioni che richiamano in vita la memoria comune: «una memoria che è divisa in tante persone quante hanno memoria», come mi disse vent’anni fa.