Diario di una spettatrice
La vita in scatola
L'intelligenza artificiale, la difficoltà di elaborare il lutto, i pericoli insiti nell'essere genitori: nel nuovo film di Kore’eda Hirokazu ci sono molte cose. Forse troppe (e poi manca l'emozione...)
Sheep in the box, ovvero “La pecora nella scatola” – il nuovo film del regista giapponese Kore’eda Hirokazu presentato a Cannes nel maggio scorso e giustamente atteso dal pubblico e dai critici che lo amano e lo riconoscono tra i grandi del cinema mondiale – contiene molti temi che fra poco indicherò. Ma in tanta abbondanza di argomenti, forse troppi, manca l’ingrediente decisivo: il film non suscita alcuna emozione. E questa è una constatazione sconcertante per chi come me si è sempre emozionata vedendo le sue pellicole, dal primo lungometraggio Maborosi del 1995 alla Palma d’oro del 2018 Un affare di famiglia fino a Monster (“L’innocenza”) del 2023 che ho visto e rivisto e che definirei struggente. Film tutti legati dallo stesso filo conduttore che Kore’eda tesse da trent’anni: le relazioni familiari.
Ma questa volta l’empatia che il suo cinema ha sempre suscitato secondo me non si trova dentro la scatola che nasconde la pecora, ovvero nella metafora che sta nel titolo e che ha a che fare con la favola de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: la pecora che abbiamo in mente non si può disegnare, si può solo immaginare. Come tutto ciò che esiste ma non è visibile, dall’intelligenza artificiale alle connessioni di internet, fino ai morti che non vediamo più ma che continuano a esserci.
Andiamo a vedere Sheep in the box sapendo già di cosa parla: racconta l’arrivo dei robot umanoidi di ultima generazione, dotati cioè di una intelligenza che rasenta l’autocoscienza, nella nostra vita quotidiana. È dunque un film di fantascienza, Un affare di famiglia proiettato in un futuro distopico? Non lo è, l’intelligenza artificiale è solo l’innesco del dispositivo narrativo, e più che una distopia Sheep in the box è una favola. La cosa che colpisce lo spettatore fin dalla prima inquadratura è la normalità che Kore’eda ci racconta, una normalità che conosciamo tutti: nel cielo della città giapponese teatro di questa storia volano droni che portano pacchi come farà presto anche Amazon, mica strane macchine volanti come in Blade runner. Non a caso compare subito la scritta: in un futuro non molto lontano, cioè il futuro è adesso.
In questo futuro/presente c’è una coppia – lei architetto, Otone, lui a capo dell’azienda edile del padre, Kensuke – che conduce una vita apparentemente normale, ma in realtà si macera da due anni nel ricordo del figlio Kakeru morto a sette anni in un incidente. Succede che la REbirth, colosso della robotica, offre loro la possibilità di sperimentare gratuitamente un umanoide di ultima generazione che sarà in tutto identico al loro bambino, ricordi compresi, dovranno solo evitare che si bagni e non avrà bisogno di mangiare. I coniugi, perplessi ma in fondo curiosi, firmano il contratto. È una storia tutt’altro che assurda, con questo film Kore’eda ci rivela qualcosa che sta già avvenendo in Giappone e ha a che fare con l’elaborazione del lutto: ci sono agenzie che affittano attori che interpretano i familiari in occasione dei funerali (soggetto di un altro film, Rental family), fanno rivivere il caro estinto in video creati con l’intelligenza artificiale, sintetizzano la voce di un famoso cantante morto da anni per fargli interpretare un brano scritto oggi. La morte, si sa, è la più grande rimozione del nostro tempo, ma è comunque un ottimo business.
Cosa succede nella famiglia dove la morte del figlio aveva aperto una voragine di assenza, rimpianti e sensi di colpa? Il protagonista del film non è l’umanoide che ne prende il posto, ma è l’osservazione di ciò che avviene negli esseri umani che lo accettano. Otone è travolta dal ritorno a casa del suo bambino e cancellando nella sua mente ciò che è in realtà, lo accoglie come fosse suo figlio e si convince che lui la ricambia. Kensuke resta invece distaccato, tanto da negare al nuovo Kakeru di essere suo padre. L’umanoide diventa così un fattore destabilizzante nella coppia. Accogliere in famiglia una copia del figlio defunto del tutto identica all’originale aiuta davvero a elaborare il lutto?
È una delle molte domande che pone questa pellicola. Che affronta nella sceneggiatura forse troppi temi troppo densi e tutti insieme: dall’elaborazione del lutto agli scenari inquietanti dell’intelligenza artificiale che si materializza in un corpo umano; dal rapporto tra genitori e figli alla difficoltà di lasciarli andare non solo nel caso drammatico di una morte prematura, ma semplicemente quando decidono di vivere la loro vita; dalla permanenza dei morti tra i vivi – a chi appartengono i morti? si chiede a un certo punto Kensuke – alla presenza nelle nostre esistenze di dimensioni che non sono visibili e non per questo meno reali. È la parte conclusiva e favolistica del film in cui la foresta diventa lo scenario per un futuro possibile privo di conflitti in cui umani e umanoidi convivono imitando il modello delle misteriose reti di comunicazione che hanno gli alberi persino dopo morti. Alla fine Kore’eda pare credere alla possibilità di conciliare la distopia dell’intelligenza artificiale con l’utopia di una natura benevola e protettrice.
Come ho scritto all’inizio, forse si sovrappongono troppi argomenti. E alla fine manca l’ingrediente indispensabile per fare di Sheep in the box un grande film all’altezza dei precedenti di Kore’eda: l’emozione, l’empatia dello spettatore per la storia che il film racconta. C’è un solo momento in cui questo ingrediente mancante si intravede: è quando Otone e Kensuke capiscono che devono lasciar andare l’umanoide. Kensuke si inginocchia davanti a lui e gli chiede perdono. Non ha potuto chiederlo a suo figlio, non ha fatto in tempo ed è da due anni che aspetta quel momento. Chiede perdono a quel robot che non conoscerà mai la morte perché non è umano, non lo sarà mai per quanto si evolva l’intelligenza artificiale. Ma così Kore’eda ci dice che si può chiedere perdono anche a un essere privo di anima, qualunque cosa significhi questa parola.