A proposito de “La visita dell’arcivescovo”
Il catalogo degli estranei
Nel romanzo di dell'ungherese Ádám Bodor c'è una umanità dolente fatta di "esuli in patria" condannati a fingersi qualcun altro da sé e a non ritrovare le proprie radici
C’è un intero mondo nelle 160 pagine de La visita dell’arcivescovo, romanzo dell’ungherese di origine rumena Ádám Bodor, pubblicato ad agosto del 2026 da Il Saggiatore (17 euro). La traduzione del libro, la cui prima uscita risale al 1999 e dal quale il regista Zoltán Kamondi ha tratto il suo film Dolina, è a cura di Mariarosaria Sciglitano, che prosegue così nel suo mirabile impegno di promotrice della letteratura magiara tra i lettori italiani.
Un mondo, si è detto, che i dettagli del racconto collocano in un’epoca riconoscibile – la nostra – e tuttavia pare trovarsi fuori dal tempo; luoghi che hanno concrete coordinate geografiche, eppure appartengono al peculiare immaginario dell’autore; personaggi e storie inscindibilmente ancorati alla materia, alla sconcia deperibilità della carne, alla terra, al volubile umore degli elementi, e che proprio per questo, anche col compiersi e, più spesso, col ripetersi dei minimi gesti, conducono nell’imprevedibile territorio dell’immaginifico. Viene alla mente, complici la propensione di Bodor alla narrazione breve e la sua capacità di rendere raffigurazioni nitide con una prosa asciutta e mai verbosa, il Rulfo di Pedro Páramo e de La pianura in fiamme, laddove agli aridi scenari messicani si sostituiscono i rigogliosi betulleti dei Carpazi, sebbene anche qui la natura appaia tutt’altro che benevola. Ma la desolazione di Bogdanski Dolina, il villaggio di confine circondato da alti cumuli di rifiuti che da tempo incalcolabile attende la visita dell’arcivescovo, pare sprigionarsi dall’accidia di un’umanità abietta e miserabile, tutta conchiusa nell’urgenza di sopravvivere.
Così è per Gábriel Ventuza, il cappellano militare che non è nemmeno un prete, giunto a Bogdanski Dolina per recuperare le spoglie del padre Viktor – famoso trafficante di clandestini – e costretto a indossare il saio per necessità, dopo aver perduto ogni avere, fino a quando non avrà messo da parte il denaro per pagare gli esumatori. Così è per la parrucchiera Colentina Dunka, che cura barbe e capelli di vicari, archimandriti e di una strana congrega di frati cinofili, e intanto ne ottiene i favori e ne carpisce i segreti. E per le sue pettinatrici Mauzi Anies e Natalia Vidra: la prima aspetta l’uomo del destino preannunciatole in sogno, l’altra è sposata con un insegnante di geografia rinchiuso tra i tubercolotici dell’alloggiamento dell’Izolda, dal quale nessuno fa mai ritorno. Perché è sufficiente un sospetto, un’illazione, e la vita finisce oltre il recinto di un campo di internamento, in questo mondo di fantasia eppure così prossimo alla realtà, in cui si dormono sonni che possono durare settimane, mesi o anni, dove il potere politico, quello militare e religioso si confondono, l’ammalato e il dissidente condividono il medesimo destino, e l’altro, colui che non riconosciamo come nostro simile, rappresenta una minaccia allo status quo nel quale vegetiamo.
E proprio per questa ragione nessuno può ritenersi al sicuro, dal momento che anche i confini più inviolabili, prima o poi, si riveleranno effimeri. Un’alluvione può deviare il corso di un fiume e un intero villaggio si risveglierà sulla sponda opposta, oltre la frontiera, parte di un paese straniero; il vento è destinato a cambiare direzione e, d’un tratto, l’altro, la minaccia da respingere o da segregare, saremo noi.
«Gábriel Ventuza adesso aveva appreso da lui che il loro padre, il contrabbandiere di esseri umani Viktor Ventuza, ormai non viveva da tempo ed era sepolto a Bogdanski Dolina nel giardino funebre della principessa Roxana, in mezzo agli armeni. Da lì sarebbe stato il caso di portarlo subito via perché il vicario Periprava dormiva oramai da mesi, e a occuparsi della città al posto suo era l’archimandrita Tizman, che di recente si era messo in testa di liberarsi una volta e per tutte degli stranieri, compresi ovviamente gli armeni. In primo luogo avrebbe svuotato il loro cimitero, così che dopo avrebbero iniziato a migrare essi stessi.»
È una società di esuli in patria, di estranei fra gli estranei, quella raccontata con maestria da Ádám Bodor, padri che non riconoscono i figli e figli che rinnegano i padri, dimenticano i propri fratelli. Uomini e donne rassegnati e dai tratti bestiali, nei quali i moti dell’animo sono ridotti all’essenziale, piegati all’istinto primario della conservazione. La vita degli abitanti di Bogdanski Dolina, in questo sì profondamente umani, si giustifica nel reiterarsi di un’attesa senza fine, poiché è lo stesso scorrere del tempo a essere stato alterato dalla loro bulimica ignavia. E se il romanzo di Bodor urta ancora con forza le nostre coscienze a oltre un quarto di secolo da quando è stato concepito, è forse perché l’arcivescovo non ha mai mantenuto la promessa e noi continuiamo ad aspettare la sua visita, persi nelle risibili urgenze del quotidiano, indifferenti allo sfacelo di cui siamo complici e al contempo vittime.
«A Bogdanski Dolina il crepuscolo dura ore. L’immondizia ha una luce propria, per questo motivo qui non fa del tutto buio nemmeno la notte. Il sole era da tempo sprofondato dietro il bosco del Pop Sabin, ma il vapore gelatinoso, colmo di incandescenza magnetica, lumeggiava ancora sopra i cumuli di rifiuti come se ci fosforeggiassero dentro delle lucciole, quasi un fulgore benedetto sulla città, mentre la notte di buio pesto aveva già da tempo ricoperto i prati tutto intorno a Bogdanski».
La fotografia accanto al titolo è di Gianni Usai.