Marcello D’Alessandra
Una storia di muri e steccati

Linea di confine

«Secondo alcuni la linea di confine sarebbe stata un muro molto alto. Una costruzione imponente, dal valore artistico ragguardevole sebbene in subordine rispetto al potere simbolico di cui sarebbe stata investita...»

Si era sparsa la notizia che sarebbe stata introdotta, per volere dell’autorità costituita, una linea di confine. Quanto più si faceva insistente questa voce, ogni giorno che passava, tanto più si moltiplicavano le congetture intorno ad essa; pochi erano coloro che si astenevano dal dire la propria sull’argomento. Si alternavano giorni in cui non si parlava d’altro e giorni in cui sull’affare calava il silenzio, non si sapeva se più per sfiducia, scetticismo o timore di esporsi a dire una cosa che sarebbe stata da lì a poco smentita. Fino a quando, dal silenzio, si levava la voce di qualcuno che sosteneva di aver avuto informazioni, tali per cui la linea era questione di giorni, se non di ore.

Secondo alcuni la linea di confine sarebbe stata un muro molto alto. Una costruzione imponente, dal valore artistico ragguardevole sebbene in subordine rispetto al potere simbolico di cui sarebbe stata investita. Quanti si dicevano certi della costruzione del muro gonfiavano il petto, ogni qualvolta ricordavano che quella sarebbe stata la sola opera dell’uomo visibile dal satellite. Erano gli stessi che fermamente smentivano, forse non senza parzialità di vedute, che la muraglia cinese avesse mai goduto di quell’esclusivo privilegio.

Altri, con altrettanta sicumera, si dicevano certi che sarebbe stato un fossato. Diverse erano le opinioni, all’interno di questo gruppo, sulle caratteristiche del fossato. Alcuni credevano un fossato piuttosto ampio in larghezza ma poco profondo; altri, strette pareti che s’inabissavano a una profondità imprecisata. Nel primo caso i trasgressori, colpevoli di aver varcato la linea di confine, sarebbero caduti in un avvallamento cosparso di una pece che li avrebbe immobilizzati. Nel secondo, i colpevoli sarebbero precipitati in fondo, andando incontro a morte sicura, solo nei casi più fortunati però la morte sarebbe stata immediata, negli altri le ferite della caduta potevano prolungare l’agonia, in fondo a quella voragine, anche per mesi. In superficie sarebbe giunta l’eco lontana dei loro lamenti disperati, monito per quanti ancora pensassero d’infrangere una misura adottata – così recitavano i proclami – per la difesa del maggior numero. Ma i più fantasiosi tra i sostenitori del fossato erano coloro che avevano dato credito al labirinto costruito nella sua cavità. Raggiungere l’uscita sarebbe stato difficilissimo, la pena in questo caso sarebbe consistita proprio nella frustrazione che sarebbe derivata dalla ricerca vana della salvezza. Secondo l’autorità trovare la via d’uscita sarebbe stato un segno di riscatto che avrebbe mondato il trasgressore di tutte le sue colpe, in questo percorso di espiazione. Come a voler dimostrare, con un intento pedagogico che molti reclamavano a un’autorità che per troppo tempo in passato si era mostrata permissiva, come una buona condotta possa infine raggiungersi anche attraverso le vie accidentate dell’abiezione. Ma si profilava talmente improbabile riuscire a venire a capo di quel labirinto, secondo alcuni l’impresa era solo con l’inganno presentata come possibile, che i più arguti tra gli interpreti la ritenevano una maniera ulteriore per ribadire che la buona condotta non può conoscere infrazioni.

Nella varietà delle ipotesi, in conclusione, i sostenitori del fossato rintracciavano una prova certa della fondatezza della loro ipotesi. Ma le certezze, almeno quelle che si presentavano come tali, anziché porre fine alle ipotesi le alimentavano. Quasi non passava giorno senza che ne nascessero di nuove.

Inaspettatamente andò affermandosi, superata la diffidenza che da più parti l’aveva accolta, l’ipotesi di un semplice steccato che senza grandi impacci poteva scavalcarsi. La risibile difficoltà che quella barriera richiedeva per essere oltrepassata, attirò l’attenzione degli interpreti più acuti (a giudizio di altri i più capziosi): essa era da leggersi come la manifestazione della magnanimità dell’autorità costituita (per altri della sua perfidia), che lasciava al singolo la libertà di scegliere la buona o la cattiva condotta. Quanti erano inclini a riconoscere all’autorità il ruolo di guida spirituale, si sentirono legittimati a fare ricorso al concetto di libero arbitrio.

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Carlo e Sabina decisero, appresa la notizia della linea di confine, di porre fine alla loro convivenza. L’ordinanza stabiliva, a prestar fede alle voci che annunciavano prossima la sua entrata in vigore, che ciascun residente avrebbe dovuto trovarsi, all’entrata in vigore della linea, nella propria abitazione, come attestato dai documenti, pena il carcere (pattuglie nutrite avrebbero vigilato sull’osservanza della norma). Così Carlo, che da due anni conviveva con Sabina, sebbene molto contrariato se ne tornò nella propria casa, non lontana. L’imminenza dell’entrata in vigore della norma aveva persuaso Sabina della necessità di fare in fretta: “Sarà bene che entro domani, amore, tu ritorni a casa tua”. Carlo non poteva credere sulle prime che Sabina dicesse sul serio, ma la fermezza che gli venne opposta dovette presto farlo ricredere. Tentò di argomentare, a quel punto, che all’incertezza che si accompagnava alla norma, soprattutto rispetto ai tempi della sua entrata in vigore, si contrapponeva un dato certo e irrefutabile: la fine della loro convivenza, un inciampo che avrebbe potuto compromettere la loro relazione. Ma lo sguardo imperturbabile di Sabina persuase Carlo della velleità delle sue argomentazioni. Si riservò di dire un’ultima cosa, prima di andare in camera a svuotare il suo cassetto e la sua parte di armadio: “Sai vero, se vado via, che quasi certamente la nostra relazione finirà?”.  “Lo so”, rispose Sabina. Ancora il giorno dopo, quando Carlo aveva preparato le sue cose da portar via, il mattino avevano fatto l’amore e ciascuno covava il proprio risentimento per l’altro: Carlo riteneva la decisione fosse stata presa troppo sbrigativamente, e non poteva scacciare il sospetto si trattasse di un utile pretesto per troncare con lui; a lei non era piaciuta la sua incertezza, la sua ostinazione nel restare aveva finito per irritarla.

Avrebbero continuato a vedersi, si dicevano per rassicurarsi, a casa di lui o di lei, nelle ore notturne, almeno fino a quando non si fossero chiariti gli sviluppi sul provvedimento annunciato. La linea di confine, a quel momento solo ventilata, aveva già prodotto una crepa nella relazione dei due innamorati

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Secondo gli studiosi delle varie ipotesi sull’annunciata linea di confine, si poteva con buona approssimazione ritenere che, tra le tante, alcune nascessero col deliberato intento di contrastare quelle che andavano affermandosi e che potevano mettere la parola fine ai dibattiti febbrili e a tutto il movimento che il controverso annuncio aveva originato. Sarebbe stata la fine, anzitutto, per quegli stessi studiosi il cui operato aveva fatto loro guadagnare il prestigio che un tempo si riconosceva agli anziani saggi. Erano persone delle più diverse estrazioni professionali e sociali. Si fregiavano di questo titolo trascorrendo lunghe ore, rubate al lavoro e agli affetti familiari, nella lettura di documenti che ingombravano i loro tavoli. Quando ricavavano da quello studio scrupoloso un’idea abbastanza netta, andavano a discuterla in circoli affollati dove tante volte, per gli animosi alterchi, era impossibile ascoltare le parole del proprio interlocutore.

Pochi erano disposti ad ammetterlo, ma l’annuncio della linea di confine aveva rappresentato per molti una insperata opportunità da cui trarre profitto. Così si spiegava la corsa febbrile a prendervi parte, anche solo dicendo la propria, per non correre il rischio di restare poi esclusi da ciò che si stava preparando e che già, di fatto, era in atto. I più scaltri compresero da subito che quell’ordinanza che annunciava la linea di confine sarebbe stata una possibile fonte di ricchezza, una occasione unica per una vertiginosa scalata sociale. Compresero che la loro vita sarebbe cambiata. I tempi divennero presto maturi perché a pensarlo fossero in molti. Del resto l’occasione non sembrava di quelle destinate a esaurirsi, anzi cresceva in proporzione al numero di quanti vi partecipavano per trarne profitto. Nell’incertezza che al di là di tutto perdurava era sorto quello che solo una forma diffusa di pudore impediva di chiamare “giro d’affari”. Soprattutto intorno alle ipotesi sulla costruzione della linea di confine: trovavano molto credito le voci di guadagni e riconoscimenti straordinari per quanti fossero riusciti a prevedere il progetto.

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Carlo e Sabina continuarono a vedersi, come si erano promessi, sempre la sera, quasi che il giorno fosse loro interdetto, e coi favori del buio, per non incorrere in qualche sanzione. La notte, nello stesso letto, il sonno che li rapiva dopo l’incontro dei loro corpi era lo stesso di sempre. Il mattino si lasciavano. Tornando a casa, Carlo assaporava il gusto amaro di quegli incontri. E si chiedeva: ancora per quanto tempo? Se nei giorni che precedevano l’incontro, in genere uno a settimana, l’attesa cresceva fino a farsi spasmodica, dopo l’incontro subentrava un senso di vuoto che gli durava qualche giorno.

Così non poteva andare avanti per molto: Carlo era perfettamente consapevole che Sabina si sarebbe affrancata da quel rapporto, ben prima di lui. O era la smania dell’attesa prima dell’incontro o la smorfia sul viso che, tornato a casa, si vedeva nello specchio, Carlo non aveva ormai un momento senza che il pensiero di Sabina glielo guastasse. Il malumore gli nasceva dal dover scacciare quel pensiero molesto da cui si sentiva braccato.

Accadeva in alcuni di quei loro incontri di godere entrambi di un’armonia tanto più dolce, col tempo, quanto più andava facendosi insperata. Era il loro modo di ritrovarsi, nonostante tutto. C’erano poi state le volte in cui Sabina diceva di no ad incontrarsi, perché le circostanze lo sconsigliavano: la linea era sul punto di realizzarsi ormai, anzi non poteva escludersi che in un punto lontano fosse già operativa e i lavori per il suo completamento  ̶ così andava dicendosi – procedevano alacremente. I mezzi d’informazione dedicavano molto spazio alla notizia (sulla cui fondatezza era lecito dubitare), nonostante dai poteri costituiti arrivasse, periodicamente, l’ingiunzione di attenersi a una maggiore discrezione. Secondo alcuni, detta discrezione era raccomandata perché ritenuta fondamentale dall’autorità: solo così sarebbe stato possibile sorprendere in flagrante le irregolarità che s’intendevano perseguire. Per quanto, dare credito a questa ipotesi risultasse non semplice considerate le difficoltà di metterla in atto. Perplessità che contribuivano ad ingrossare le file degli scettici all’ordinanza.

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Tra le ipotesi dei cosiddetti franchi tiratori, concepite ad arte per contrastare le ipotesi di linea di confine che andavano affermandosi in via definitiva, quelle che avevano goduto di maggior credito erano state: il campo minato e il reticolo elettrificato. Ma non c’era ipotesi contraria, da un certo periodo in avanti, che sembrasse in grado di arrestare il consenso che sempre più convintamene si accordava all’ipotesi di linea di confine tra tutte forse la più improbabile a tutta prima: una barriera, non meglio precisata, che sarebbe stata volta per volta fissata dall’autorità, secondo tempi impossibili da prevedere. Una barriera i cui spostamenti sarebbero stati dettati da imperscrutabili disegni. Quando l’ipotesi andò precisandosi si venne a sapere che la barriera, particolare che aggiungeva argomento alle congetture, sarebbe stata invisibile: fissata sulla carta dall’autorità, essa non avrebbe avuto consistenza materiale, né visibilità di alcun tipo. Una linea, così concepita, sembrava fatta più per inciampare nell’errore che per non essere oltrepassata. La sua invisibilità, oltretutto, concorreva alla sua pervasività: non visibile, la linea poteva trovarsi in ogni luogo.

I più sensibili tra gli studiosi alle istanze morali, che a loro dire non potevano non cogliersi nell’idea stessa di linea di confine, trovarono in quest’ultima ipotesi chiari segni delle loro convinzioni e ne furono i più fervidi sostenitori, molto contribuendo alla sua fortuna: una linea di confine interiore, interna alle coscienze dei singoli, che segnava un limite da non superare nella propria condotta morale e nei rapporti con gli altri. Una linea che l’autorità avrebbe potuto porre, l’avesse ritenuto necessario o utile, all’interno di una famiglia, anche solo temporaneamente, o più in generale all’interno di una relazione, fosse amichevole, professionale, amorosa. Ma come trovare il limite, come riconoscerlo, se l’autorità non andava oltre le generiche indicazioni, buone per tutti e per nessuno? Forse – suggerivano gli anziani, ai quali nello sconcerto generale si era tornati a dare ascolto – valeva solo il monito, il richiamo all’idea di limite, che da tempo si era perduta quasi del tutto.

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Passarono i mesi e coi primi caldi, lasciato alle spalle un inverno mai tanto interlocutorio, Carlo e Sabina non s’incontrarono più. Un giorno, lei era andata da lui a dirgli: “D’ora in avanti non ci vedremo con regolarità”. Carlo le chiese, lei sulle sue ginocchia, se avesse un altro. Lei rispose, dopo un attimo d’incertezza, che sì aveva un altro, della sua zona – era questo il punto, e lei si aspettava che lui avrebbe capito. Carlo non ebbe nulla da eccepire, solo dopo si sarebbe domandato: ma anche nella sua zona la linea di confine è incerta, anche il suo nuovo compagno avrebbe potuto essere di un’altra zona, e quindi al pari di lui perseguibile. Forse Sabina era entrata in possesso di informazioni che la rassicuravano in tal senso? E quali strade le avevano consentito un accesso a informazioni notoriamente segretissime? Poteva escludersi che il suo nuovo compagno fosse stato il mezzo per giungere a quelle informazioni?

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Si discuteva molto sulle modalità in cui la linea di confine sarebbe stata realizzata, e delle implicazioni morali di ogni ipotesi, ma quasi del tutto si tralasciava di conoscere le ragioni che avevano originato il progetto. Era palpabile nella società, da un tempo di cui non si ricordava l’inizio, una percezione diffusa di degrado e insicurezza: come non riconoscere che l’autorità aveva dovuto dare, anche troppo tardi secondo alcuni, una risposta? Voci di segno contrario denunciavano la stretta repressiva messa in atto da un’autorità reazionaria che intendeva dare prova di forza. Ma delle due opposte fazioni quella che aveva raccolto i maggiori consensi, in un crescendo plebiscitario, era stata la prima, che denunciava nella seconda una lettura ideologica degli avvenimenti, figlia di un pericoloso relativismo legale.

L’ordine che all’autorità si richiedeva di ripristinare e di difendere, molti lo sentivano minacciato da un nemico ben preciso: lo straniero sentito come invasore rapace e predatore. Il Paese aveva conosciuto negli ultimi anni un’ondata massiccia di flussi migratori. Per mare e per terra, orde di migranti superavano i confini, eludendo le sorveglianze, contando sulla indulgenza o il lassismo, quando non era la pietà, dei guardiani addetti alla vigilanza dei confini. Si richiedeva da più parti una resistenza più ferma, contro quella che veniva considerata da molti l’invasione dei nuovi barbari, anche col ricorso alle armi, se necessario: era tempo per l’esercito d’intervenire, in caso contrario l’insipienza avrebbe avuto conseguenze irreversibili.

In definitiva, le interpretazioni sull’azione dell’autorità che si sarebbe concretizzata nella linea di confine potevano ridursi a due: secondo la prima, il nemico era esterno, veniva da fuori a insidiare l’ordine pubblico; per la seconda, il nemico era nelle coscienze degli individui, esso aveva determinato un disordine interiore che doveva essere risanato attraverso una severa azione moralizzatrice.

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Passarono i mesi, poi gli anni, senza più vedersi né sentirsi. Carlo e Sabina tornarono ad essere quegli sconosciuti, l’uno all’altra, che erano stati per molti anni prima che tutto fra loro avesse inizio. Fu il giorno delle celebrazioni per l’anniversario dell’ordinanza sulla linea di confine che s’incrociarono. Sulla strada, nel frastuono della folla. Fu lei a guardarlo negli occhi, ma senza riconoscerlo.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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