Raffaele Niro
Nuovi versi di Enrico Fraccacreta

Il vivente in noi

L’autore costruisce in “L'autunno dietro di noi” «una meditazione sul tempo, sulla trasmissione, sulla fede, sulla biologia e sulla responsabilità dell'uomo di abitare il mondo». “Fa parlare” la natura con un linguaggio che diventa «la lingua madre del libro» e che arriva a offrire a chi legge una visione del vivere. Con fiducia

L’autunno arriva sempre in silenzio. Non entra dalla porta principale delle stagioni. Si deposita sulle foglie, rallenta il passo degli animali, cambia l’odore della terra, insegna alle radici un linguaggio che noi abbiamo dimenticato. È da questo silenzio che prende forma il nuovo libro di Enrico Fraccacreta, una delle voci poetiche più originali della sua generazione. Perché L’autunno dietro di noi (Passigli Poesia, 80 pagine, 12,50 euro)non racconta semplicemente la natura, ma restituisce voce a ciò che nella natura continua a parlare mentre gli uomini hanno smesso di ascoltare. Dalle prime pagine emerge con chiarezza che L’autunno dietro di noi non è una raccolta dedicata all’autunno. L’autunno è il grande dispositivo simbolico attraverso cui Fraccacreta costruisce una meditazione sul tempo, sulla trasmissione, sulla fede, sulla biologia e, soprattutto, sulla responsabilità dell’uomo di abitare il mondo. Più che una stagione, diventa una condizione dello spirito, il luogo in cui ogni trasformazione della materia interroga anche la coscienza.

Lo si comprende già dalla lunga introduzione narrativa che apre il volume: “Prima dell’autunno” non è una semplice prefazione, è un racconto di formazione, quasi un piccolo romanzo autobiografico che spiega come nasce uno sguardo. Il bambino che soffre per una castagna sottratta dal ghiro, il ragazzo che colleziona foglie secche, lo studente di Scienze Forestali che impara il linguaggio botanico, l’uomo che attraversa la Daunia con il nonno. Tutto questo non serve a raccontare un passato, ma a mostrare la nascita di una vocazione dello sguardo. È un’introduzione necessaria perché spiega la lingua che verrà. Ed è qui, secondo me, la prima grande originalità del libro. Fraccacreta probabilmente è oggi uno dei pochissimi poeti italiani capaci di utilizzare il lessico scientifico della botanica senza trasformarlo in esibizione culturale. Le parole della selvicoltura, della meteorologia, dell’entomologia, della tassonomia non arrivano per impressionare il lettore. Sono la lingua madre del libro. Le querce, la rizosfera, i nematodi, le processionarie, le ghiandaie, gli assioli, i funghi saprofiti, i ciclamini, le magnolie, i licheni, gli aceri, le graminacee non costituiscono un repertorio naturalistico: diventano personaggi morali. È la natura che pensa.

Ma la vera rivoluzione dello sguardo non è questa. Fraccacreta non umanizza la natura, come tanta tradizione poetica ci ha abituati a fare. Non attribuisce sentimenti umani agli alberi, agli insetti o alle stagioni. Compie il movimento opposto, naturalizza l’uomo. Lo riconduce dentro il grande ciclo biologico del vivente, dove ogni esistenza partecipa della stessa legge di trasformazione. L’uomo smette di essere il centro del paesaggio e torna a esserne una delle creature. È qui che il libro si separa da molta poesia ecologica contemporanea. Non descrive il paesaggio e non gli presta una voce umana. È il paesaggio a interrogare l’uomo. La natura non diventa una metafora delle nostre emozioni. Siamo noi a diventare una delle forme attraverso cui la natura continua a interrogare se stessa. Questa inversione dello sguardo attraversa continuamente le poesie. Le foglie giudicano gli uomini, gli uccelli interpretano la storia, il vento diventa un teologo, gli insetti costruiscono un’etica della pazienza.

C’è poi un secondo elemento, forse ancora più importante. L’intero libro è costruito su una gigantesca correzione del nostro immaginario. Noi abbiamo imparato che l’autunno è la stagione della morte. Fraccacreta ripete, invece, quasi ossessivamente, che l’autunno è la stagione della preparazione. La foglia non cade perché tutto finisca. Cade perché qualcosa continui. L’humus non è il luogo della decomposizione, ma della fertilità. La morte vegetale diventa grammatica della rinascita. È un pensiero profondamente biologico e insieme profondamente cristiano senza mai retorica religiosa. La trascendenza passa sempre attraverso il ciclo vegetale. La resurrezione viene spiegata dalla fotosintesi, dalle gemme dormienti, dal lavoro invisibile dei lombrichi, dalla lenta organizzazione del sottobosco. È qui che la poesia di Fraccacreta raggiunge qualcosa di raro. La spiritualità non arriva contro la materia. Arriva dalla materia. Per questo la fede, in Fraccacreta, non interrompe mai la biologia. La compie. Le radici, i funghi, gli insetti, il lavoro invisibile dell’humus non sono allegorie della salvezza, sono già il luogo in cui la salvezza prende forma. Persino Dio sembra parlare attraverso i processi biologici. Le tre sezioni (Meteorologico, Astronomico e Primordiale) raccontano proprio questo progressivo allargamento dello sguardo. Nel Meteorologico domina il fenomeno. Il vento. La pioggia. Le temperature. Le migrazioni. L’autunno come esperienza sensibile. Poi arriva l’Astronomico, dove il paesaggio terrestre viene continuamente messo in relazione con un ordine cosmico. Infine il Primordiale, che già nelle prime pagine lascia intuire un ritorno alle origini, come se il poeta volesse scavare sotto la storia fino al linguaggio elementare della creazione. È una struttura che suggerisce un movimento dall’osservazione del clima alla contemplazione del cosmo e infine alla sorgente stessa dell’essere.

Ma ciò che rende davvero prezioso questo libro è un altro aspetto. Fraccacreta possiede una virtù sempre più rara nella poesia italiana contemporanea, la fiducia. Non l’ottimismo. La fiducia. I suoi testi non ignorano il male. Anzi. Sono attraversati continuamente dal lutto, dalla perdita, dalla colpa, dagli errori, dalla morte dei padri, dalla memoria, dalla crisi ecologica e dalla fatica del vivere. Eppure ogni poesia custodisce un movimento ascensionale. Ogni caduta prepara una germinazione. Ogni temporale contiene già la luce che verrà. Il verso iniziale della raccolta forse dice già tutto: «Meglio se viene l’autunno / se viene la sera / ci vorrà meno tempo / per la luce nuova». In quattro versi è contenuta l’intera architettura spirituale del libro. Il buio non è il contrario della luce. Ne accelera l’arrivo.

Dal punto di vista stilistico, Fraccacreta lavora con una sintassi sorprendentemente piana. Il verso è lungo, narrativo, quasi prosastico. Eppure produce continuamente epifanie. L’immagine arriva sempre un istante dopo il pensiero. È una poesia che non cerca l’effetto. Preferisce l’accumulo. La ripetizione. L’osservazione. Il catalogo. Quasi che ogni organismo della natura dovesse essere chiamato per nome prima di poter entrare nel poema. In questo senso la sua scrittura ricorda più la pazienza di un naturalista che l’impeto di un lirico. Ed è probabilmente questa pazienza il valore più grande della raccolta. Viviamo nell’epoca dell’immediatezza. Fraccacreta restituisce dignità ai tempi lunghi. Alla decomposizione. Alla gestazione. Alla crescita invisibile. Al lavoro sotterraneo. Proprio come fanno le radici. Forse è questa la lezione più profonda del libro. Che il futuro non nasce mai dagli eventi spettacolari ma da ciò che lavora sotto terra mentre nessuno guarda. E allora il titolo rivela finalmente il suo paradosso. L’autunno non è davanti a noi. È dietro di noi. Ci accompagna come una presenza discreta, quasi invisibile. È ciò che ci sostiene senza che ce ne accorgiamo. La stagione che credevamo della fine si rivela, pagina dopo pagina, la più ostinata delle promesse.

In un tempo in cui molta poesia sembra limitarsi a registrare la crisi del presente, Enrico Fraccacreta compie un gesto più difficile: attraversa quella crisi senza negarla e restituisce alla parola poetica una responsabilità antica, quella di indicare un ordine possibile dentro il disordine. È per questo che L’autunno dietro di noi merita un posto nella storica collana Passigli Poesia. Non soltanto perché è un libro ben scritto, ma perché riesce in un’impresa sempre più rara: costruisce una visione del mondo. E quando la poesia torna a offrirci una visione, smette di essere semplice letteratura e diventa, ancora una volta, un modo di abitare la vita. In un tempo in cui molta poesia sembra limitarsi a registrare la crisi del presente, Enrico Fraccacreta compie un gesto più difficile, restituisce l’uomo al suo posto nel vivente. Non sopra la natura, non davanti a essa, ma dentro il suo respiro. È questa, forse, la lezione più profonda del libro. Ricordarci che non siamo i proprietari del mondo, ma una delle sue stagioni.

 Nell’immagine vicino al titolo, Alberto Burri, «Sacco 5P», 1953. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

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