Marco Greco
I racconti della scuola "Orlando"/3

Una notte infernale

«Chissà perché, poi, quando chiudi gli occhi, non vedi proprio nero. È come se ci fossero chiazze e venature di luce, tremule, appena accennate. Chissà se tutti vedono l’oscurità allo stesso modo quando chiudono gli occhi...»

Il racconto inedito di Marco Greco che qui pubblichiamo è il frutto del lavoro svolto dalla scuola di scrittura “Orlando” nell’ambito del corso sul racconto curato da Andrea Carraro e Sebastiano Nata.


-A che ora la sveglia? Sei e mezza. L’ho messa? Sì, mi pare di sì. Sicuro o mi pare? Sicuro. Credo. Ma sì, sì, l’ho messa. È arrivato il caldo, eh. Domani Alfredo mi sente. Non potevi non sapere che la mia promozione sarebbe stata rinviata. No. Sono venuto a sapere che la mia promozione sarà rinviata, come mai non mi hai detto niente? La persiana l’ho chiusa? Vabbè, in ogni caso la luce alle sei e mezza non è un problema. Alfredo, ti confesso che sono molto deluso, facevo affidamento su di te. Meglio. Poi domani improvviso qualcosa a partire da qui, ora devo dormire. Uff, non si respira, avremmo dovuto tenere la finestra aperta. Domani mattina si inizia con gli arabi. Come si dice buongiorno in arabo? Sabah al-khayr. Sabah al-khayr qui, sabah al-khayr lì, e poi passiamo ai traduttori. Ecco ci mancava giusto il prurito. L’intervento alle emorroidi avrebbe dovuto risolvere tutto, e invece mi ritrovo con lo stesso prurito di prima e seimila euro in meno. Vai dal mio proctologo, dice, è bravo, dice. Un bravo ladro, altroché. Alfredo, sono molto deluso, mi fidavo di te. Alfredo, come posso fidarmi di te se poi succede una cosa del genere e tu fai il finto tonto? Basta pensare ad Alfredo: devo dormire. Allora, liberiamo la mente da ogni pensiero. Basta immaginare cose. Voglio solo oscurità nella mente. Un profondo nero che mi accompagni nel sonno. Ecco. Bene così. Svuotare la mente. Oscurità.

Chissà perché, poi, quando chiudi gli occhi, non vedi proprio nero. È come se ci fossero chiazze e venature di luce, tremule, appena accennate. Chissà se tutti vedono l’oscurità allo stesso modo quando chiudono gli occhi. Chissà cosa vedono i ciechi. Domani la voglio cercare questa cosa. Eh, ma quando? Prima ci sono gli arabi; almeno fino alle 11 sto con loro. Poi devo parlare con Alfredo. Che canaglia. Non è tanto la questione del rinvio, ma che la promozione se la prende la Carletti Falzifoni. Dico, ma non ci pensano alle conseguenze? Alla demotivazione che può causare premiare un’inetta di quella portata? E per di più, stronza. Niente, devo tirarmi fuori dal lenzuolo, fa troppo caldo. Alfredo, capisci che il problema non è solo il rinvio della promozione, ma anche che sarà la Carletti Falzifoni a soffiarmela. No, dico, ti rendi conto?

Del resto neanche avremmo potuto aprire la finestra, sta massa di ragazzini qua sotto non fa che sghignazzare, bestemmiare, giocare a pallone tutta la notte. Devo comprare un super-liquidator, uno di quelli che volevo da bambino. Poi mi affaccio dal balcone e li spruzzo, voglio vedere se poi si cercano un altro posto per rompere le palle. Sto di nuovo pensando, maledizione, torniamo all’oscurità. Porca miseria, non ho messo la presentazione sulla pennetta, domattina devo ricordare di farlo prima di uscire.Che ore saranno? Non devo guardare l’orologio, se apro gli occhi è la fine, chi si addormenta più. Saranno le due, almeno. Senti lei come sembra serena. Scommetto che si è addormentata in un attimo. Oscurità. Oscurità, pure se venata di filamenti di luce. Bene. Tic. Oscurità e assenza di pensieri, ancora uno sforzo. Tic. Tic. Tic. Oddio, e ora cos’è questo rumore? Tic. Non c’era prima, sono sicuro. Tic. Il rubinetto del bagno? Tic. No, no, sembra un suono metallico. Tic. Però viene dal bagno. Tic. Se mi alzo ora è tutto perduto: starò sveglio tutta la notte. Tic. Basta ignorarlo. Tic. Escluderlo dal pensiero. Tic. Oscurità. Tic. Che afa asfissiante. Tic. Ma che ho fatto di male stanotte? Tic. Se solo avessi chiuso la porta del bagno. Tic. Basta, mi arrendo.

Lo dicevo, io, che non era il rubinetto. Che strano che l’orologio si sia messo di punto in bianco a fare questo rumore. Oscurità. È andata bene, non sono più sveglio di quanto non lo fossi prima. Ma neanche meno, se è per questo. Come si spegne sto cervello, devo dormire, pietà!

Oscurità, torniamo all’oscurità.

Non funziona sta cazzo di oscurità, e si muore di caldo, sarà la decima volta che cambio lato del cuscino. Contiamo le pecore. Una. Due. Tre. Devo immaginare il salto della staccionata, giusto? Non basta contarle. Quattro. Cinque. Sei. Boh, non mi pare di immaginarle bene. Sette. Otto. Nove. Ma se mi sforzo di immaginare le pecore come faccio a rilassarmi? Dieci, undici, dodici, tredici. Sono come ombre sfocate in bianco e nero sull’oscurità. Quattordici, quindici, sedici. Forse è un espediente per distrarsi dagli altri pensieri. Diciassette. Alfredo, voglio essere onesto con te, sto pensando di lasciare l’azienda da quando ho ricevuto questa notizia, e ti assicuro che non mi sarebbe mai passato per la testa prima d’ora, in diciassette anni di servizio. Ma sì, me ne vado all’estero. Magari prendo quel lavoro in Iraq che mi avevano proposto. Tre-quattro anni sul posto e, con quello che guadagno, me ne vado in pensione a cinquant’anni da nababbo. Al diavolo Alfredo. Non ho bisogno di questa promozione. Però ho bisogno di dormire. Avrei dovuto prendere un tranquillante. Sempre così, cazzo. Che ore saranno? Le quattro, forse? Che gli dico domani agli arabi? Pensa che figura se mi addormento mentre parlano.

Ecco, ci voleva giusto il cane che sale sul letto e mi lecca. Ora riempirà tutto di peli, ci metterò mezz’ora a toglierli domani. Quand’è che abbiamo ceduto e gli abbiamo concesso di entrare in camera da letto? Io sono sempre stato contrario. Aspetta aspetta, ma noi non abbiamo un cane! Allora sto sognando. Eh, stavo sognando, bravo cretino, se mi metto ad analizzare i sogni vuol dire che non sto sognando più. Non potevo farmi gli affari miei e godermi le leccate del cane? No, dovevo far polemica e dissolvere il primo sogno della notte. Deficiente.

Si soffoca. Nel super-liquidator ci dovrei mettere l’urina, altro che acqua, poi vedi come filano. Adesso potrei anche aprire la finestra, ma se mi alzo poi chi dorme più. Dovrei anche fare pipì. Ma quella poi non si può assolutamente fare. Ogni volta che mi sono alzato per farla, poi mi sono svegliato irreparabilmente. Non scappa poi tanto; posso aspettare, devo aspettare. Oscurità, oscurità, oscuri…

-Grazie al cielo si è addormentato, finalmente; è tutta la notte che mi tiene sveglia!


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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