Giuseppe Grattacaso
A Proposito di "Pascoli inedito"

Pascoli e Ida

Uno studio molto dettagliato di Rosita Boschetti e Jessica Magalotti fa chiarezza sul rapporto tra Pasoli e sua sorella Ida, sfatando - documenti alla mano - un "pettegolezzo" incestuoso vecchio di anni...

È ormai cosa nota che Giovanni Pascoli non sia, almeno non esclusivamente, il poeta delle piccole cose, perennemente propenso alle lacrime, con lo spirito sempre gravato dalle sofferenze derivate dalle disgrazie familiari e lo sguardo rivolto al passato. È ormai del tutto chiaro che non sia stato un uomo fuori del tempo, incapace di relazioni affettive che non fossero quelle relative al ristretto ambito familiare, quel “nido” residuo, per intenderci, ricostruito con le sorelle Ida e Maria prima, e con la sola Mariù poi, così come è vero che la sua poesia non è solo un’impressionistica visione della natura, ma poggia su un sistema di pensiero solido e complesso. Malgrado ciò, uno strato spesso di polvere continua a pesare sulla figura del poeta, una coltre di insinuazioni sulla sua vicenda biografica. Ancora oggi, non si può nasconderlo, la sua immagine è condizionata dalle notizie ricavate in ambito scolastico, complici antologie e manuali, in buona parte orientati a riprodurre vecchi modelli interpretativi.

Ad aggiungere ora un prezioso tassello, utile a far chiarezza in particolare sulla vicenda dei rapporti del poeta con la sorella Ida, su cui si è parecchio scritto, spesso a sproposito, è il volume a cura di Rosita Boschetti e Jessica Magalotti Pascoli inedito. Nuove lettere e carteggi familiari, edito da Carocci (182 pagine, 24 Euro). Il testo si concentra particolarmente sulle penose questioni legate al matrimonio di Ida, smantellando pezzo per pezzo, e con dovizia di riferimenti documentali, la ricostruzione che vuole il poeta reagire con disperata sofferenza in quanto morbosamente legato alla sorella da un affetto ai limiti dell’incestuoso. Boschetti e Magalotti, utilizzando anche lettere finora mai venute fuori dagli archivi, ricavate dallo sterminato epistolario del poeta disseminato in vari fondi documentali, chiariscono in maniera definitiva la reale portata degli avvenimenti.

Che Pascoli fosse fortemente in contrasto con la scelta di Ida di contrarre matrimonio con Salvatore Berti è almeno in parte vero. Lo è, per meglio dire, da un certo momento in poi della vicenda, che si sviluppa in maniera mai del tutto lineare. Le ragioni però che spingono il poeta alla collera, che scivola in alcuni momenti in vero e proprio furore, non sono attribuibili a una sorta di gelosia maturata negli anni. Tutt’altro. In effetti Pascoli, fino al momento del contratto capestro firmato con Berti, che prevedeva oltre alla dote un sussidio mensile destinato a Ida, e dunque indirettamente al marito, è ben contento che Ida si sposi, tanto da essersi impegnato egli stesso per ottenere questo obiettivo. Le lettere al fratello Raffaele, alla stessa Ida, e all’amico Severino Ferrari, che con lui aveva condiviso difficoltà economiche e aspettative politiche e letterarie negli anni universitari a Bologna, non lasciano adito a dubbi. Pascoli del resto aveva capito fin dai primi mesi che fanno seguito alla scelta di vivere insieme a Ida e Maria le conseguenze sulle proprie condizioni di vita e le limitazioni che ne derivavano. La decisione che portò alla convivenza fu peraltro fortemente condizionata dalle pressioni delle sorelle stesse e determinata da un forte senso di responsabilità nei confronti dei genitori scomparsi, a cui il poeta sentì di doversi sostituire. In una lettera al fratello Raffaele, l’amato Falino, risalente alla metà del 1885 (con Ida e Maria la vita in comune era iniziata solo l’anno precedente), scrive: “Poi la famiglia, anzi noi, attraversiamo una crisi molto dolorosa. Senza dirlo chiaramente, ma facendolo l’uno sospettare all’altro, noi tutti e tre comprendiamo che la nostra vita è mancata. È come non essere nati. Per le sorelle bisogna accusare l’iniquità sociale, per me, le necessità loro. Pure io, con la compagnia degli studi e con l’amor della campagna, passerei la melanconia assai bene se non avessi al fianco queste due mute disperazioni. Mute? Non sempre”. È chiaro che il nido è già divenuto un cumulo “di dubbi e di sospiri”, così come è evidente il riferimento alle difficoltà economiche. Pascoli insomma comincia a capire che difficilmente entrambe le sorelle andranno via di casa, con la conseguenza che la sua prospettiva di vita matrimoniale (che comunque andrà vicino a concretizzarsi più di una volta) rischia di rimanere solo un irrealizzato desiderio.

Il merito di Boschetti e Magalotti è di definire la vicenda, e più in generale le complesse questioni manifestatesi nell’ambito del ristretto nucleo familiare, non sulla base delle proprie supposizioni, ma conducendo il lettore a ricostruirne i vari passaggi attraverso la fitta trama dei documenti epistolari. Pascoli non era geloso di Ida, anzi voleva fortemente il suo matrimonio, ma era afflitto dai debiti, in parte determinati anche dal contratto matrimoniale. Inoltre si era reso ben presto conto che Maria, una volta allontanatasi Ida, avrebbe fortemente influito sulle sue scelte future. Del resto, il poeta sentiva forte il bisogno di concentrarsi sulla scrittura, da cui viene costantemente distratto dalle necessità economiche e familiari.

Si sgretola così la pruriginosa narrazione, divenuta popolare soprattutto grazie a Cesare Garboli, che nell’introduzione a Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, lascia intendere, neppure tanto velatamente, come la disperazione del poeta, fosse da attribuire al sentimento amoroso nei confronti di Ida, che avrebbe anche ispirato liriche e versi. Per Boschetti e Magalotti si tratta di una “fuorviante interpretazione”, che ha condotto a “quell’ambiguità che troppo spesso ha caratterizzato la biografia pascoliana, sulla base di pure congetture del critico”.

D’altra parte non venne meno, nemmeno nel burrascoso periodo che precede e segue il matrimonio di Ida, il proposito di Pascoli di trovare “una bella mogliettina”. Certo sul progetto pesò la presenza della “povera” Mariù. Nel settembre 1895 il poeta scrive a Raffaele: “Fortunatamente mi sono accorto che con un poco di serenità faccio buona figura di uomo di 35 anni e che riesco simpatico a qualcuna. Io voglio amare, voglio una bella mogliettina, con una bella casettina in campagna e il mio poderino annesso, e maritare o (quanto meglio!!) tenermi sempre accanto il mio angelo tutelare, la mia la nostra amorosa martiruccia adorabile, tanto buona, tanto saggia!”. Sta di fatto che la Mariuccina “martiruccia” farà di tutto, allora e in seguito, perché il desiderio matrimoniale del fratello non si realizzi. Nel 1987, sono passati pochi anni dal matrimonio di Ida, Pascoli scrive all’amico Giuseppe Marinozzi: “Che cosa faccio io perché la mia Maria non senta la sua situazione, perché sia felice della vita presente? Mi sono quasi evirato… Ho avuto degli amoretti… ci ho rinunziato. Ma le battaglie ci sono state, dentro me, e durano a esserci ancora… le ultime schioppettate”.

Povero Pascoli, verrebbe da dire. A proteggerlo “dalle tempeste a cui la vita lo sottopone”, come scrivono le due autrici del volume Pascoli inedito, è “una rete fittissima di amicizie”. È del resto proprio nelle tantissime lettere agli amici e ancor di più al fratello Raffaele (queste ultime rimaste secretate fino al 2015) che il poeta, più liberamente, esprime l’intelligenza vivace e l’ironia che lo contraddistinguono, oltre che la verità del proprio mondo interiore.

Pascoli, come viene ricordato nel volume, avverte di essere in contatto con gli amici anche “col telegrafo psichico senza fili, da me inventato” o addirittura con il “wireless dell’anima”, come lui stesso scrive, anticipando di oltre cent’anni, sottolineano Boschetti e Magalotti, un termine legato alla rivoluzione tecnologica in atto, oggi molto utilizzato.

Scrive Daniela Baroncini nella Prefazione al volume: “Questo lavoro offre così un ritratto lontano da ogni intento edificante e si distingue per la confutazione rigorosamente documentata di stereotipi persistenti, spesso alimentati da letture critiche novecentesche: l’idea di un Pascoli privo di una vita sentimentale extrafamiliare; le interpretazioni morbose o allusive del rapporto con le sorelle; la rappresentazione del poeta come figura passiva, votata al sacrificio”.

Vale la pena chiudere con un passaggio da una lettera a Ida, che in famiglia veniva chiamata Du, del 5 aprile 1895, in cui si fa riferimento all’amato cagnolino Gulì, poche parole che molto dicono, nella loro leggerezza, della personalità di Pascoli: «Ora ti devo dire, in confidenza, una cosa da parte di Gulì. Gulì se l’ebbe a male, l’altro giorno, d’una cotal diffidenza tua sulla sua attitudine a studiare, a imparare a capire le cose che gli sono insegnate. “Diglielo” mi diceva a Du, che gulì le capisce benissimo, lec ca pisce! Pronunzia le capisce alla toscana, raddoppiando il c iniziale. Con questa avvertenza, Gulì ha ragione. E soggiungeva “chi più bravo di me a capisciare…”. Io gli detti sulla voce e gli mostrai la sua ignoranza».

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