Ancora sul film del momento
Ulisse senza casa
Una storia senza eroi e un Ulisse ingegnoso sì, ma tormentato: l'Odissea di Nolan è un film che "aggiorna" il mito. Viaggiare non equivale a tornare, ma a trovare nuove ragioni di vita
Come facilmente prevedibile, nell’Odissea di Christopher Nolan non vi è nulla di scontato. E non ci sono commenti sul colore sbagliato di Elena o sul passato femminile di Sinone che tengano, diciamo la verità. La grandezza di questo film è indiscutibile e sembra improbabile che le scelte di Nolan siano dettate semplicemente dal nuovo regime politically correct instauratosi a Hollywood in questi ultimi anni. La maggior parte dei riferimenti classici relativi all’Odissea, viene completamente ribaltata o almeno parzialmente reinterpretata. Non c’è nessuna epicità. Non ci sono divinità tangibili, nessun eroe e nessuna gloria.
Il messaggio di questa Odissea arriva, forte e chiaro, ed è supportato con ogni mezzo. Una sceneggiatura molto dialogata, che culmina in due punti chiave del film: il monologo di Odisseo (peccato abbiano scelto la derivazione latina, Ulisse…), sovrapposto alla scena del canto delle sirene, e il dialogo tra lui e Penelope, nel momento del ritorno a casa sotto mentite spoglie. Una recitazione difficile, superba per certi aspetti, che restituisce il vero senso del viaggio introspettivo. Una fotografia eccezionale e pervasa da una luce che sembra provenire da un’altra dimensione, non terrestre. Scene evocative, ad alto impatto visivo, ma senza alcun taglio epico o mitologico. E, non meno importante, una colonna sonora completamente sui generis e non poco destabilizzante, fatta di suoni metallici e accordi dissonanti ricorrenti.
Questi sono gli ingredienti che Nolan ha usato, ancora una volta in modo vincente, per portare lo spettatore su una strada lunga e tortuosa, fatta di domande scomode, di dubbi, di contraddizioni e, nonostante tutto o proprio per questo, pregna di immensa umanità. La storia che Nolan ci vuole raccontare non è fatta di gesti eroici, ma di azioni umanamente fallibili. L’Ulisse di Matt Damon è ingegnoso sì, ma tormentato. Il suo viaggio parte con un obiettivo apparentemente chiaro: tornare a casa. Durante la navigazione, come sappiamo, succede di tutto e questo lo porta a restare solo. Solo con le sue colpe e tutto il dolore che ne deriva. Ed è proprio questo dolore che lo spinge a cercare l’oblio e una versione alternativa della realtà, sull’isola di Calipso.
Gli ci vorranno sette lunghi anni per trovare il coraggio di diseppellire la verità dal suo cuore, come le tavole di legno (della sua nave naufragata) da sotto la sabbia. Quando è pronto a ricostruire l’accaduto in modo oggettivo, prende su di sé la responsabilità delle scelte fatte (anche quelle apparentemente “obbligate”) e valuta la sua condotta come essere umano. Ammette a sé stesso le parti più scomode e inaccettabili: l’aver trasformato un simbolo di pace in un inganno, con conseguente sconvolgimento delle regole morali che governavano il mondo fino ad allora; l’aver sacrificato alcuni dei suoi compagni – vite umane – per uno scopo calcolato e funzionale; la consapevolezza di non voler realmente tornare a casa, perché non ci può essere vero ritorno a casa dopo ciò che ha fatto e visto. È questa la principale differenza tra l’Odisseo classico e quello di Nolan: non c’è nessun ritorno a casa, perché casa è il posto dove possiamo essere in pace con noi stessi.
E allora qual è la soluzione? O, per meglio dire, dov’è l’assoluzione? Hollywood ci ha propinato per lungo tempo finali troppo semplicistici. Qui, Nolan ci dice che di semplice non c’è niente. È faticoso compiere un viaggio di consapevolezza dentro sé stessi. È rischioso e costa un investimento notevole di tempo ed energie. E la cosa che più incute terrore è che non c’è garanzia di successo. Non si arriva a un punto in cui tutti le colpe sono perdonate, tutti i problemi sono risolti e il resto della vita appare chiaro e luminoso. Ci si può solamente arrendere a ciò che non sappiamo (Ulisse, il navigatore e il pianificatore per eccellenza, riparte dall’isola di Calipso su una zattera, in balia delle onde) e proseguire il viaggio intrapreso. Tant’è che nell’ultima scena, Ulisse e la sua amata Penelope, ripartono (obbligati a rispettare l’esilio imposto al re di Itaca nel momento in cui sceglie – di nuovo l’importanza della scelta – di uccidere i Proci), inseguendo il tramonto, e rischiando perciò di finire in una nuova oscurità, per cercare una sorta di redenzione.
Forse è questa considerazione, oltre ogni altro aspetto estetico e stilistico, che rende grandiosa questa Odissea: la denuncia di un mondo al collasso, a causa di scelte fatte da esseri umani che (dalla piccola alla grande scala) non se ne assumono la responsabilità e che, anzi, si distaccano emotivamente dalla disumana follia delle loro azioni, perché il dolore del riconoscimento sarebbe un prezzo troppo grande da pagare per l’anima. E non ci sono divinità pronte a salvarci, perché il divino alberga in ogni atomo di questo mondo, ma noi… abbiamo smesso di percepirlo.
Göransson supporta magistralmente questa narrazione con la sua musica. È un estenuante racconto fatto di disarmonie, di suoni ancestrali (in Troy, scritta per la scena della battaglia), di synth dall’inquietante sonorità horror (nel tema dell’Ade – Hades – dove Ulisse si reca per incontrare Tiresia), di armature metalliche, corde tese e trìtoni che non si risolvono mai del tutto (in Sirens, il tema delle sirene). Per il ritorno dell’armonia lo spettatore deve aspettare le due tracce conclusive: Odysseus (il tema dell’eroe) che riprende la melodia delle sirene trasformandola finalmente in qualcosa di armonioso, di umano, e Chasing the Escaping Sun, dove i suoni duri e severi lasciano spazio a vocalizzi ristoratori, ad accordi dolci e sognanti. Ritorna la voce del narratore (il rapper Travis Scott): il mito della narrazione d’apertura si fonde con il crudo viaggio appena concluso e con la speranza di redenzione che il nuovo viaggio sta per portare. Non c’è nessun ritorno a casa, è vero. Ma, forse, c’è la possibilità di abitare una nuova dimensione dell’Essere, attraverso la consapevolezza.