A Torre del Lago
L’estate di Puccini
Grande successo per il festival dedicato a Puccini che, tra l'altro, ha celebrato i cent'anni di “Turandot” e presentato una nuova edizione della "Fanciulla del West"
Si è appena conclusa con successo la 72° edizione del Festival Puccini a Torre del Lago. Sempre con grande afflusso di pubblico e con una buona percentuale di turisti stranieri che oltre a godersi le nostre zone di villeggiatura hanno la preziosa opportunità di godersi le mitiche opere di Puccini famose in tutto il mondo.
Quest’anno, essendo il centenario della prima rappresentazione della Turandot, (debuttò in Prima assoluta il 25 aprile 1926 al Teatro alla Scala) il Festival non poteva che iniziare con lei. E nonostante il caldo estremo di luglio e agosto di quest’anno i 3000 posti del Gran Teatro all’aperto erano esauriti. Una Turandot di estremo fascino quella scelta per il capolavoro incompiuto di Puccini. Lui morirà nel novembre 1924 mentre lavorava al finale dell’opera. Era giunto fino al suicidio di Liù. Ed era consapevole del carattere destabilizzante dei nuovi modelli espressivi messi in campo da autori come Richard Strauss e Franz Schreker. Puccini aveva forse percepito a livello istintivo il carattere ormai anacronistico dell’opera lirica tradizionale, sospinta verso il crepuscolo anche dal rapido sviluppo del cinematografo, inteso come un genere di intrattenimento artistico e tipico della modernità, allo stesso modo in cui il melodramma aveva rispecchiato nell’Ottocento il gusto e l’estetica del romanticismo.
Esistono solo svariati appunti di possibili finali della Turandot ma mai completamente definitivi. Alcuni custoditi tutt’ora presso l’archivio milanese di Casa Ricordi su cui il compositore aveva annotato una serie di abbozzi del duetto finale e della scena conclusiva dell’opera. Questi abbozzi vennero completati da Franco Alfano che a me sinceramente non convincono, e non solo a me, ritenendo più giusto terminare l’opera con la morte di Liù. Il linguaggio musicale di Puccini era giunto a traguardi di tale originalità, forza espressiva e modernità della concezione armonica e timbrica da risultare a dire il vero irraggiungibili non soltanto da parte di Alfano, ma di tutti gli altri compositori italiani del tempo, come giustamente ribadisce il musicologo Dario Oliveri.
Ad ogni modo, era destino, che il finale di Turandot non sarebbe stato eseguito la sera della prima rappresentazione dell’opera sotto la direzione di Arturo Toscanini che giustamente interruppe lo spettacolo al momento del corteo funebre dopo la morte di Liù. A quel punto Toscanini posò la bacchetta e rivolgendosi al pubblico scaligero disse che per quella sera lo spettacolo finiva lì, perché in quel punto il maestro aveva smesso di scrivere e la Morte era stata più forte dell’Arte.
Noi quest’anno a Torre del Lago abbiamo assistito alla regia di Pier Francesco Maestrini che ha rielaborato l’allestimento del grande Ezio Frigerio, lo stesso che il Festival aveva già prodotto nel 2008 in occasione della inaugurazione del nuovo Gran Teatro all’aperto sul Lago di Massaciuccoli con la regia di Maurizio Scaparro assieme ai costumi della premio Oscar Franca Squarciapino.
E in questa Turandot si è preferito eseguire il finale pensato da Franco Alfano con la impeccabile direzione musicale di Marco Armiliato che ha accompagnato un cast di grande livello con nomi come Anna Pirozzi (Turandot) Roberto Alagna (Calaf) e Aleksandra Kuzak (Liù).
Dopo Turandot è andata in scena la Tosca con la regia di Maria Todaro e le scene di sapore classico di Carlo Centolavigna. La direzione musicale affidata a Carlo Montanaro che ha efficacemente interagito con un buon cast fra cui: Eleonora Buratto (Floria Tosca) Adam Smith (Maro Cavaradossi) Ludovic Tèzier (Il Barone Scarpia).
Il terzo appuntamento lirico naturalmente è stata La Bohème che ha ripreso la famosa regia di Ettore Scola riadattata dal nipote Marco Scola di Mambro figlio della regista e sceneggiatrice Silvia Scola.
A inizio agosto è andata in scena la piacevolissima Madama Butterfly ben diretta da Francesco Ivan Ciampa e con la regia, le scene (particolarmente efficaci) e i costumi, anche qui, di Pier Francesco Maestrini. Un cast di qualità con Marina Rebeka (Madama Butterfly) Laura Verrecchia (Suzuki) Luciano Ganci (F.B. Pinkerton) e l’intramontabile Nicola Alaimo (Sharpless).
Infine l’unica nuova produzione di questo importante Festival, diretto per il secondo anno dal Presidente della Fondazione Festival Pucciniano Fabrizio Miracolo, e da Angelo Taddeo, Direttore Artistico della Fondazione, è stata a fine agosto La Fanciulla del West che Puccini scrisse nel 1907 ma che debuttò al Metropolitan di New York nel 1910. Quest’opera occupa nella sua produzione una posizione particolare perché inaugura la fase “novecentesca” del suo teatro che condurrà al Trittico e a Turandot. Quest’opera meno “cantabile”, difficile, da ridurre a celebri “romanze”, esposta alla complessità di una scrittura nervosa e irta di bruschi cambiamenti luministici, è molto aderente a temi di stringente attualità – in quegli anni quasi un italiano su 5 emigrava in cerca di fortuna – e solo superficialmente assimilabile a tematiche esotiche e invece di carattere addirittura sperimentale.
La regia e le scene particolarmente affascinanti erano di Angelo Bertini che ha voluto rispettare il realismo cinematografico dell’opera e, al tempo stesso, farne emergere la dimensione più intima: una liturgia della colpa e della redenzione, nella quale il realismo storico della frontiera americana si fonde con un’estetica simbolista. La Sierra californiana, evocata dagli imponenti fusti innevati delle sequoie, si trasforma in una cattedrale naturale, protagonista e testimone di un dramma umano, psicologico e spirituale. La Fanciulla del West è, fra l’altro, anche l’unica opera di Puccini dove non muore la protagonista Minnie interpretata da Anna Pirozzi.
Questo festival, principale custode dell’eredità del maestro, rimettendo in scena ogni anno alcune celebri opere di Puccini, racconta la ricchezza del suo linguaggio teatrale e musicale che si esprimono ognuna in modo diverso.
Le fotografie di “Turandot” sono di Giorgio Andreuccetti.