Emilia Santoro
A proposito de “La vita in verticale”

Guardare, informare

Giacomo Di Girolamo riflette sulle trasformazioni del mestiere di giornalista. E sulla perdita di un'idea di condivisione delle realtà e delle esperienze

Che cosa succede all’esperienza, quando ogni notizia, ogni storia deve necessariamente tradursi anche in rappresentazione visiva? Sembra essere questa la domanda che Giacomo Di Girolamo si pone costantemente in La vita in verticale (Il Saggiatore, 256 pagine, 18 Euro), dove raccoglie racconti ed episodi della sua vita giornalistica: incontri, vicende di cronaca e riflessioni sul modo in cui la realtà viene oggi raccontata e consumata. L’inquadratura verticale, formato oggi fortemente privilegiato dalle tecnologie di comunicazione digitale, non cambia soltanto il modo di guardare un’immagine, ma anche ciò che essa tende a privilegiare: il volto, il gesto, il fatto. Da questa intuizione prende avvio il libro, che nelle modalità social riconosce una trasformazione più ampia del nostro modo di raccontare e percepire la realtà: la verticalità antepone l’impatto all’esposizione, il frammento all’insieme, la rapidità alla riflessione.

Di Girolamo parte dal proprio mestiere di giornalista. Quando ha cominciato – racconta – sembrava sufficiente saper scrivere, essere curiosi, cercare le notizie. Oggi il giornalista deve anche fotografare, girare video, costruire contenuti per i social, usare hashtag, sottotitoli automatici, inseguire l’engagement. Deve imparare il linguaggio del dispositivo che diffonde ciò che viene descritto. Così il supporto digitale smette di essere mero strumento e diventa parte dell’esperienza: interviene nel modo in cui le cose vengono raccontate e, forse, nel modo in cui arrivano a essere vissute.

Naturalmente la questione non è soltanto quanto tempo si passa davanti a uno schermo – poco importa si tratti di display, monitor, televisore – piuttosto la forma distorta che la realtà rischia di assumere. Inoltre, se è vero che il contesto attuale richieda – spesso imponga – rapidità e fascinazione nella descrizione dei fatti anche a scapito di ciò che li contorna, è vero altresì che una storia deve lasciare aperta la possibilità del seguito. Nel libro infatti ricorre una domanda apparentemente semplice: «E dopo?». Gli studenti a cui Di Girolamo racconta alcune vicende di mafia sembrano cercare soprattutto la prosecuzione della storia. Non chiedono tanto o soltanto che cosa è successo, il perché, chi ne è responsabile. Vogliono sapere che cosa accade nella puntata successiva: la realtà viene cioè percepita attraverso la serialità. È un passaggio significativo perché dice qualcosa del presente senza bisogno di proclami. Anche davanti a un fatto reale si cerca il seguito, il prossimo frammento, la nuova immagine. L’esperienza sembra acquistare consistenza mentre continua a essere raccontata, sia pure inventata, meglio se edulcorata o epicizzata.

Lo stesso accade nelle storie più intime. Una giovane donna partorisce seguendo un tutorial sul telefono: un’esperienza che per secoli ha implicato presenza, trasmissione, corpo, entra nella logica del dispositivo. Qui il libro tocca uno dei suoi punti più interessanti: il mezzo non si limita a trasmettere ciò che accade, può diventare parte della situazione stessa.

Di Girolamo non osserva questo processo dall’esterno. La sua posizione è inclusa nella trasformazione che racconta. Anche lui deve imparare le regole del nuovo linguaggio, fare i conti con la visibilità, con la velocità, con la necessità di trasformare un contenuto in qualcosa che possa circolare. Per raccontare il mondo verticale deve, in un certo senso, diventare verticale egli stesso.

È però proprio qui che la metafora mostra il suo limite. Un’immagine verticale è una possibilità, non una prescrizione: cambia l’inquadratura, modifica il rapporto con lo spazio, favorisce una certa modalità di visione, ma non esaurisce le possibilità del racconto audiovisivo. Il problema nasce quando una scelta di formato diventa scelta culturale – quindi sociopolitica – la lente attraverso cui interpretare un’intera epoca a danno di ciò che resta fuori: il tempo necessario per comprendere, la distanza che permette di collocare un fatto, insomma tutto quello che non entra immediatamente nella scena. Quando il mondo viene continuamente ritagliato in inquadrature, alcune cose diventano semplicemente invisibili.

La vita in verticale è anche una vita che precipita. Le immagini si susseguono, le storie diventano episodi, la fiction si mescola alla realtà, il presente chiede continuamente di essere aggiornato. Tutto sembra destinato a un nuovo frammento. E proprio per questo diventa difficile fermarsi abbastanza a lungo perché qualcosa possa sedimentare. È un’immagine potente, ma porta con sé una precisa idea del cambiamento: quella di una discesa, di una perdita progressiva, di qualcosa che mentre accelera si avvicina al proprio punto di caduta. Lettura comprensibile e spesso suggestiva, ma che fa parte anche di una lunga storia di diffidenza verso le trasformazioni tecnologiche e, in senso più ampio, le innovazioni. Diffidenza che non di rado sfocia nella paura della decadenza morale. La fotografia, il cinema, la radio, la televisione, poi internet, ora l’AI: ogni nuovo mezzo ha suscitato il timore che potesse impoverire l’esperienza precedente riducendo l’attenzione, impedendo la riflessione, degradando il modo di pensare e di stare insieme. Naturalmente non tutti i cambiamenti sono equivalenti e non tutte le critiche alle nuove   tecnologie sono sempre infondate, ma l’uso del nuovo mezzo non può produrre di per se stesso il significato della trasformazione. Occorre analizzare che cosa modifica davvero, quali possibilità apre, quali comportamenti induce e quali invece continuiamo a scegliere e perché. La verticalità può essere una forma dello sguardo, non necessariamente il suo destino.

Tale ambivalenza rende il libro interessante aggiunge al libro ulteriore interesse: Di Girolamo racconta un cambiamento mentre ne è dentro facendone parte, e anche il modo in cui lo racconta ne è, inevitabilmente, un’interpretazione. Le storie, la scelta degli episodi, il montaggio dei frammenti e tutto ciò che si lascia fuori campo costruiscono già una precisa idea del presente. Il libro non si limita dunque a registrare una trasformazione, ma la interpreta attraverso la forma stessa del racconto D’altronde partecipa adeguandosi, in qualche misura, alla velocità del nostro tempo: si legge rapidamente, procedendo per episodi, incontri, scene, racconti, cambi di registro. Eppure, la rapidità della lettura non deprime la riflessione; lascia invece ampio spazio al dubbio. Il libro porta così a interrogarsi su ciò che accade quando l’esperienza viene guardata già nella forma in cui potrebbe essere raccontata e quando perfino ciò che consideriamo spontaneo risente del dispositivo attraverso cui scegliamo di comunicarlo.

C’è inoltre una malinconia ad attraversare il testo senza trasformarsi in aperta nostalgia. Non il rimpianto per i tempi andati, ma la consapevolezza che alcune esperienze stanno diventando più difficili da trattenere: la durata, l’attesa, la distanza, persino quella parte della vita che non ha bisogno di essere mostrata a nessuno. Ma esiste ancora ciò che non si lascia ridurre alla rapidità di un’inquadratura, alla successione degli episodi, alla necessità di essere visto.

La parola mare ricorre di frequente, è lo spazio delle emozioni: il mare della mente, il mare della rete, il mare di insulti, il mare abisso di lutti, il mare caldo e inquinato…

Solo verso la fine, Di Girolamo lo definisce calmo, il luogo dove non accade nulla, fuori dal mondo, questo mare «così mio». Il passaggio non è affatto laterale ma, alla luce di ciò che lo precede e soprattutto del finale, acquista un altro peso, quello della dimensione poetica. Quel mare non deve raccontare niente, non contiene necessariamente un evento, non chiede di essere trasformato in contenuto. È semplicemente lì, nella sua estensione, sottratto alla necessità di diventare immediatamente visibile o condivisibile. «Il mare proprio non ci vuole stare in verticale», scrive Di Girolamo.

È un’immagine che non chiude il discorso, lo riapre su una rovinosa caduta dal burrone della verticalità e che servirà a ritrovare il respiro. Dopo tante storie dolorose, ridotte a frammenti, dimenticate nel giro di poche ore, il mare restituisce all’autore l’ampiezza dello sguardo, il tempo necessario per restare davanti a qualcosa senza doverlo subito trasformare in racconto.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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